X

Menu

Carlos Santana celebra Leonardo da Vinci

“In Search Of Mona Lisa” un album di cinque tracce che è uscito il 25 gennaio 2019 così il musicista messicano ha voluto omaggiare il genio rinascimentale dopo essere stato in visita al Louvre

Leonardo da Vinci celebrato in musica da Carlos Santana

 

E’ uscito il 25 gennaio un Ep del celebre e virtuoso chitarrista Carlos Santana, che dopo una visita al Louvre e “l’incontro” vis a vis con la Gioconda, ha voluto omaggiare in musica Leonardo da Vinci. 

E’ lo stesso musicista ad aver annunciato il fatto che i brani di questo disco siano proprio stati ispirati dalla Monna Lisa, da cui sembra essere rimasto particolarmente affascinato. Il titolo dell’Ep, che non lascia d’altra parte dubbi, è infatti “In Search Of Mona Lisa”

Il musicista racconta che qualche mese dopo la visita al museo parigino, in un sogno ha trovato l’ispirazione per queste cinque tracce che compongono il disco, di cui le ultime due sono una rivisitazione dei primi due brani, dal titolo Do you remember me e In search of Mona Lisa. 

Nel suo sito ufficiale viene spiegato che in tanti anni di visite a Parigi Santana non si era mai recato al Louvre. Solo recentemente ha deciso di visitare il museo con sua moglie e la sua famiglia. Da li il particolare “incontro” con l’enigmatico dipinto. E’ bastato uno sguardo con “gli implacabili occhi della Monna Lisa” per avvertire che “si stava verificando qualcosa di strano e possente”, che ha segnato per il chitarrista una sorta di momento magico e soprattutto di ispirazione.

Carlos Santana

@SantanaCarlos

 

In Search of Mona Lisa, January 25th, Pre-order today, Three spellbinding and transportive new songs takes listeners inside a magical and deeply personal experience… https://found.ee/Santana_InSearchOfMonaLisa 

54 utenti ne stanno parlando
 

Che cosa ispirò a Dalí gli orologi sciolti?

Forse la teoria della relatività di Einstein, o forse un pezzo di formaggio francese che si scioglieva al sole!

daliorologi_1
La persistenza della memoria (1931), di Salvador Dalí.

 

Come per tanti capolavori della storia dell’arte, anche il dipinto a olio su tela La persistenza della memoria (1931), del pittore surrealista spagnolo Salvador Dalí, che in una cornice onirica raffigura alcuni orologi sciolti, ha alimentato molteplici interpretazioni.

EINSTEIN. La storica dell’arte Dawn Adès (università dell’Essex, UK) sosteneva, con altri studiosi, che la scelta di “sciogliere” gli orologi fosse ispirata alla teoria della relatività dello spazio-tempo di Einstein.

 
Altre ipotesi suggerivano che la morbidezza rappresentasse la percezione umana del tempo che, nonostante sia misurabile, sembra soggettivamente veloce o lento, indipendentemente dalla sua scansione.
 

FORMAGGIO? In una lettera al chimico e fisico Ilya Prigogine, Salvador Dalí racconta che l’idea degli orologi distorti e gocciolanti del dipinto gli venne una sera d’estate guardando il formaggio camembert sciogliersi al sole… È tuttavia nota la “sete di stupire e scandalizzare” di surrealisti e dadaisti, e di Dalì in particolare.

A NEW YORK. Oggi questo capolavoro è conservato al Musuem of Modern Art di New York.  A Figueres, invece, la città spagnola dove l’artista spagnolo è nato nel 1904 – e morto nel 1989 – , vi è il Museo Dalí, costruito nel 1983 nell’antico teatro dove fece la sua prima mostra: tra le tante opere, anche la tomba che lo stesso Dalí progettò per sé.

Paul Klee: il pittore svizzero che applicò alla pittura il concetto musicale di polifonia.

 

polyphony
Polifonia, un’opera di Paul Klee (1932), custodita presso il Museo d’arte di Basilea

 

Klee fu anche poeta e musicista. E proprio nei suoi scritti e nei titoli delle sue opere ricorre spesso un termine, “polifonia”, che ha caratterizzato gran parte della sua produzione.

 

IL TEMPO SULLA TELA. Secondo Klee il concetto di polifonia, cioè quel tipo di scrittura musicale che prevede l’uso simultaneo di più voci e temi musicali, può essere applicato applicò  anche alla pittura: anzi, sosteneva che, nonostante il loro essere “ferme”, le immagini possono rendere percepibile la sensazione del “divenire temporale” persino più dell’ascolto di un brano musicale. 

 

Klee, in particolare, considera la polifonia pittorica superiore a quella musicale, perché può rendere con più efficacia la natura del movimento, come egli stesso descrive nei suoi Diari: “Il semplice movimento ci sembra banale. L’elemento tempo va eliminato. Ieri e oggi come contemporaneità. La polifonia nella musica può sfuggire in parte a questa esigenza. […] La pittura polifonica supera la musica, in quanto qui il tempo è qualcosa di più che spazio… Il concetto della contemporaneità vi si manifesta più intensamente. Per rendere evidente il movimento a ritroso che concepisco nella musica, richiamo l’attenzione sull’immagine riflessa nei vetri di una vettura tramviaria in corsa” .

 

CRITICATO DAI NAZISTI. Esponente dell’astrattismo, considerava l’arte non una semplice riproduzione della realtà: infatti quest’ultima, nelle sue opere, appare essenziale, descritta da semplici campiture di colore. Una scelta che negli anni ’30 gli attirò le critiche del regime nazista – che giudicava le sue opere come frutto di “arte degenerata” – al punto che, nel 1933, fu costretto dimettersi dall’Accademia di Düsseldorf, dove da qualche anno si era trasferito per tenere corsi di pittura. Lasciata la Germania, tornò in Svizzera dove continuò a dipingere nonostante i problemi di salute e dove morì nel 1940.

 

A Berna è a lui dedicato il Zentrum Paul Klee, un centro (progettato dall’architetto Renzo Piano) con spazi per convegni, laboratori, biblioteche e una mostre, tra cui una che ospita 4.000 sue opere. fonte focus.it

L’avventura dell’Espressionismo in Germania

 

 

 

 La storia dell’Europa contemporanea comincia alla metà del XIX Secolo, quando il settore industriale registra la prima grande espansione, rivoluzionando usi e costumi millenari di una società prevalentemente agricola, legata ai ritmi naturali, alla sfera religiosa, a un certo fatalismo e accettazione della misera realtà quotidiana che affondava le sue radici nell’età feudale. La nuova società, basata sull’elemento industriale, rispondeva a nuove logiche di efficienza e di profitto, e questo fece sì che i rapporti fra le classi sociali e la mentalità delle classi stesse, subissero cambiamenti radicali; grandi masse contadine si riversarono nelle città in rapida espansione e divennero masse operaie, sfruttate senza pietà dal nascente capitalismo; le condizioni di vita nei grandi quartieri operai portarono con sé abbrutimento e miseria, alcolismo e disperazione, realtà difficilmente conosciute dalle plebi contadine, povere sì ma dignitose. Il quadro socio-politico, di conseguenza, conobbe un’evoluzione non sempre pacifica, stante la presa di coscienza delle classi operaie che cominciarono la lotta per i loro diritti. La Germania fu uno dei Paesi maggiormente interessati dal nuovo corso, e non casualmente il Manifesto del Partito Comunista vide la luce nel 1848 per mano di Marx ed Engels, entrambi tedeschi, economisti ma anche sociologi, che colsero in pieno il nuovo sentire di masse fino ad allora politicamente inerti. Le città e le fabbriche divennero il luogo di una dialettica anche violenta, e il sorgere del movimento operaio, socialista e anarchico, portò a una decisa radicalizzazione del governo imperiale. Tensioni che inevitabilmente si riverberavano sulla vita di tutto il popolo tedesco, sul suo modo di guardare e interpretare la realtà, con un conseguente aumento dell’insicurezza, della frustrazione, dell’amarezza. La logica del profitto economico aveva ridefinito i rapporti fra classi, lo Stato autorizzava lo sfruttamento in nome del denaro, il ceto operaio conosceva solo misera, fatica e alienazione. In nome del profitto e della ricchezza si inasprisce il colonialismo europeo, caratterizzato anche da forme di aperto razzismo. La sfrenata fiducia nella scienza, nella tecnica, nel denaro, che inebria le classi dirigenti, trascina la Germania (e l’Europa), in un vortice di violenza che si apre con la guerra franco-prussiana del 1870, prosegue con l’ondata di antisemitismo negli anni Ottanta, e infine sfocia nella Prima Guerra Mondiale.

 

In mezzo, una sensibile evoluzione del pensiero, dominato dall’esistenzialismo angosciato di Nietzsche, che contrastava fortemente con il decadentismo espressione dalle classi più agiate, legate all’esibizione della ricchezza. La fine della Grande Guerra, che vide l’abdicazione del Kaiser, portò alla nascita della Repubblica di Weimar, flagellata da enormi problematiche quali la povertà, la disoccupazione, la carestia, la necessità di ricostruire città e impianti industriali, di pagare le riparazioni di guerra. La mostra ripercorre circa tre decenni di storia artistica e sociale tedesca, dagli ultimi bagliori dell’Ottocento alla tragica e affascinante modernità della nuova realtà sociale e politica. Suoi acuti interpreti furono, oltre a cineasti quali von Sternberg, Murnau, Wiene, e scrittori come xx e xx, i pittori del movimento espressionista, che mossero i loro primi passi negli anni immediatamente precedenti alla Grande Guerra.

L’avventura dell’Espressionismo in Germania

 Poiché il Novecento si presentò da subito come il secolo delle masse e delle città, gli Espressionisti si fecero portatori della necessità di riaffermare l’individuo all’interno di quel senso di alienazione insinuato dalla sempre più imperante dimensione urbana. L’Espressionismo fu quindi una reazione artistica alla preponderanza della macchina sull’uomo, all’idea del profitto esasperato, della solitudine trasmessa dalla massa (quella noia dell’anima di cui scrive Nietzsche), ma anche alla violenza di un’Europa impegnata nella corsa agli armamenti, pur dopo l’ecatombe del 1914-18.

Con un certo atteggiamento utopico (in questo anticipatori dei movimenti giovanili degli anni Sessanta), gli Espressionisti si dichiararono contrari al materialismo della società industriale (leggi capitalista), all’urbanizzazione selvaggia dei quartieri-dormitorio, e favorevoli invece al recupero del rapporto con la natura. Non casualmente, in quegli stessi anni era nato il movimento dei Wandervögel (uccelli vagabondi), naturista e comunitario, votato al recupero delle radici neopagane tedesche.

A livello stilistico, gli Espressionisti avvertirono l’influenza dell’ultimo Cézanne, con i piani geometrici sfalsati e i colori vivaci, ma dialogarono anche con i Cubisti, e l’astrattismo.

L’Espressionismo tedesco lo si può dividere in due correnti principali: una più strettamente legata alla dimensione sociale, alla città, alla vita mondana con il circo e i cabaret, che faceva capo al gruppo Die Brücke (Il ponte), e un’altra più marcatamente spirituale, aperto all’astrattismo e al primitivismo dei naif, che si riuniva nel collettivo Der blaue Reiter (Il cavaliere azzurro) fondato dal russo Kandinskij nel 1911.

In quest’ultima poetica rientrano le tele agresti di Walther Bötticher (Mucche la pascoloAlti fusti nel sottobosco), che costituiscono una reazione alla città proponendo paesaggi campestri arcadici e gioiosi, mentre Gabriele Münter in Paesaggio con muro bianco (1910) sceglie una prospettiva più onirica, vicina ai paesaggi di Chagall e dei Fauves. Nettamente astratta la Piccola composizione (1913) di Franz Marc, che in un tripudio di colori accosta forme diverse, dai cubi alle sfere. Questa visione prevalentemente “irreale” che caratterizza il blaue Reiter è insita nel nome: il blu è il colore della speranza, utilizzato comunque anche accanto ad altri colori brillanti. Ne risultano opere intrise di un messaggio spirituale profondo, quale l’urgenza di recuperare il rapporto con sé stessi, con l’idillio naturale ormai quasi del tutto perduto. Più raramente il movimento si spinse su toni di osservazione sociale; due begli esempi sono comunque Donne pallide davanti al negozio di cappelli (1913) di August Macke e i Fratelli di Erich Heckel (1913). Il primo guarda con una certa ironia alle donne borghesi che seguono le frivolezze della moda, finendo per essere tutte uguali nello sforzo di essere originali (dipingendole senza volto, Macke ironizza proprio su questo).

august-macke-donne-pallide-davanti-al-negozio-di-cappelli-1913

L’opera di Heckel è invece una xilografia che utilizza il tema familiare per far luce sull’emersione dell’omosessualità in Germania, dove sulla scia di Parigi stavano sorgendo numerosi club per uomini.

Al contrario, Die Brücke nato nel 1905, si caratterizzava per una maggior concretezza: di ambiente principalmente urbano, le tele dei suoi esponenti si ispiravano a Nietzsche e al suo passaggio verso un futuro perfetto attraverso il Super Uomo; gli Espressionisti, più modesti negli scopi, si limitarono a un perfezionamento artistico, congiungendo il neo-romanticismo tedesco con la pittura moderna; la loro, appunto. Seguivano uno stile di vita per certi aspetti riecheggiava quello degli Impressionisti bohémiens nella Parigi del secolo precedente, e una certa sua reminiscenza la si ritrovava nella Berlino del primo Novecento, con i suoi cabaret e i teatri di rivista. Il movimento vantava seguaci anche nelle altre città tedesche, fra cui Dresda, dove Ernst Ludwig Kirchner utilizzava il suo atelier anche come luogo d’incontro per i colleghi, non necessariamente solo per conversazioni artistiche o intellettuali. Ne rende bene l’atmosfera Gruppo di artisti (1913)

ernst-ludwig-kirchner-gruppo-di-artisti-1913-datato-1912

È evidente il tributo all’avanguardia cubista degli esordi, in particolare nei due volti femminili. Sullo sfondo, di un blu inquietante (diverso da quello del blaue Reiter), si muovono figure stilizzate che anticipano Keith Haring. Emerge anche il radicale cambiamento della moda femminile, con le due donne in secondo piano che portano i capelli corti e indossano abiti dello stesso colore dell’uomo in primo piano. L’atmosfera è cupa, l’intimità ingannevole, volta soltanto a ingannare una noia angosciosa.

Die Brücke blaue Reiter che fosse, si trattava comunque di una pittura dal tratto spigoloso, fortemente anti-naturalista, che puntava più ad esprimere, appunto che ad affascinare. Le tele espressioniste sono emotivamente forti, a tratti anche oscene nei tratti dei volti, non c’è innocenza in quei corpi.

La prima stagione espressionista si conclude appena prima della Grande Guerra: nel 1913 si scioglie Die Brücke, l’anno successivo sarà la volta del blaue Reiter; entrambi furono dilaniati dalle controversie interni. Ognuno dei membri aveva infatti sviluppato un suo stile personale, che nel dopoguerra avrà modo di riemergere. Spentasi la voce del cannone, in Germania tornò a palpitare il sentimento artistico, in una situazione diametralmente opposta a quella del 1914: la Repubblica di Weimar era uno Stato in bancarotta, aggredito dalla fame e dalla disoccupazione. E la sua umanità ferita fu il soggetto dell’Espressionismo della seconda fase, che comunque fu ancora all’insegna delle due correnti. Max Pechstein è infatti continuatore del Die Brücke, con il suo osservare quella società avvilita dalla sconfitta, certo, eppure ancora viva e orgogliosa. I suoi Acrobati (1918-19) colpiscono per la prevalenza del rosso dei costumi, e l’allusione vagamente sessuale della posizione dell’uomo e della donna. Resi ancora una volta con i tratti del volto spigolosi, a sottolineare un’ebbrezza dolorosa, la stessa dell’Angelo Azzurro di von Sternberg.

max-pechstein-fantino-1920

L’occhio sociologico di Pechstein continua l’indagine con la Donna che fuma e il Fantino, entrambi del 1920; due personaggi della cafè society  di Weimar, sottilmente debosciati, androgini nel portamento e nel modo di vestire. Nel clima libertario di una Repubblica in sfacelo, i Wandervögel fecero sentire ancora di più la loro presenza; espressione di questo sentire, le tele di Otto Mueller Due nudi al lago (1920) e  Ragazze vicino all’acqua (1926); il nudismo, la trasgressione, l’omosessualità, erano divenute le nuove frontiere di una società stretta fra la miseria quotidiana e la violenza politica (Weimar visse mesi di duri scontri tra conservatorie  socialisti) da una parte, e l’urgenza di evaderle attraverso un superamento della realtà stessa. In sostanza, si trattava di un malriuscito tentativo di creare il Super Uomo nietzschiano. Su questa mancanza, s’inserirà purtroppo il Nazionalsocialismo pochi anni più tardi.

L’Espressionismo cattura la paradossale Germania di Weimar, Paese culturalmente vivace ma che si stava anche avviando all’incubo della dittatura, dove la frangia conservatrice si ergeva mano a mano a maggioranza. Ma il sapersi mantenere in equilibrio fra opposte dinamiche della società, è in fondo la grande forza dell’arte, che riesce comunque a sfoderare un punto di vista oggettivo sulla realtà. Quasi fossero una sequenza cinematografica, un po’ sullo stile di Hogarth, Max Beckmann lavorò alle incisioni della serie Berliner Reise (1922), che raccontano, con vena fra l’amaro e l’ironico, scene di vita quotidiana nella controversa Berlino di quegli anni, stremata dalla crisi economica e dalla crisi politica, eppure culturalmente viva e curiosa, aperta alla sperimentazione e sottilmente perversa. Lo dimostrano i tanti night-club, anche per omosessuali, che erano sorti in città, ultimo baluardo di trasgressione, sulla scorta di Proust. Eppure, la massa è acritica, paga di sfogare un’ebbrezza sempre più tragica, al pari dei baccanali che infuriavano nel Medioevo durante le epidemie di peste.

Questa grande stagione si conclude nel 1938; è l’anno del Patto di Monaco, la Germania si è annessa l’Austria e la regione ceca dei Sudeti, le leggi razziali tracciano il muro fra cristiani ed ebrei, e il primo campo di concentramento (Dachau), è già stato aperto nel marzo del 1933. In quello stesso 1938, Karl Schmidt-Rottluff dipinge l’acquerello Maschera congolese con ciotola, che chiude la mostra. Al di là della vecchia fascinazione delle avanguardie per l’arte africana, questa volta l’artista dona alla maschera un’espressione da tragedia greca, intrisa di dolore e amarezza; un Pierrot africano che presagisce sventure.

karl-schmidt-rottluff-maschera-congolese-con-ciotola-1938

Scrive D’Annunzio che nelle situazioni gravi e drammatiche, la vita interiore di ognuno subisce una vertiginosa accelerazione; la subiscono anche i processi mentali, in preda a una rabbia a un’ebbrezza pressoché incontrollate. La Germania a cavallo tra la fine dell’Ottocento e gli anni Trenta attraversava una fase drammatica della sua storia, inserita nella più grave situazione europea. L’arte, da sola, non può indirizzare il corso della storia; per questo, ci voglio individui pensanti; ma la Germania degli anni Trenta era uno stato ormai totalitarizzato, dove la coscienza individuale non trovava spazio.

A distanza di decenni, alla luce della crisi che l’Europa sta di nuovo attraversando, pur con settant’anni di democrazia, sembra che la coscienza civile stia tornando a dissolversi. fonte 2duerighe.com

Perchè i macchiaioli furono annientati dagli impressionisti?

 
 
 
Quando, nell’estate del 1914, il giovanissimo Roberto Longhi, scrivendo di getto per i suoi allievi romani del liceo Tasso la Breve ma veridica storia della pittura italiana, formulò un’implicita condanna del nostro Ottocento con la frase “Buonanotte, signor Fattori!”, liquidò senza possibilità di appello una fetta in realtà importantissima della storia dell’arte nazionale. Una tradizione “dal vero” che vede i suoi esordi già nella prima metà dell’Ottocento, per poi segnare il passo alla vera rivoluzione, quella che vedrà la luce nel 1855 con la celebre pittura di macchia.

In Italia i primi barlumi di pittura “dal vero” si hanno al Sud, intorno al 1820, con la Scuola di Posillipo, corrente napoletana – a cui si ricollega anche Corot in uno dei suoi viaggi nello Stivale – guidata dapprima dall’olandese Antonio Pitloo, in seguito da Giacinto Gigante, che riprende la tradizione paesaggistica partenopea seicentesca e settecentesca interpretandola con intimismo lirico e romantico unito ad una resa luministica. Un altro esempio è la nascita di una pittura naturalistica nel Veneto, con il veronese Giuseppe Canella e il bellunese Ippolito Caffi, che propongono un’evoluzione del vedutismo settecentesco con inserimento di elementi naturalistici. Ma la grande rivoluzione è quella della macchia, annunciata nel 1852, quando l’attenzione si sposta a Firenze, al celebre Caffè Michelangiolo di Via Larga. E’ lì che alcuni artisti, appena usciti dalle lezioni all’Accademia, iniziano ad incontrarsi, dando vita a dibattiti accesissimi per discostarsi dai dettami accademici e trovare vie originali, che avrebbero rinnovato il modo di fare pittura. Da Firenze l’attenzione passa poi a Parigi, alla prima Esposizione Universale del 1855, che comprendeva opere dei maggiori esponenti dell’arte francese di primo Ottocento, dove ciò che più colpisce gli italiani Serafino de Tivoli, Saverio Altamura e Domenico Morelli andati per l’occasione, è l’opera del ribelle Courbet, in mostra nel padiglione accanto dopo essere stato rifiutato, e quella dei Barbizonniers, pittori che dipingevano dal vero nei dintorni della cittadina di Barbizon, giocando sulla luce e l’ombra. De Tivoli e Altamura, tornati da Parigi, alimentano le discussioni al Caffè Michelangiolo, colpiti dalla capacità dei francesi di bucare le fronde degli alberi con la luce. Nasce da lì, dalla moda del ton gris e dell’utilizzo dello specchio nero per rendere il chiaroscuro, il concetto di macchia, contrasto violento di chiaroscuri – da cui deriva il termine, all’inizio dispregiativo, “macchiajuoli” -, una pittura che utilizza il colore stendendolo per ampie zone cromatiche, macchie appunto, per definire i volumi, conservando poi la tecnica del chiaroscuro per far risaltare la plasticità.

Fattori, “Mandrie maremmane”

Fattori, “Mandrie maremmane”

monet albero luce prato

Accostiamo questo particolare di un quadro di Monet (1891) per sottolineare comunque la notevole differenza tecnica tra Macchiaioli e Impressionisti. Osserviamo il quadro di Fattori. Gli animali sono disegnati e contornati da linee scure.Il colore occupa lo spazio delineato dal disegno. Monet interviene attraverso virgole di colore e luce, eliminando qualsiasi disegno

 

 

Firenze e il Caffè non sono ormai più un fatto isolato, bensì una realtà di scambio di idee e un palcoscenico su cui si alternano artisti e teorici delle più diverse correnti, non soltanto toscani, con l’intento di diffondere a livello nazionale il principio macchiaiolo, formando poi varie scuole regionali, ognuna col suo diverso modo di interpretare la macchia. Così a Rivara in Piemonte, a Resina nel napoletano, dove Adriano Cecioni e Giuseppe De Nittis elaborano la Scuola di Resina, Guglielmo Ciardi che passa al Caffè nel 1868 e rinnova in seguito la pittura veneta, mentre Antonio Fontanesi porta le ricerche sulla macchia in Piemonte. Tutto questo molto prima che in Francia si affermi l’impressionismo. La pittura italiana non è inferiore a quella impressionista, è semplicemente diversa. Innanzitutto, è anticipatrice rispetto alla Francia. Inoltre la stessa scelta dei temi è differente. Poveri e quotidiani quelli degli italiani, legati alla dura vita nei campi della loro realtà quotidiana, ma anche alla verità delle grandi battaglie combattute con ardore, da veri rivoluzionari, nell’ansia di creare una nazione, a testimonianza di una nuova sensibilità che non poteva più riconoscersi nello stile della pittura ufficiale, quella romantica e purista delle Accademie. Più mondani e “frivoli” quelli dei francesi, legati ai ritratti alle signore dell’alta borghesia, alla vita cittadina e alla variazione di luce del paesaggio, una pittura che si esprime al meglio su grandi dimensioni, più libera e sciolta. Oltre a questo, il procedimento di stesura e l’effetto che si vuole ottenere è completamente differente. Gli italiani procedono difatti con un’operazione di estrema sintesi, mentre i francesi con un procedimento esattamente opposto, di analisi. Quel che gli italiani cercano di raccogliere sintetizzando, i francesi disperdono analiticamente, così come la ricerca di un taglio di luce diventa nell’ottica francese la ricerca di un’atmosfera, basata sugli effetti del colore e di un’impressione. Ma dietro agli italiani sta la grande tradizione del disegno, quel senso delle forme e il senso plastico tutto toscano, interpretato magistralmente da Giovanni Fattori, il più grande della scuola macchiaiola.

Fattori, “Pattuglia in perlustrazione”

Fattori, “Pattuglia in perlustrazione”

Un'opera di Claude Monet. Nonostante differenze tra gli esordi e lo sviluppo successivo della pittura impressionista, notiamo una differenza notevole tra la dissoluzione della forma negli impressionisti e l'attenzione ai volumi,da parte dei Macchiaioli. Ciò che li unisce è l'attenzione alla luce, ma mentrei francesi la colgono come un fenomeno frenetico, i macchiaioli la colgono nei ritagli quasi geometrici, attraverso una pittura più distesa e campita

Un’opera di Claude Monet. Nonostante differenze tra gli esordi e lo sviluppo successivo della pittura impressionista, notiamo una distanza notevole tra la dissoluzione della forma negli Impressionisti e l’attenzione ai volumi,da parte dei Macchiaioli. Ciò che li unisce è l’attenzione alla luce, ma mentre i francesi la colgono come un fenomeno frenetico, i macchiaioli la ricreano nei ritagli quasi geometrici, attraverso una pittura più distesa e campita

Gli impressionisti al contrario il disegno lo snervano, lo sfaldano nella luce, abbandonando i contorni e dissolvendo l’immagine. Ma perché gli italiani, pur nella loro grandezza, che non li rese inferiori agli altri, non ebbero la fama e la fortuna dei francesi? Le motivazioni possono essere più di una. Innanzitutto la situazione storica e geografica dell’Italia, molto diversa da quella francese. La prima e la seconda guerra di indipendenza, le conseguenti annessioni al Piemonte della Toscana e dell’Emilia, l’impresa di Garibaldi, la conquista del Mezzogiorno, porteranno a quell’“Unità italiana” che, nonostante i travagli della terza guerra d’indipendenza, permetterà al Paese, nel 1871, di entrare definitivamente nel sistema degli Stati europei.

La pittura figurativa italiana perde così progressivamente il suo ruolo egemonico di fronte ad una realtà artistica ormai di diffusione continentale e viene suddivisa e frazionata per ambiti regionali, per culture locali; non si concentra in un’unica città come succede in Francia, dove Parigi è fulcro non solo del Paese, ma del mondo intero. Perché i francesi radunati a Parigi sono al centro dell’attenzione, identificati attraverso il lavoro di grandi mercanti (come Paul Durand-Ruel) e considerati dai critici d’arte fautori del linguaggio più aggiornato e più alto. In realtà, una pittura come quella italiana, che veniva giudicata “provinciale” poiché legata ad ambiti regionali e a temi modesti, lo era soltanto nei contenuti, non certo nella capacità tecnica, veramente altissima. Lionello Venturi parla di alcune tavolette di Giovanni Fattori considerandole di “livello assoluto”, non inferiori sicuramente alle opere di Monet e compagni. Forse il vero problema degli italiani è stato quello di non avere la fortuna di essere “di moda”. Di non essere nel cuore del mondo in un momento storico in cui tutto ciò che contava era là, a Parigi. Tutto il resto, semplicemente provincia. fonte stilearte.it

OPERE TRAFUGATE DALL’ITALIA, IL MIBAC CONVOCA UN COMITATO PER FARE IL PUNTO DELLA SITUAZIONE

 

 

Il Mibac convoca un comitato per fare il punto sulle opere trafugate dall'Italia

 

Una sentenza non fa primavera e così, dopo la decisione della Corte di Cassazione, che ha che ha sancito che l’Atleta di Lisippo, esposto al Getty Museum di Malibu, deve essere restituito all’Italia, Alberto Bonisoli ha convocato, per il 9 gennaio, il comitato istituzionale per fare il punto sulle opere d’arte appartenenti al patrimonio italiano e che, in diversi periodi storici e per svariati motivi, sono state trafugate e sono finite in altri Paesi, nelle mani di privati o in collezioni museali.
All’incontro prenderanno parte, oltre al Capo di Gabinetto e al Segretario Generale, i rappresentanti dell’Ufficio Legislativo, dell’Ufficio del Consigliere Diplomatico, del Comando tutela patrimonio culturale dei Carabinieri, della Direzione Generale Archeologia, belle arti e paesaggio, della Direzione Generale Musei, nonché dell’Avvocatura generale dello Stato e un consulente per i rapporti culturali internazionali, designato dal Ministro. 
«Ho deciso la convocazione straordinaria del Comitato, che presiederò personalmente – ha dichiarato il Ministro – per esaminare in modo approfondito, puntuale e organico le diverse problematiche che riflettono profili tecnico-giuridici e di diplomazia culturale complessi e molto delicati per l’Italia. Per questo motivo sono già in contatto con i colleghi Bonafede e Moavero. Il Governo è attento e compatto sull’affermazione di principi che sono, prima di ogni altra cosa, di etica e di legalità». 
L’argomento, che coinvolge non solo l’Italia ma molti altri Paesi e per motivi diversi, è di stretta attualità e piuttosto spinoso, considerando la varietà delle situazioni. Gli uffici del Mibac sono a lavoro non solo per analizzare le motivazioni della sentenza della Cassazione sull’atleta di Lisippo ma anche, in collaborazione con la Procura di Firenze, per vagliare tutti i possibili percorsi per consentire la restituzione del Vaso di Fiori, quadro di Jan van Huysum, rubato dai nazisti alle Gallerie degli Uffizi. E proprio su quest’ultimo punto sarà invitato alla riunione del 9 gennaio anche il Direttore del museo, Eike Schmidt, che pochi giorni fa aveva rivolto il suo accorato appello alla Germania. fonte exibart

VAN GOGH. SULLA SOGLIA DELL’ETERNITÀ. IL NUOVO FILM DI JULIAN SCHNABEL ARRIVA A GENNAIO AL CINEMA

Van Gogh. Sulla soglia dell'eternità. Il nuovo film di Julian Schnabel arriva a gennaio al cinema

22 anni dopo il film su Basquiat, Julian Schnabel torna a raccontarci la grande arte, portando sul grande schermo gli ultimi, tormentati anni, di Vincent Van Gogh. Ad interpretare l’irrequieto pittore olandese è Willem Dafoe, candidato ai Golden Globe per il miglior attore in un film drammatico e premiato alla Mostra d’arte Cinematografica di Venezia con la Coppa Volpi per il Miglior attore. Dal burrascoso rapporto con Gauguin a quello viscerale con il fratello, fino al misterioso colpo di pistola che gli ha tolto la vita a soli 37 anni. Tra conflitti esterni e solitudine, un periodo frenetico e molto produttivo che ha portato alla creazione di capolavori che hanno fatto la storia dell’arte e che continuano ad incantare il mondo intero.
Il genio “maledetto” di Vincent Van Gogh, raccontato attraverso gli occhi di un’artista contemporaneo, Schnabel, vi aspetta al cinema dal 3 gennaio.

Estratto di semi di pompelmo: antimicrobico e antibatterico naturale che cura anche l’ulcera

La scoperta dell’estratto di semi di pompelmo risale a circa 20 anni fa e la sua diffusione come antimicrobico naturale

 

 

 

 

 

 

Sebbene molti antibiotici industriali siano diventati del tutto inutili o perfino semplicemente dannosi (a causa della resistenza che i batteri hanno sviluppato per il loro abuso), alcuni antibiotici naturali dimostrano di riuscire a combattere alcune importanti infezioni e malattie  senza sviluppare resistenze, proprio per la loro complessità “naturale”, vincendo là dove l’industria fallisce.

Fra questi prodotti della nutura l’estratto secco dei  semi di pompelmo è risultato fra i più potenti rimedi naturali. Eccone alcune proprietà:

  • Attivo contro batteri (compresi streptococchi, stafilococchi) ed Helicobacter pylori – (ulcera), virus e parassiti, lieviti e muffe (compresa la candida), protozoi (ameba e giardia capaci di produrre diarrea e dissenteria tipiche dei paesi con scarsa igiene), virus anche influenzali ed herpetici (herpes).
  • Antibiotico naturale contro le infezioni interne cutanee, auricolari e orali.
  • Impiegato anche contro alcune forme di dissenteria.
  • Utile anche nelle influenze con complicanze, è anche un potente stimolante delle difese immunitarie.

Preso durante l’influenza ne accorcia la durata alleviando i sintomi

L’estratto di semi di pompelmo (ESP) è una sostanza
naturale estratta dal seme di pompelmo e agisce come antimicrobico
ad ampio spettro, non tossico. E’ disponibile nelle erboristerie
sotto forma di capsule o come concentrato liquido, solitamente
diluito in glicerina vegetale.

L’ESP possiede tutti e dieci gli attributi che dovrebbe possedere
un antimicrobico:

– è ad ampio spettro;
– è potente ed efficace;
– non è tossico e non deprime il sistema immunitario;
– non ha alcun effetto negativo sulla flora batterica;
– è ampiamente documentato e testato, oltre 80 laboratori
hanno testato e studiato la sicurezza dell’ESP e circa 15.000
medici lo utilizzano regolarmente;
– è naturale, perché consiste esclusivamente di
sostanze botaniche naturalmente presenti nel pompelmo e nella
glicerina vegetale;
– è ipoallergenico;
– è biodegradabile, per il beneficio del paziente e
dell’ambiente;
– è compatibile con altre terapie e trattamenti
naturali;
– ha un prezzo accessibile, perché ne bastano poche gocce e
il prodotto dura molto a lungo anche se aperto.

L’ESP può essere utilizzato per via
interna
 specialmente in caso di:
– infiammazioni croniche, che rispecchiano un indebolimento del
sistema immunitario;
– malattie da raffreddamento, come il raffreddore e
l’influenza;
– infezioni gastro-intestinali, tra cui le più comuni sono
diarrea con dolori allo stomaco, nausea e vomito; in particolare
l’ESP è molto efficace contro la dissenteria e le infezioni
gastro-intestinali delle latitudini calde, e si presta ad essere un
utile compagno di viaggio quando ci si reca in paesi esotici con
scarso livello di igiene;
– gastriti e ulcere;
– candida albicans e altre infezioni fungine; l’ESP si è
rivelato un alleato formidabile nel vincere infezioni anche
croniche e nel disintossicare il corpo da altri germi che
solitamente si accompagnano alla candida.

Per via esterna è invece d’aiuto
soprattutto nei seguenti casi:
– infezione al tratto genitale
– parassitosi
– allergie
– herpes alla bocca, afte, alitosi
– mal di gola e tonsilliti
– acne, foruncoli e macchie della pelle
– forfora
– verruche e funghi della pelle, eczemi e punture d’insetti.

Inoltre si può usare in casa per la disinfezione degli
utensili di cucina, dei biberon, per la pulizia degli spazzolini da
denti, etc… e in viaggio per la disinfezione di frutta e
verdura.

L’estratto di semi di pompelmo è dunque un prezioso dono di
natura, che può aiutarci a vivere meglio, anche se per
ritrovare uno stato di salute effettivo e duraturo occorre agire
contemporaneamente su livelli diversi, purificando l’organismo,
imparando tecniche di rilassamento, evitando fonti di
intossicazione e seguendo regole alimentari e di vita corrette

GLI IMPRESSIONISTI A CATANIA, LA MOSTRA CON 200 CAPOLAVORI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si intitola “Percorsi e segreti dell’Impressionismo” la mostra ospitata al Palazzo Platamone da sabato 20 ottobre al 21 aprile 2019 e che racchiude un percorso straordinariamente unico: quasi 200 capolavori dell’arte con opere di Renoir, Cézanne, Manet, Monet, Gauguin, Degas, Pissarro, Delacroix e di quasi tutti gli artisti che parteciparono alle otto mostre ufficiali dell’Impressionismo.

L’Impressionismo è una corrente artistica nata a Parigi nella seconda metà dell’Ottocento, precisamente tra il 1860 e il 1870, e durata fino ai primi anni del Novecento. Nasce in contrapposizione all’arte accademica dell’epoca sfidando la critica con opere apparentemente incomplete, spesso realizzate in poche ore.
Punto cardine dell’arte impressionista è la pittura “en plein air” (all’aria aperta). Gli artisti impressionisti abbandonano il chiuso degli atelier per dipingere la realtà “dal vivo” e cogliere così l’infinita varietà della sfumature che compongono i colori.
Questo nuovo approccio alla pittura è reso possibile anche grazie all’invenzione del “cavalletto da campagna” (portatile) e dei colori in tubetto, più pratici da usare negli spostamenti e più immediati, visto che non costringono l’artista a mescolare i pigmenti per formare i colori. Le opere degli impressionisti non rappresentano la realtà così com’è ma in base a come viene percepita dall’occhio dell’artista nel momento in cui la dipinge. I colori non sono più mescolati sulla tela ma vengono semplicemente accostati, dando vita a spettacolari contrapposizioni cromatiche (es. I papaveri di Monet) e a immagini non chiaramente definite, quasi sfocate. A questo proposito uno studio di un neurologo australiano sostiene che tale rappresentazione della realtà derivi dalla miopia che affliggeva i padri dell’arte impressionista e in particolare Monet. Ma questa è una tesi tutta da dimostrare.
Alcuni degli artisti impressionisti, in particolare Monet e Renoir, spesso pongono i loro cavalletti uno di fianco all’altro per dipingere lo stesso paesaggio e confrontare le opere una volta ultimate. Prediligono ritrarre paesaggi urbani, tra i soggetti preferiti c’è la città di Parigi, che loro vivono intensamente nelle folli notti di fine secolo.
I più grandi esponenti dell’impressionismo sono Édouard Manet, Claude Monet, Edgar Degas, Pierre-Auguste Renoir, Alfred Sisley, Camille Pissarro , Paul Cézanne e Jean-Frédéric Bazille.
La prima mostra di questo gruppo di artisti si tiene a Parigi il 15 aprile 1874, presso lo studio del fotografo Felix Nadar. Alla mostra partecipano Claude Monet, Edgar Degas, Alfred Sisley e Pierre Auguste Renoir. Inutile dire che l’evento non incontra il favore della critica. I primi tempi per gli impressionisti sono difficili. Qualche mese dopo la mostra da Nadar, il gruppo è costretto a organizzare una vendita delle opere presso l’hotel Drouot a Parigi per recuperare fondi da destinare a nuove mostre, ma è un nuovo fiasco: con il ricavato riescono appena a coprire i costi delle cornici. Fondamentale, per la sopravvivenza degli impressionisti fu l’intervento dell’imprenditore francese Paul Durand-Ruel, uno dei pochi a credere in quel gruppo di giovani artisti fin dall’inizio. Tra il 1891 e il 1922, Durand comprò circa 12 mila opere di Monet, Manet, Pissarro, Degas, Renoir ecc. Monet, a proposito di Durand, disse: Monet: “Senza Durand saremo morti di fame tutti noi impressionisti, gli dobbiamo tutto”.
Lo stesso nome “impressionismo” deriva dal giudizio poco lusinghiero del critico d’arte Louis Leroy che, prendendo spunto dall’opera di Claude Monet Impressione. Levar del sole (sotto) fece dell’ironia sul modo di dipingere di quel giovane gruppo di artisti, considerando le loro opere incomplete, poco più che “impressioni”, appunto.

Oltre l’onda, a Bologna la Mostra di Hokusai Hiroshige.

 
Il Museo Civico Archeologico di Bologna dal 12 Ottobre fino al 3 Marzo 2019 ospita le opere della corrente “ukiyoe” (uno stile che si distingue per le potenzialità espressive, l’assenza di profondità, i contorni ben definiti e gli accostamenti cromatici armonici) dei due più grandi Maestri del Mondo Fluttuante giapponese: il dirompente Hokusai e l’atmosferico Hiroshige.
L’esposizione Hokusai Hiroshige Oltre l’onda, Capolavori dal Boston Museum of Fine Arts, presenta per la prima volta in Italia una selezione di c.ca 270 opere.
Il progetto suddiviso in 6 sezioni tematiche è una produzione firmata MondoMostre Skira, in passato già impegnata nella mostra Hokusai, Hiroshige e Utamaro presso Palazzo Reale di Milano.
Hokusai incanta con i suoi dipinti su rotolo, le sue silografie ed un uso sapiente del blu di Prussia, che inonda le sue stampe raffiguranti bellezze paesaggistiche e naturalistiche dell’arcipelago nipponico (come quelle del lago Suwa nello Shinano – 1834-1835). Non sembra possibile che Hokusai abbia visitato tutti i luoghi da lui descritti: è probabile infatti che si sia servito della sua fervida fantasia e di guide illustrate. Le decise linee di contorno degli elementi della composizione sono il risultato dell’alternarsi di pennellate più sottili e rotonde, a tratti più ampie e spesse. Una straordinaria profusione di inchiostro e di colori ci avvolge. Le tonalità tenui amplificano le atmosfere idilliache e le composizioni possono fare a meno di ombreggiature e di volumi tridimensionali, in quanto vivono di una loro profondità intangibile. Con il suo approccio realista riproduce ogni dettaglio delle caratteristiche formali degli elementi. Novant’anni spesi tra pennelli, colori, poesia grafica, un tripudio di inventiva e genialità di questo “vecchio pazzo per la pittura”. Sperava nella magnanimità della vita per poter diventare finalmente un “vero artista”. Quando nel 1839 scoppiò un vasto incendio, che coinvolse anche la sua abitazione, con essa vennero distrutti tutti i suoi dipinti e disegni. Oggi diremmo che a
purtroppo non fu un “atto alla Bansky”. Hokusai riuscì a salvare solo i pennelli, la cosa a cui sicuramente teneva di più, gli unici strumenti che gli avrebbero permesso di continuare a creare, sperimentare, dipingere. Poco interessò a Hokusai della perdita della casa, in quanto durante la sua longeva vita aveva effettuato tantissimi traslochi, pur di evitare la noia delle pulizie.
“Quando le mani sono occupate il cuore è sereno”. Così affermava Akira Yoshizawa, maestro origamista. Le sue parole sembrano trovare un riscontro perfetto “nell’Autoritratto di Hokusai da giovane con cinque pennelli contemporaneamente tra le dita delle mani, dei piedi e in bocca” (1848).
Ammirando le sue opere quello, che ci chiediamo è su cosa si soffermano gli occhi rapiti dei passanti raffigurati o di quelli dei poeti seduti nelle vicinanze di cascate, mentre sorseggiano del tè. O ancora ci può capitare di incrociare lo sguardo del poeta cinese Li Bai, che brama dalla voglia di buttarsi tra le acque di questi incantevoli specchi d’acqua o scorgere Yoshitsune intento a lavare il proprio cavallo tra le mille bolle bianche schiumeggianti e refrigeranti. Tutto è stupefacente e affascinante. Questo è quello che ci potrebbe anche accadere, se ci immedesimassimo nello sguardo di chi sta percorrendo l’immenso Sentiero riparato (1873) dell’impressionista Monet.
Non è un caso se tra le serie di maggior successo degli anni trenta, troviamo proprio le cascate e i ponti, anche se fu con le Trentasei vedute del monte Fuji (in realtà quarantasei), che Hokusai raggiunse la “vetta” della notorietà, massima espressione della sua vulcanica creatività.
In particolare la Grande onda presso la costa di Kanagawa (1830-1832 c.ca) ebbe tra il pubblico un travolgente impatto visivo nonché “mnemonico”, in quanto è un’opera-simbolo dell’arte giapponese identificativa del suo autore. L’innevato monte Fuji, che si intravede in lontananza, sembra essere inghiottito insieme a delle barche di pescatori dall’immensa onda dalla schiuma bianca, che domina la scena in primo piano. Le minuscole figure sono in palese difficoltà nel tentare di domare il vorticoso fluire delle acque e si piegano in balia del moto ondulatorio e tempestoso dei flutti. Sono come giunchi nelle mani del destino. Puoi “sfidare” la natura, ma solo fino ad un certo punto (ad esempio durante la pesca di Kajikazawa nella provincia Kai, 1830-31 circa), perchè sarà sempre più grande di te. La Grande onda è infatti infrangibile, maestosa, dinamica  nel suo take away rispetto ad un monte Fuji, che si staglia immobile sullo sfondo.
Questa opera è la dimostrazione di una pittura irruente dall’incredibile carica vitale eppure controllata e rigorosa. A differenza del solito minuzioso tratto policromo di Hokusai e’ impostata esclusivamente sulle tonalità del blu e del bianco. Una cromia ridotta all’essenziale, che disarma con la sua semplicità, ma allo stesso tempo racchiude in sé una grande forza scenica.
Ben diversa e’ la non “emergente” onda del pittore francese Courbet del 1869, in cui un cielo minaccioso non basta a far “intimorire” ed innalzare l’increspatura del mare.
Hokusai più di ogni altro artista giapponese destò generale ammirazione e ispirazione in Europa e in particolare tra alcuni dei principali esponenti del movimento dell’Impressionismo come Manet, Monet, Van Gogh, Lautrec e Gauguin.
Monet si considerava “fidèle èmule d’Hokusai” e non appare perciò strano, che Renoir definisse la sua Terrazza a Sainte-Adresse del 1867 come “il dipinto giapponese con le piccole bandiere”: fonte dell’ispirazione dell’opera fu Il Fuji visto dal Sazaido (1830-1832 c.ca), con cui ha in comune l’intima contemplazione della natura. Van Gogh invece inserì alcune opere nipponiche di Hokusai (Donna e ragazza con cannocchiale, Il ponte di barche a Sano, Fuji rosso e Fuji sullo sfondo dei ciliegi in fiore) come sfondo ai suoi ritratti (Ritratto di Père Tanguy – 1887 -). Rimandi alla grafica nipponica si percepiscono anche nei manifesti pubblicitari di Toulouse Lautrec per la cromia ridotta distribuita a toni piatti entro contorni ben definiti e per le pose acrobate delle figure stile Manga di Hokusai. L’ispirazione non riguardò solo la cerchia degli impressionisti: sull’onda del maestro nipponico si mosse infatti anche il suo “allievo” Hiroshige (1852-58): piu’ giovane di lui di vent’anni, divenne celebre grazie ad una serie che illustrava la grande via che collegava Tokyo a Kyoto, “le Cinquantatré stazioni di posta del Tokaido”. Alle Trentasei vedute del monte Fuji di Hokusai (1830-32 circa) seguirono a distanza quelle di Hiroshige con vedute simili (la Grande onda di Hokusai viene citata in Awa, I gorghi di Naruto (1855), anche se l’opera presenta un’inquadratura meno irruenta e drammatica).
La varietà degli elementi stagionali e atmosferici come le candide nevi (Veduta con la neve, 1853),  le intense piogge (Ohashi. Acquazzone ad Atake, 1857), le soffici nebbie, i luminosi bagliori di luna, che Hiroshige seppe farli percepire in modo quasi sensoriale (come negli aquiloni al vento del suo May Belfort -1895-), gli valsero il titolo di “maestro della pioggia e della neve”. Era infatti abilissimo nella descrizione e nella differenziazione delle condizioni meteorologiche. Anche l’astrattista lineare ed immersivo W. Kongdon seppe tradurre nei colori e nella materia dei suoi dipinti i ritmi stagionali e il dinamismo interiore della natura pianeggiante lombarda.
Il raffinato tratto di Hiroshige raggiunge una certa rarefazione, nonchè contemplazione figurativa sospesa nel tempo e dalle mille sfumature emotive, nella sua cascata Roben del 1843. Anche il principale esponente dell’arte povera Jannis Kounellis, nel suo “Senza titolo” del 1963 raffigurante una barca a vela, crea un’atmosfera ovattata, che suggerisce l’introspezione. La ricerca di un’armonizzazione tra l’oggetto in primo piano e lo sfondo si contrappone però a quella dei due artisti nipponici.
Il loro infatti è un sapiente equilibrio di pieni e di vuoti, che si controbilanciano nello spazio del foglio con un elemento che talvolta prende vita in primissimo piano con dimensioni volutamente esagerate e mai mostrato per intero, lasciando tutti gli altri elementi del paesaggio di contorno sullo sfondo.
La natura calma e rasserenante ( Il ponte di Yatsumi, 1856), la freschezza e la limpidezza dei contenuti, la capacità di sintesi e di leggerezza: tutto questo è Hiroshige. Come disse anche Steve Jobs: “La semplicità può essere più difficile della complessità: devi lavorare duro per ripulire il tuo pensiero e renderlo semplice. Ma alla fine paga, perché una volta che ci riesci puoi spostare le montagne”.
Sia Hiroshige che Hokusai si rivelarono infatti grandi nella loro semplicità. Su questo non ci piove.
 fig. 1 La grande onda presso la costa di Kanagawa, dalla serie Trentasei vedute del monte Fuji (1830-1831 circa), Hokusai
fig.  2 
Il ponte di Yatsumi, Hiroshige (1856) 

Info

 
Museo Civico Archeologico di Bologna
Dal 12 Ottobre al 3 Marzo 2019
Sito web: http://www.oltrelonda.it/mostra-hiroshige

fonte: news-art.it
1 2 3 4 5 6 7 12

Iscriviti al blog tramite email

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog, e ricevere via e-mail le notifiche di nuovi post.

Unisciti a 6.964 altri iscritti

Chi sono

Vittorio Ballato è un artista in costante evoluzione.

Pierluigi Gammeri

Email : vittorioballato@gmail.com

Traduci