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TATUAGGI: ECCO PERCHÉ DEVONO ESSERE SEMPRE DISPARI.

I motivi sono legati ad un’antica usanza marinara risalente ai primi dell’ottocento

Negli ultimi anni il tatuaggio si è affermato fortemente anche nella nostra società. Convention, sfilate e il proliferare di veri e propri studi dedicati a questa antica arte ne hanno determinato il successo e l’apprezzamento.
Ma come mai sempre più spesso si sente ripetere che i tatuaggi sul nostro corpo devono essere di numero dispari?

La risposta arriva da un’antica usanza marinara in voga all’inizio dell’ottocento legata alla fortuna e al buon auspicio. Durante quegli anni gli esploratori europei si spinsero nelle zone ancora “vergini” dell’Oceano Pacifico, osservando e apprezzando i disegni sulla pelle delle popolazioni locali. Divenne quindi usanza tra gli equipaggi delle navi disegnarsi dei simboli sulla pelle con la funzione di parta fortuna e buon auspicio che potesse donare loro protezione durante le lunghe traversate.

Ma perché proprio di numero dispari? Prima di ogni viaggio i marinai erano soliti disegnarne uno sulla loro pelle alla vigilia della partenza, uno all’arrivo a destinazione e infine il terzo una volta ritornati a casa sani e salvi dalle loro spedizioni. A questi primi tre se ne sommavano un quarto in caso di una nuova partenza, un quinto al ritorno a casa, ripetendo poi la sequenza in caso di nuove missioni.

Avere quindi un numero dispari di tatuaggi sul proprio copro vuol dire essere al sicuro con la propria famiglia, mentre un numero pari significa essere lontani da casa.

COME SI MEDITA? GUIDA PER IMPARARE A MEDITARE

 
Le domande che mi vengono poste più spesso da amici, parenti e allievi sono, Come si medita? Come posso imparare a meditare in poco tempo?

Non è facile rispondere in poche parole e con facilità a questa richiesta – io stessa ho impiegato anni a comprendere e padroneggiare la meditazione e le sue numerose tecniche.

Semplificare questo concetto in pochi punti essenziali è stata per anni la mia sfida principale. Volevo che questa pratica fosse alla portata di tutti, affinché chiunque potesse abbracciare gli enormi benefici della meditazione nella vita di tutti i giorni. Tutto quello che ho imparato è raccolto in questa guida che ho scritto per te. Sei pronto a scoprire insieme a me come si medita? Cominciamo il nostro viaggio!

 

Cos’è (e cosa non è!) la meditazione

Se sfogli il vocabolario, alla voce meditare troverai la seguente definizione:

Fermare a lungo e con intensa concentrazione spirituale la mente sopra un oggetto del pensiero, considerare profondamente un problema, un argomento allo scopo di intenderne l’essenza, indagarne la natura e trarne sviluppi, conseguenze ecc.

Ai più inesperti queste poche righe sembrano esprimere un concetto incredibilmente complicato (e in effetti il lato pratico della meditazione è un completo mistero per chi non l’ha mai sperimentata), ma sono un ottimo punto di partenza per capire la profondità del processo meditativo e i motivi per cui vale la pena anche solo tentare di apprenderlo. Meditare significa soprattutto diventare, evolversi, trasformarsi, evitare la stasi emotiva e il ristagnare dei nostri pensieri. E per farlo dobbiamo focalizzare tutta la nostra attenzione sull’attimo presente, senza distrazioni.

La meditazione è proprio questo: concentrarci sul qui e ora, senza ansie,  preoccupazioni e pensieri superflui. Meditare significa godersi l’attimo presente e disciplinare la mente a staccarsi dal suo “autopilota” per contemplare ciò che ci circonda e avvertire tutte le sensazioni che attraversano il nostro corpo nel presente.

In molti hanno un’idea distorta della meditazione e proprio per questo ci tengo a chiarire cosa non è la meditazione prima di iniziare, per sfatare i miti più comuni e le aspettative errate:

  • La meditazione non è una pratica religiosa: sebbene venga impiegata da millenni in diversi rituali religiosi e sia affine alla preghiera sotto molti aspetti, la meditazione nasce molto prima delle religioni, e la pratica meditativa in sé non è collegata in alcun modo ai rituali sacri. L’unico punto in comune è la riscoperta della propria spiritualità, anche se totalmente avulso dall’aspetto religioso.
  • La meditazione non è un metodo per indurci visioni mistiche o donarci superpoteri: per quanto siano affascinanti le storie dei maestri che sono riusciti ad arrivare all’illuminazione (prima fra tutte quella del Buddha, che raggiunse il Nirvana) si tratta di effetti raggiungibili solo dopo moltissima pratica e comunque non garantiti. La meditazione non va assolutamente affrontata aspettandosi di restare ipnotizzati o essere in grado di levitare nell’aria, perché questo non farebbe altro che spazientirci e deviarci dal vero scopo, rendendo vani i nostri tentativi di meditare.
  • La meditazione non è una pratica occasionale: per essere in grado di vederne i primi risultati è molto importante essere costanti e meditare ogni giorno anche solo per pochi minuti, senza mai saltare la meditazione quotidiana. Pazienza e costanza dovranno sempre accompagnarti, e ti garantisco che i risultati arriveranno premiando la tua attesa.

Partendo da questi presupposti, di seguito ti elenco le sette preziose tecniche che ho appreso sul meditare, facilmente applicabili anche da chi non ha mai provato a immergersi nella meditazione prima d’ora.

Come si medita: 7 semplici esercizi per iniziare la meditazione

Ferma tutto

fermare tutto“Fermare” è un termine che si concilia poco o per nulla con il quotidiano, in quanto esige che il nostro mondo fatto di “azione a tutti i costi” venga messo a tacere. Per meditare bisogna fermare.

Cerca quindi nella tua quotidianità i momenti migliori per fermare gli input che arrivano da ogni dove al tuo cervello.

Vai a piedi al lavoro facendo il solito percorso? Spegni il telefono e cammina senza pensare a niente in particolare, imbocca automaticamente le strade quotidiane e vedrai che dopo qualche giorno ti verranno in mente cose che non c’entrano nulla con quanto devi fare – questi sono anche i principi cardine della meditazione camminata. Questo processo può essere applicato a qualunque attività abituale che svolgi, anche i lavori di casa.

Concentrati sulla tua spiritualità

meditare2Abbiamo tutti uno spirito, ma spesso soffocato da tutte le nefandezze giornaliere che ci sommergono e opprimono.

Impara a dare importanza alle parole. Quando senti, pronunci, leggi o ti viene in mente una parola, analizzala, scoprine il vero significato, verifica se viene usata nel giusto modo, impara a darle il suo reale valore. Ecco, ad esempio, il termine valore che io ho appena usato può essere un ottimo esempio: che cos’è il valore? A cosa diamo valore noi? Fai uno screening al giorno su una parola del tuo linguaggio abituale, un’analisi spirituale di quel termine… vedrai quante cose ti appariranno diverse.

Ferma la mente su un oggetto

meditareAbbiamo tante cose, ne vorremmo tante altre, ma ci soffermiamo mai a guardare ciò che possediamo? O per il solo fatto che sono di nostra proprietà  giacciono in un angolo in attesa di essere spolverate o recuperate dal fondo di un cassetto?

Cerca un oggetto intorno a te, uno qualsiasi. Può essere un oggetto di casa o un oggetto personale: una sciarpa, un vaso, un bracciale… Osservalo bene, toccalo, guardane la fattura, annusalo, fallo tuo e ferma la tua attenzione su di lui almeno una volta al giorno.

Quando torni a casa prenditi un momento e lascia che la tua mente vaghi mentre accarezzi quell’oggetto.

Considera l’essenza delle cose

essenza delle coseCatturare l’essenza delle cose è fondamentale.

Ti ricordi quell’oggetto che da alcuni giorni osservi e tocchi? Ora cerca di immaginarne le origini, come è fatto, i materiali usati, chi può averlo lavorato e maneggiato.

Mentre scrivo questo articolo ho girato lo sguardo su un vasetto, di quelli trasparenti che si comprano durante i viaggi. Al suo interno qualcuno, con vari strati di sabbia, ha creato un paesaggio davvero bello a vedersi, ma penso a quella sabbia raccolta su una spiaggia oltreoceano, a quella persona che l’ha toccata, l’ha setacciata, l’ha colorata. Con una tecnica e una pazienza infinita ha creato la sensazione di onde, vele, gabbiani, sole, mare.
Io sono in contatto con il suo tempo, con i suoi luoghi e questo oggetto trasporta la mia mente in altre civiltà, attraverso lo spazio e il tempo.

Se riuscirai e trarre tutto questo da un oggetto, immagina quando arriverai all’essenza delle persone!

Indaga la natura delle cose

meleAbbiamo imparato molte cose sul cibo. Sappiamo leggere le etichette, le origini, le calorie, sappiamo che è fondamentale per la nostra salute, per la nostra vita, ma lo sappiamo assaporare? Capiamo le sue origini al di là dell’etichetta?

Prendi un frutto, tienilo tra le mani e fai il percorso inverso, pensa all’albero, alla terra, al sole che l’ha maturato, alle cure che sono state necessarie nei mesi precedenti affinchè il ciclo fosse completato. Ora mangialo, assaporalo lentamente, pensa che questo gusto si trasformerà in energie e riuscirai così­ ad apprezzare e a gustare quello che fino a ieri era una banalità.

Quello che abbiamo fatto fino a qui è davvero poco se ci pensi bene. Non ti ha portato via tempo, non ha scalfito più di tanto le tue abitudini. Nessuno si è accorto di niente, mentre tu un giorno dopo l’altro attraverso questi costanti esercizi hai appreso come si medita e ti sei avvicinato alla consapevolezza.

Pensa alle conseguenze

ragazza meditaUna volta raggiunta la consapevolezza, viene naturale pensare alle conseguenze.

Ogni azione, ogni parola, ogni gesto, ogni scelta singola o di una società porta inevitabilmente a delle conseguenze. Conseguenze che possono essere positive o negative e che a loro volta innescheranno meccanismi sempre più complessi.

Non è facile comprendere questo consiglio, soprattutto non è facile seguirlo, ma chi vuole avvicinarsi alla meditazione sa che è un lavoro lungo e certosino indagare all’interno di noi stessi.

Pensa alle conseguenze che possono derivare da una tua risposta, da una presa di posizione, da un tuo gesto.
Non ti sto suggerendo di non farlo, solo di pensare prima alle conseguenze. A volte può aiutare immedesimarsi, mettersi nei panni di chi sta ricevendo la tua risposta o il tuo gesto e pensare a come ti sentiresti tu se fossi al suo posto.

Cerca l’armonia

armonia meditareTutti abbiamo presente il tremendo fastidio del gesso che stride sulla lavagna o quei fischi assordanti che escono dalle casse acustiche mentre si mette a punto un impianto audio. Sono suoni disarmonici, il rumore del traffico è disarmonico, la gente che urla è disarmonica e potrei continuare all’infinito.

Noi abbiamo bisogno di armonia, ne abbiamo bisogno come di una medicina.

Quindi dobbiamo imparare a crearcela.

Cerca un luogo tuo, dove ti senti bene. Crealo in casa, in un angolo tutto tuo, oppure se ami passeggiare scegli un bosco, un fiume, insomma un posto dove tu possa spogliarti di tutte le sovrastrutture e passare un po’ di tempo in pace e armonia. Prepara un tè, circondati di elementi che possano creare benessere e cerca di passare almeno 10 minuti al giorno svuotando la mente da tutto quello che ti è capitato. Fallo soltanto per te stesso, è una cura obbligatoria.

Perché per poter dare devi prima scoprire cosa possiedi.

Una volta che avrai completato questi sette passi, che li avrai padroneggiati e li avrai resi parte integrante delle tue giornate, il tuo spirito sarà  pronto per la meditazione. fonte meditazionezen.it

Nei prossimi articoli parleremo delle otto principali tecniche ed esercizi di meditazione. 

Namasté

 

Carlos Santana celebra Leonardo da Vinci

“In Search Of Mona Lisa” un album di cinque tracce che è uscito il 25 gennaio 2019 così il musicista messicano ha voluto omaggiare il genio rinascimentale dopo essere stato in visita al Louvre

Leonardo da Vinci celebrato in musica da Carlos Santana

 

E’ uscito il 25 gennaio un Ep del celebre e virtuoso chitarrista Carlos Santana, che dopo una visita al Louvre e “l’incontro” vis a vis con la Gioconda, ha voluto omaggiare in musica Leonardo da Vinci. 

E’ lo stesso musicista ad aver annunciato il fatto che i brani di questo disco siano proprio stati ispirati dalla Monna Lisa, da cui sembra essere rimasto particolarmente affascinato. Il titolo dell’Ep, che non lascia d’altra parte dubbi, è infatti “In Search Of Mona Lisa”

Il musicista racconta che qualche mese dopo la visita al museo parigino, in un sogno ha trovato l’ispirazione per queste cinque tracce che compongono il disco, di cui le ultime due sono una rivisitazione dei primi due brani, dal titolo Do you remember me e In search of Mona Lisa. 

Nel suo sito ufficiale viene spiegato che in tanti anni di visite a Parigi Santana non si era mai recato al Louvre. Solo recentemente ha deciso di visitare il museo con sua moglie e la sua famiglia. Da li il particolare “incontro” con l’enigmatico dipinto. E’ bastato uno sguardo con “gli implacabili occhi della Monna Lisa” per avvertire che “si stava verificando qualcosa di strano e possente”, che ha segnato per il chitarrista una sorta di momento magico e soprattutto di ispirazione.

Carlos Santana

@SantanaCarlos

 

In Search of Mona Lisa, January 25th, Pre-order today, Three spellbinding and transportive new songs takes listeners inside a magical and deeply personal experience… https://found.ee/Santana_InSearchOfMonaLisa 

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Che cosa ispirò a Dalí gli orologi sciolti?

Forse la teoria della relatività di Einstein, o forse un pezzo di formaggio francese che si scioglieva al sole!

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La persistenza della memoria (1931), di Salvador Dalí.

 

Come per tanti capolavori della storia dell’arte, anche il dipinto a olio su tela La persistenza della memoria (1931), del pittore surrealista spagnolo Salvador Dalí, che in una cornice onirica raffigura alcuni orologi sciolti, ha alimentato molteplici interpretazioni.

EINSTEIN. La storica dell’arte Dawn Adès (università dell’Essex, UK) sosteneva, con altri studiosi, che la scelta di “sciogliere” gli orologi fosse ispirata alla teoria della relatività dello spazio-tempo di Einstein.

 
Altre ipotesi suggerivano che la morbidezza rappresentasse la percezione umana del tempo che, nonostante sia misurabile, sembra soggettivamente veloce o lento, indipendentemente dalla sua scansione.
 

FORMAGGIO? In una lettera al chimico e fisico Ilya Prigogine, Salvador Dalí racconta che l’idea degli orologi distorti e gocciolanti del dipinto gli venne una sera d’estate guardando il formaggio camembert sciogliersi al sole… È tuttavia nota la “sete di stupire e scandalizzare” di surrealisti e dadaisti, e di Dalì in particolare.

A NEW YORK. Oggi questo capolavoro è conservato al Musuem of Modern Art di New York.  A Figueres, invece, la città spagnola dove l’artista spagnolo è nato nel 1904 – e morto nel 1989 – , vi è il Museo Dalí, costruito nel 1983 nell’antico teatro dove fece la sua prima mostra: tra le tante opere, anche la tomba che lo stesso Dalí progettò per sé.

Paul Klee: il pittore svizzero che applicò alla pittura il concetto musicale di polifonia.

 

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Polifonia, un’opera di Paul Klee (1932), custodita presso il Museo d’arte di Basilea

 

Klee fu anche poeta e musicista. E proprio nei suoi scritti e nei titoli delle sue opere ricorre spesso un termine, “polifonia”, che ha caratterizzato gran parte della sua produzione.

 

IL TEMPO SULLA TELA. Secondo Klee il concetto di polifonia, cioè quel tipo di scrittura musicale che prevede l’uso simultaneo di più voci e temi musicali, può essere applicato applicò  anche alla pittura: anzi, sosteneva che, nonostante il loro essere “ferme”, le immagini possono rendere percepibile la sensazione del “divenire temporale” persino più dell’ascolto di un brano musicale. 

 

Klee, in particolare, considera la polifonia pittorica superiore a quella musicale, perché può rendere con più efficacia la natura del movimento, come egli stesso descrive nei suoi Diari: “Il semplice movimento ci sembra banale. L’elemento tempo va eliminato. Ieri e oggi come contemporaneità. La polifonia nella musica può sfuggire in parte a questa esigenza. […] La pittura polifonica supera la musica, in quanto qui il tempo è qualcosa di più che spazio… Il concetto della contemporaneità vi si manifesta più intensamente. Per rendere evidente il movimento a ritroso che concepisco nella musica, richiamo l’attenzione sull’immagine riflessa nei vetri di una vettura tramviaria in corsa” .

 

CRITICATO DAI NAZISTI. Esponente dell’astrattismo, considerava l’arte non una semplice riproduzione della realtà: infatti quest’ultima, nelle sue opere, appare essenziale, descritta da semplici campiture di colore. Una scelta che negli anni ’30 gli attirò le critiche del regime nazista – che giudicava le sue opere come frutto di “arte degenerata” – al punto che, nel 1933, fu costretto dimettersi dall’Accademia di Düsseldorf, dove da qualche anno si era trasferito per tenere corsi di pittura. Lasciata la Germania, tornò in Svizzera dove continuò a dipingere nonostante i problemi di salute e dove morì nel 1940.

 

A Berna è a lui dedicato il Zentrum Paul Klee, un centro (progettato dall’architetto Renzo Piano) con spazi per convegni, laboratori, biblioteche e una mostre, tra cui una che ospita 4.000 sue opere. fonte focus.it

L’avventura dell’Espressionismo in Germania

 

 

 

 La storia dell’Europa contemporanea comincia alla metà del XIX Secolo, quando il settore industriale registra la prima grande espansione, rivoluzionando usi e costumi millenari di una società prevalentemente agricola, legata ai ritmi naturali, alla sfera religiosa, a un certo fatalismo e accettazione della misera realtà quotidiana che affondava le sue radici nell’età feudale. La nuova società, basata sull’elemento industriale, rispondeva a nuove logiche di efficienza e di profitto, e questo fece sì che i rapporti fra le classi sociali e la mentalità delle classi stesse, subissero cambiamenti radicali; grandi masse contadine si riversarono nelle città in rapida espansione e divennero masse operaie, sfruttate senza pietà dal nascente capitalismo; le condizioni di vita nei grandi quartieri operai portarono con sé abbrutimento e miseria, alcolismo e disperazione, realtà difficilmente conosciute dalle plebi contadine, povere sì ma dignitose. Il quadro socio-politico, di conseguenza, conobbe un’evoluzione non sempre pacifica, stante la presa di coscienza delle classi operaie che cominciarono la lotta per i loro diritti. La Germania fu uno dei Paesi maggiormente interessati dal nuovo corso, e non casualmente il Manifesto del Partito Comunista vide la luce nel 1848 per mano di Marx ed Engels, entrambi tedeschi, economisti ma anche sociologi, che colsero in pieno il nuovo sentire di masse fino ad allora politicamente inerti. Le città e le fabbriche divennero il luogo di una dialettica anche violenta, e il sorgere del movimento operaio, socialista e anarchico, portò a una decisa radicalizzazione del governo imperiale. Tensioni che inevitabilmente si riverberavano sulla vita di tutto il popolo tedesco, sul suo modo di guardare e interpretare la realtà, con un conseguente aumento dell’insicurezza, della frustrazione, dell’amarezza. La logica del profitto economico aveva ridefinito i rapporti fra classi, lo Stato autorizzava lo sfruttamento in nome del denaro, il ceto operaio conosceva solo misera, fatica e alienazione. In nome del profitto e della ricchezza si inasprisce il colonialismo europeo, caratterizzato anche da forme di aperto razzismo. La sfrenata fiducia nella scienza, nella tecnica, nel denaro, che inebria le classi dirigenti, trascina la Germania (e l’Europa), in un vortice di violenza che si apre con la guerra franco-prussiana del 1870, prosegue con l’ondata di antisemitismo negli anni Ottanta, e infine sfocia nella Prima Guerra Mondiale.

 

In mezzo, una sensibile evoluzione del pensiero, dominato dall’esistenzialismo angosciato di Nietzsche, che contrastava fortemente con il decadentismo espressione dalle classi più agiate, legate all’esibizione della ricchezza. La fine della Grande Guerra, che vide l’abdicazione del Kaiser, portò alla nascita della Repubblica di Weimar, flagellata da enormi problematiche quali la povertà, la disoccupazione, la carestia, la necessità di ricostruire città e impianti industriali, di pagare le riparazioni di guerra. La mostra ripercorre circa tre decenni di storia artistica e sociale tedesca, dagli ultimi bagliori dell’Ottocento alla tragica e affascinante modernità della nuova realtà sociale e politica. Suoi acuti interpreti furono, oltre a cineasti quali von Sternberg, Murnau, Wiene, e scrittori come xx e xx, i pittori del movimento espressionista, che mossero i loro primi passi negli anni immediatamente precedenti alla Grande Guerra.

L’avventura dell’Espressionismo in Germania

 Poiché il Novecento si presentò da subito come il secolo delle masse e delle città, gli Espressionisti si fecero portatori della necessità di riaffermare l’individuo all’interno di quel senso di alienazione insinuato dalla sempre più imperante dimensione urbana. L’Espressionismo fu quindi una reazione artistica alla preponderanza della macchina sull’uomo, all’idea del profitto esasperato, della solitudine trasmessa dalla massa (quella noia dell’anima di cui scrive Nietzsche), ma anche alla violenza di un’Europa impegnata nella corsa agli armamenti, pur dopo l’ecatombe del 1914-18.

Con un certo atteggiamento utopico (in questo anticipatori dei movimenti giovanili degli anni Sessanta), gli Espressionisti si dichiararono contrari al materialismo della società industriale (leggi capitalista), all’urbanizzazione selvaggia dei quartieri-dormitorio, e favorevoli invece al recupero del rapporto con la natura. Non casualmente, in quegli stessi anni era nato il movimento dei Wandervögel (uccelli vagabondi), naturista e comunitario, votato al recupero delle radici neopagane tedesche.

A livello stilistico, gli Espressionisti avvertirono l’influenza dell’ultimo Cézanne, con i piani geometrici sfalsati e i colori vivaci, ma dialogarono anche con i Cubisti, e l’astrattismo.

L’Espressionismo tedesco lo si può dividere in due correnti principali: una più strettamente legata alla dimensione sociale, alla città, alla vita mondana con il circo e i cabaret, che faceva capo al gruppo Die Brücke (Il ponte), e un’altra più marcatamente spirituale, aperto all’astrattismo e al primitivismo dei naif, che si riuniva nel collettivo Der blaue Reiter (Il cavaliere azzurro) fondato dal russo Kandinskij nel 1911.

In quest’ultima poetica rientrano le tele agresti di Walther Bötticher (Mucche la pascoloAlti fusti nel sottobosco), che costituiscono una reazione alla città proponendo paesaggi campestri arcadici e gioiosi, mentre Gabriele Münter in Paesaggio con muro bianco (1910) sceglie una prospettiva più onirica, vicina ai paesaggi di Chagall e dei Fauves. Nettamente astratta la Piccola composizione (1913) di Franz Marc, che in un tripudio di colori accosta forme diverse, dai cubi alle sfere. Questa visione prevalentemente “irreale” che caratterizza il blaue Reiter è insita nel nome: il blu è il colore della speranza, utilizzato comunque anche accanto ad altri colori brillanti. Ne risultano opere intrise di un messaggio spirituale profondo, quale l’urgenza di recuperare il rapporto con sé stessi, con l’idillio naturale ormai quasi del tutto perduto. Più raramente il movimento si spinse su toni di osservazione sociale; due begli esempi sono comunque Donne pallide davanti al negozio di cappelli (1913) di August Macke e i Fratelli di Erich Heckel (1913). Il primo guarda con una certa ironia alle donne borghesi che seguono le frivolezze della moda, finendo per essere tutte uguali nello sforzo di essere originali (dipingendole senza volto, Macke ironizza proprio su questo).

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L’opera di Heckel è invece una xilografia che utilizza il tema familiare per far luce sull’emersione dell’omosessualità in Germania, dove sulla scia di Parigi stavano sorgendo numerosi club per uomini.

Al contrario, Die Brücke nato nel 1905, si caratterizzava per una maggior concretezza: di ambiente principalmente urbano, le tele dei suoi esponenti si ispiravano a Nietzsche e al suo passaggio verso un futuro perfetto attraverso il Super Uomo; gli Espressionisti, più modesti negli scopi, si limitarono a un perfezionamento artistico, congiungendo il neo-romanticismo tedesco con la pittura moderna; la loro, appunto. Seguivano uno stile di vita per certi aspetti riecheggiava quello degli Impressionisti bohémiens nella Parigi del secolo precedente, e una certa sua reminiscenza la si ritrovava nella Berlino del primo Novecento, con i suoi cabaret e i teatri di rivista. Il movimento vantava seguaci anche nelle altre città tedesche, fra cui Dresda, dove Ernst Ludwig Kirchner utilizzava il suo atelier anche come luogo d’incontro per i colleghi, non necessariamente solo per conversazioni artistiche o intellettuali. Ne rende bene l’atmosfera Gruppo di artisti (1913)

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È evidente il tributo all’avanguardia cubista degli esordi, in particolare nei due volti femminili. Sullo sfondo, di un blu inquietante (diverso da quello del blaue Reiter), si muovono figure stilizzate che anticipano Keith Haring. Emerge anche il radicale cambiamento della moda femminile, con le due donne in secondo piano che portano i capelli corti e indossano abiti dello stesso colore dell’uomo in primo piano. L’atmosfera è cupa, l’intimità ingannevole, volta soltanto a ingannare una noia angosciosa.

Die Brücke blaue Reiter che fosse, si trattava comunque di una pittura dal tratto spigoloso, fortemente anti-naturalista, che puntava più ad esprimere, appunto che ad affascinare. Le tele espressioniste sono emotivamente forti, a tratti anche oscene nei tratti dei volti, non c’è innocenza in quei corpi.

La prima stagione espressionista si conclude appena prima della Grande Guerra: nel 1913 si scioglie Die Brücke, l’anno successivo sarà la volta del blaue Reiter; entrambi furono dilaniati dalle controversie interni. Ognuno dei membri aveva infatti sviluppato un suo stile personale, che nel dopoguerra avrà modo di riemergere. Spentasi la voce del cannone, in Germania tornò a palpitare il sentimento artistico, in una situazione diametralmente opposta a quella del 1914: la Repubblica di Weimar era uno Stato in bancarotta, aggredito dalla fame e dalla disoccupazione. E la sua umanità ferita fu il soggetto dell’Espressionismo della seconda fase, che comunque fu ancora all’insegna delle due correnti. Max Pechstein è infatti continuatore del Die Brücke, con il suo osservare quella società avvilita dalla sconfitta, certo, eppure ancora viva e orgogliosa. I suoi Acrobati (1918-19) colpiscono per la prevalenza del rosso dei costumi, e l’allusione vagamente sessuale della posizione dell’uomo e della donna. Resi ancora una volta con i tratti del volto spigolosi, a sottolineare un’ebbrezza dolorosa, la stessa dell’Angelo Azzurro di von Sternberg.

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L’occhio sociologico di Pechstein continua l’indagine con la Donna che fuma e il Fantino, entrambi del 1920; due personaggi della cafè society  di Weimar, sottilmente debosciati, androgini nel portamento e nel modo di vestire. Nel clima libertario di una Repubblica in sfacelo, i Wandervögel fecero sentire ancora di più la loro presenza; espressione di questo sentire, le tele di Otto Mueller Due nudi al lago (1920) e  Ragazze vicino all’acqua (1926); il nudismo, la trasgressione, l’omosessualità, erano divenute le nuove frontiere di una società stretta fra la miseria quotidiana e la violenza politica (Weimar visse mesi di duri scontri tra conservatorie  socialisti) da una parte, e l’urgenza di evaderle attraverso un superamento della realtà stessa. In sostanza, si trattava di un malriuscito tentativo di creare il Super Uomo nietzschiano. Su questa mancanza, s’inserirà purtroppo il Nazionalsocialismo pochi anni più tardi.

L’Espressionismo cattura la paradossale Germania di Weimar, Paese culturalmente vivace ma che si stava anche avviando all’incubo della dittatura, dove la frangia conservatrice si ergeva mano a mano a maggioranza. Ma il sapersi mantenere in equilibrio fra opposte dinamiche della società, è in fondo la grande forza dell’arte, che riesce comunque a sfoderare un punto di vista oggettivo sulla realtà. Quasi fossero una sequenza cinematografica, un po’ sullo stile di Hogarth, Max Beckmann lavorò alle incisioni della serie Berliner Reise (1922), che raccontano, con vena fra l’amaro e l’ironico, scene di vita quotidiana nella controversa Berlino di quegli anni, stremata dalla crisi economica e dalla crisi politica, eppure culturalmente viva e curiosa, aperta alla sperimentazione e sottilmente perversa. Lo dimostrano i tanti night-club, anche per omosessuali, che erano sorti in città, ultimo baluardo di trasgressione, sulla scorta di Proust. Eppure, la massa è acritica, paga di sfogare un’ebbrezza sempre più tragica, al pari dei baccanali che infuriavano nel Medioevo durante le epidemie di peste.

Questa grande stagione si conclude nel 1938; è l’anno del Patto di Monaco, la Germania si è annessa l’Austria e la regione ceca dei Sudeti, le leggi razziali tracciano il muro fra cristiani ed ebrei, e il primo campo di concentramento (Dachau), è già stato aperto nel marzo del 1933. In quello stesso 1938, Karl Schmidt-Rottluff dipinge l’acquerello Maschera congolese con ciotola, che chiude la mostra. Al di là della vecchia fascinazione delle avanguardie per l’arte africana, questa volta l’artista dona alla maschera un’espressione da tragedia greca, intrisa di dolore e amarezza; un Pierrot africano che presagisce sventure.

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Scrive D’Annunzio che nelle situazioni gravi e drammatiche, la vita interiore di ognuno subisce una vertiginosa accelerazione; la subiscono anche i processi mentali, in preda a una rabbia a un’ebbrezza pressoché incontrollate. La Germania a cavallo tra la fine dell’Ottocento e gli anni Trenta attraversava una fase drammatica della sua storia, inserita nella più grave situazione europea. L’arte, da sola, non può indirizzare il corso della storia; per questo, ci voglio individui pensanti; ma la Germania degli anni Trenta era uno stato ormai totalitarizzato, dove la coscienza individuale non trovava spazio.

A distanza di decenni, alla luce della crisi che l’Europa sta di nuovo attraversando, pur con settant’anni di democrazia, sembra che la coscienza civile stia tornando a dissolversi. fonte 2duerighe.com

Perchè i macchiaioli furono annientati dagli impressionisti?

 
 
 
Quando, nell’estate del 1914, il giovanissimo Roberto Longhi, scrivendo di getto per i suoi allievi romani del liceo Tasso la Breve ma veridica storia della pittura italiana, formulò un’implicita condanna del nostro Ottocento con la frase “Buonanotte, signor Fattori!”, liquidò senza possibilità di appello una fetta in realtà importantissima della storia dell’arte nazionale. Una tradizione “dal vero” che vede i suoi esordi già nella prima metà dell’Ottocento, per poi segnare il passo alla vera rivoluzione, quella che vedrà la luce nel 1855 con la celebre pittura di macchia.

In Italia i primi barlumi di pittura “dal vero” si hanno al Sud, intorno al 1820, con la Scuola di Posillipo, corrente napoletana – a cui si ricollega anche Corot in uno dei suoi viaggi nello Stivale – guidata dapprima dall’olandese Antonio Pitloo, in seguito da Giacinto Gigante, che riprende la tradizione paesaggistica partenopea seicentesca e settecentesca interpretandola con intimismo lirico e romantico unito ad una resa luministica. Un altro esempio è la nascita di una pittura naturalistica nel Veneto, con il veronese Giuseppe Canella e il bellunese Ippolito Caffi, che propongono un’evoluzione del vedutismo settecentesco con inserimento di elementi naturalistici. Ma la grande rivoluzione è quella della macchia, annunciata nel 1852, quando l’attenzione si sposta a Firenze, al celebre Caffè Michelangiolo di Via Larga. E’ lì che alcuni artisti, appena usciti dalle lezioni all’Accademia, iniziano ad incontrarsi, dando vita a dibattiti accesissimi per discostarsi dai dettami accademici e trovare vie originali, che avrebbero rinnovato il modo di fare pittura. Da Firenze l’attenzione passa poi a Parigi, alla prima Esposizione Universale del 1855, che comprendeva opere dei maggiori esponenti dell’arte francese di primo Ottocento, dove ciò che più colpisce gli italiani Serafino de Tivoli, Saverio Altamura e Domenico Morelli andati per l’occasione, è l’opera del ribelle Courbet, in mostra nel padiglione accanto dopo essere stato rifiutato, e quella dei Barbizonniers, pittori che dipingevano dal vero nei dintorni della cittadina di Barbizon, giocando sulla luce e l’ombra. De Tivoli e Altamura, tornati da Parigi, alimentano le discussioni al Caffè Michelangiolo, colpiti dalla capacità dei francesi di bucare le fronde degli alberi con la luce. Nasce da lì, dalla moda del ton gris e dell’utilizzo dello specchio nero per rendere il chiaroscuro, il concetto di macchia, contrasto violento di chiaroscuri – da cui deriva il termine, all’inizio dispregiativo, “macchiajuoli” -, una pittura che utilizza il colore stendendolo per ampie zone cromatiche, macchie appunto, per definire i volumi, conservando poi la tecnica del chiaroscuro per far risaltare la plasticità.

Fattori, “Mandrie maremmane”

Fattori, “Mandrie maremmane”

monet albero luce prato

Accostiamo questo particolare di un quadro di Monet (1891) per sottolineare comunque la notevole differenza tecnica tra Macchiaioli e Impressionisti. Osserviamo il quadro di Fattori. Gli animali sono disegnati e contornati da linee scure.Il colore occupa lo spazio delineato dal disegno. Monet interviene attraverso virgole di colore e luce, eliminando qualsiasi disegno

 

 

Firenze e il Caffè non sono ormai più un fatto isolato, bensì una realtà di scambio di idee e un palcoscenico su cui si alternano artisti e teorici delle più diverse correnti, non soltanto toscani, con l’intento di diffondere a livello nazionale il principio macchiaiolo, formando poi varie scuole regionali, ognuna col suo diverso modo di interpretare la macchia. Così a Rivara in Piemonte, a Resina nel napoletano, dove Adriano Cecioni e Giuseppe De Nittis elaborano la Scuola di Resina, Guglielmo Ciardi che passa al Caffè nel 1868 e rinnova in seguito la pittura veneta, mentre Antonio Fontanesi porta le ricerche sulla macchia in Piemonte. Tutto questo molto prima che in Francia si affermi l’impressionismo. La pittura italiana non è inferiore a quella impressionista, è semplicemente diversa. Innanzitutto, è anticipatrice rispetto alla Francia. Inoltre la stessa scelta dei temi è differente. Poveri e quotidiani quelli degli italiani, legati alla dura vita nei campi della loro realtà quotidiana, ma anche alla verità delle grandi battaglie combattute con ardore, da veri rivoluzionari, nell’ansia di creare una nazione, a testimonianza di una nuova sensibilità che non poteva più riconoscersi nello stile della pittura ufficiale, quella romantica e purista delle Accademie. Più mondani e “frivoli” quelli dei francesi, legati ai ritratti alle signore dell’alta borghesia, alla vita cittadina e alla variazione di luce del paesaggio, una pittura che si esprime al meglio su grandi dimensioni, più libera e sciolta. Oltre a questo, il procedimento di stesura e l’effetto che si vuole ottenere è completamente differente. Gli italiani procedono difatti con un’operazione di estrema sintesi, mentre i francesi con un procedimento esattamente opposto, di analisi. Quel che gli italiani cercano di raccogliere sintetizzando, i francesi disperdono analiticamente, così come la ricerca di un taglio di luce diventa nell’ottica francese la ricerca di un’atmosfera, basata sugli effetti del colore e di un’impressione. Ma dietro agli italiani sta la grande tradizione del disegno, quel senso delle forme e il senso plastico tutto toscano, interpretato magistralmente da Giovanni Fattori, il più grande della scuola macchiaiola.

Fattori, “Pattuglia in perlustrazione”

Fattori, “Pattuglia in perlustrazione”

Un'opera di Claude Monet. Nonostante differenze tra gli esordi e lo sviluppo successivo della pittura impressionista, notiamo una differenza notevole tra la dissoluzione della forma negli impressionisti e l'attenzione ai volumi,da parte dei Macchiaioli. Ciò che li unisce è l'attenzione alla luce, ma mentrei francesi la colgono come un fenomeno frenetico, i macchiaioli la colgono nei ritagli quasi geometrici, attraverso una pittura più distesa e campita

Un’opera di Claude Monet. Nonostante differenze tra gli esordi e lo sviluppo successivo della pittura impressionista, notiamo una distanza notevole tra la dissoluzione della forma negli Impressionisti e l’attenzione ai volumi,da parte dei Macchiaioli. Ciò che li unisce è l’attenzione alla luce, ma mentre i francesi la colgono come un fenomeno frenetico, i macchiaioli la ricreano nei ritagli quasi geometrici, attraverso una pittura più distesa e campita

Gli impressionisti al contrario il disegno lo snervano, lo sfaldano nella luce, abbandonando i contorni e dissolvendo l’immagine. Ma perché gli italiani, pur nella loro grandezza, che non li rese inferiori agli altri, non ebbero la fama e la fortuna dei francesi? Le motivazioni possono essere più di una. Innanzitutto la situazione storica e geografica dell’Italia, molto diversa da quella francese. La prima e la seconda guerra di indipendenza, le conseguenti annessioni al Piemonte della Toscana e dell’Emilia, l’impresa di Garibaldi, la conquista del Mezzogiorno, porteranno a quell’“Unità italiana” che, nonostante i travagli della terza guerra d’indipendenza, permetterà al Paese, nel 1871, di entrare definitivamente nel sistema degli Stati europei.

La pittura figurativa italiana perde così progressivamente il suo ruolo egemonico di fronte ad una realtà artistica ormai di diffusione continentale e viene suddivisa e frazionata per ambiti regionali, per culture locali; non si concentra in un’unica città come succede in Francia, dove Parigi è fulcro non solo del Paese, ma del mondo intero. Perché i francesi radunati a Parigi sono al centro dell’attenzione, identificati attraverso il lavoro di grandi mercanti (come Paul Durand-Ruel) e considerati dai critici d’arte fautori del linguaggio più aggiornato e più alto. In realtà, una pittura come quella italiana, che veniva giudicata “provinciale” poiché legata ad ambiti regionali e a temi modesti, lo era soltanto nei contenuti, non certo nella capacità tecnica, veramente altissima. Lionello Venturi parla di alcune tavolette di Giovanni Fattori considerandole di “livello assoluto”, non inferiori sicuramente alle opere di Monet e compagni. Forse il vero problema degli italiani è stato quello di non avere la fortuna di essere “di moda”. Di non essere nel cuore del mondo in un momento storico in cui tutto ciò che contava era là, a Parigi. Tutto il resto, semplicemente provincia. fonte stilearte.it

OPERE TRAFUGATE DALL’ITALIA, IL MIBAC CONVOCA UN COMITATO PER FARE IL PUNTO DELLA SITUAZIONE

 

 

Il Mibac convoca un comitato per fare il punto sulle opere trafugate dall'Italia

 

Una sentenza non fa primavera e così, dopo la decisione della Corte di Cassazione, che ha che ha sancito che l’Atleta di Lisippo, esposto al Getty Museum di Malibu, deve essere restituito all’Italia, Alberto Bonisoli ha convocato, per il 9 gennaio, il comitato istituzionale per fare il punto sulle opere d’arte appartenenti al patrimonio italiano e che, in diversi periodi storici e per svariati motivi, sono state trafugate e sono finite in altri Paesi, nelle mani di privati o in collezioni museali.
All’incontro prenderanno parte, oltre al Capo di Gabinetto e al Segretario Generale, i rappresentanti dell’Ufficio Legislativo, dell’Ufficio del Consigliere Diplomatico, del Comando tutela patrimonio culturale dei Carabinieri, della Direzione Generale Archeologia, belle arti e paesaggio, della Direzione Generale Musei, nonché dell’Avvocatura generale dello Stato e un consulente per i rapporti culturali internazionali, designato dal Ministro. 
«Ho deciso la convocazione straordinaria del Comitato, che presiederò personalmente – ha dichiarato il Ministro – per esaminare in modo approfondito, puntuale e organico le diverse problematiche che riflettono profili tecnico-giuridici e di diplomazia culturale complessi e molto delicati per l’Italia. Per questo motivo sono già in contatto con i colleghi Bonafede e Moavero. Il Governo è attento e compatto sull’affermazione di principi che sono, prima di ogni altra cosa, di etica e di legalità». 
L’argomento, che coinvolge non solo l’Italia ma molti altri Paesi e per motivi diversi, è di stretta attualità e piuttosto spinoso, considerando la varietà delle situazioni. Gli uffici del Mibac sono a lavoro non solo per analizzare le motivazioni della sentenza della Cassazione sull’atleta di Lisippo ma anche, in collaborazione con la Procura di Firenze, per vagliare tutti i possibili percorsi per consentire la restituzione del Vaso di Fiori, quadro di Jan van Huysum, rubato dai nazisti alle Gallerie degli Uffizi. E proprio su quest’ultimo punto sarà invitato alla riunione del 9 gennaio anche il Direttore del museo, Eike Schmidt, che pochi giorni fa aveva rivolto il suo accorato appello alla Germania. fonte exibart

VAN GOGH. SULLA SOGLIA DELL’ETERNITÀ. IL NUOVO FILM DI JULIAN SCHNABEL ARRIVA A GENNAIO AL CINEMA

Van Gogh. Sulla soglia dell'eternità. Il nuovo film di Julian Schnabel arriva a gennaio al cinema

22 anni dopo il film su Basquiat, Julian Schnabel torna a raccontarci la grande arte, portando sul grande schermo gli ultimi, tormentati anni, di Vincent Van Gogh. Ad interpretare l’irrequieto pittore olandese è Willem Dafoe, candidato ai Golden Globe per il miglior attore in un film drammatico e premiato alla Mostra d’arte Cinematografica di Venezia con la Coppa Volpi per il Miglior attore. Dal burrascoso rapporto con Gauguin a quello viscerale con il fratello, fino al misterioso colpo di pistola che gli ha tolto la vita a soli 37 anni. Tra conflitti esterni e solitudine, un periodo frenetico e molto produttivo che ha portato alla creazione di capolavori che hanno fatto la storia dell’arte e che continuano ad incantare il mondo intero.
Il genio “maledetto” di Vincent Van Gogh, raccontato attraverso gli occhi di un’artista contemporaneo, Schnabel, vi aspetta al cinema dal 3 gennaio.

Estratto di semi di pompelmo: antimicrobico e antibatterico naturale che cura anche l’ulcera

La scoperta dell’estratto di semi di pompelmo risale a circa 20 anni fa e la sua diffusione come antimicrobico naturale

 

 

 

 

 

 

Sebbene molti antibiotici industriali siano diventati del tutto inutili o perfino semplicemente dannosi (a causa della resistenza che i batteri hanno sviluppato per il loro abuso), alcuni antibiotici naturali dimostrano di riuscire a combattere alcune importanti infezioni e malattie  senza sviluppare resistenze, proprio per la loro complessità “naturale”, vincendo là dove l’industria fallisce.

Fra questi prodotti della nutura l’estratto secco dei  semi di pompelmo è risultato fra i più potenti rimedi naturali. Eccone alcune proprietà:

  • Attivo contro batteri (compresi streptococchi, stafilococchi) ed Helicobacter pylori – (ulcera), virus e parassiti, lieviti e muffe (compresa la candida), protozoi (ameba e giardia capaci di produrre diarrea e dissenteria tipiche dei paesi con scarsa igiene), virus anche influenzali ed herpetici (herpes).
  • Antibiotico naturale contro le infezioni interne cutanee, auricolari e orali.
  • Impiegato anche contro alcune forme di dissenteria.
  • Utile anche nelle influenze con complicanze, è anche un potente stimolante delle difese immunitarie.

Preso durante l’influenza ne accorcia la durata alleviando i sintomi

L’estratto di semi di pompelmo (ESP) è una sostanza
naturale estratta dal seme di pompelmo e agisce come antimicrobico
ad ampio spettro, non tossico. E’ disponibile nelle erboristerie
sotto forma di capsule o come concentrato liquido, solitamente
diluito in glicerina vegetale.

L’ESP possiede tutti e dieci gli attributi che dovrebbe possedere
un antimicrobico:

– è ad ampio spettro;
– è potente ed efficace;
– non è tossico e non deprime il sistema immunitario;
– non ha alcun effetto negativo sulla flora batterica;
– è ampiamente documentato e testato, oltre 80 laboratori
hanno testato e studiato la sicurezza dell’ESP e circa 15.000
medici lo utilizzano regolarmente;
– è naturale, perché consiste esclusivamente di
sostanze botaniche naturalmente presenti nel pompelmo e nella
glicerina vegetale;
– è ipoallergenico;
– è biodegradabile, per il beneficio del paziente e
dell’ambiente;
– è compatibile con altre terapie e trattamenti
naturali;
– ha un prezzo accessibile, perché ne bastano poche gocce e
il prodotto dura molto a lungo anche se aperto.

L’ESP può essere utilizzato per via
interna
 specialmente in caso di:
– infiammazioni croniche, che rispecchiano un indebolimento del
sistema immunitario;
– malattie da raffreddamento, come il raffreddore e
l’influenza;
– infezioni gastro-intestinali, tra cui le più comuni sono
diarrea con dolori allo stomaco, nausea e vomito; in particolare
l’ESP è molto efficace contro la dissenteria e le infezioni
gastro-intestinali delle latitudini calde, e si presta ad essere un
utile compagno di viaggio quando ci si reca in paesi esotici con
scarso livello di igiene;
– gastriti e ulcere;
– candida albicans e altre infezioni fungine; l’ESP si è
rivelato un alleato formidabile nel vincere infezioni anche
croniche e nel disintossicare il corpo da altri germi che
solitamente si accompagnano alla candida.

Per via esterna è invece d’aiuto
soprattutto nei seguenti casi:
– infezione al tratto genitale
– parassitosi
– allergie
– herpes alla bocca, afte, alitosi
– mal di gola e tonsilliti
– acne, foruncoli e macchie della pelle
– forfora
– verruche e funghi della pelle, eczemi e punture d’insetti.

Inoltre si può usare in casa per la disinfezione degli
utensili di cucina, dei biberon, per la pulizia degli spazzolini da
denti, etc… e in viaggio per la disinfezione di frutta e
verdura.

L’estratto di semi di pompelmo è dunque un prezioso dono di
natura, che può aiutarci a vivere meglio, anche se per
ritrovare uno stato di salute effettivo e duraturo occorre agire
contemporaneamente su livelli diversi, purificando l’organismo,
imparando tecniche di rilassamento, evitando fonti di
intossicazione e seguendo regole alimentari e di vita corrette

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Vittorio Ballato è un artista in costante evoluzione.

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