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SBLOCCARE IL QUINTO CHAKRA CON 5 ESERCIZI YOGA

  

 

 

Il quinto chakra Vishuddha , conosciuto anche come chakra della gola, è la nostra voce. Governa la capacità di esprimerci, ascoltare e comunicare con gli altri. Ci sfida a pensare e riflettere su ciò che diciamo e ciò che trasmettiamo al mondo, ci aiuta a comprendere qual è la nostra verità e quanto siamo disposti a condividerla. La relazioni sociali sono oneste, aperte e spontanee quando il chakra Vishuddha non è ostacolato.

Quando il quinto chakra è aperto e bilanciato la nostra capacità di comunicare e ascoltare è al suo picco massimo.

Per bilanciare questo chakra, lo yoga suggerisce di concentrarsi sulla parte superiore della schiena e sulla gola per aprire i canali verso questo importante centro energetico.

Cosa succede se il quinto chakra è bloccato?

Se il tuo chakra della gola è bloccato potresti trovarti vittima dell’incapacità di comunicare efficacemente quando ne hai più bisogno e non esprimere o perseguire i tuoi bisogni e desideri. Forse desideri ardentemente realizzare i tuoi sogni e vivere con uno scopo forte e chiaro, ma sembri non essere in grado di arrivare fino in fondo. Questi sono segni comuni che il chakra della gola non funziona al suo livello ottimale.

I sintomi non fisici di questo blocco possono essere più prevalenti. Tra i segni più comuni ci sono:

  • Paura di parlare
  • Incapacità di esprimere e articolare i propri pensieri
  • Timidezza
  • Incoerenza nelle parole e nelle azioni
  • Ansia sociale
  • Inibizione della creatività
  • Testardaggine
  • Distacco

Un blocco nel chakra del cuore può anche portare a sintomi fisici nella zona del corpo da esso governata, ad esempio:

  • Mal di gola cronico
  • Frequenti mal di testa
  • Problemi dentali
  • Ulcere della bocca
  • Raucedine
  • Problemi alla tiroide
  • Laringite
  • Dolore al collo

Di conseguenza, il blocco può anche avere un impatto sulla salute fisica. Quando sperimenti tali segni di disagio fisico, le pratiche di guarigione focalizzate sulla parte superiore del corpo, in particolare sul collo e sulle spalle, possono portare sollievo e consentire all’energia di muoversi più liberamente.

Esercizi yoga per sbloccare il quinto chakra

Sukhasana con stretching del collo

Un quinto chakra non equilibrato spesso è causa di tensione nel collo e nella mascella. Ad esempio può capitarti spesso di digrignare i denti o avere le spalle tese.

Inizia sedendo comodamente in Sukhasana e posiziona un blocco da yoga sotto le natiche, se necessario. Inclina leggermente la testa da un lato all’altro, osservando se c’è tensione. Successivamente ruota lentamente la testa prima in senso orario e poi antiorario, allungando più che puoi i lati e la parte posteriore del collo. Assicurati anche che la mascella sia rilassata. Continua per 1-2 minuti.

Matsyasana (Fish pose)

Matsyasana

Questa posa è estremamente utile per aprire la gola e il petto, stimolare la tiroide e rafforzare i muscoli della schiena.

Inizia sdraiandoti a pancia in su e poggia i palmi delle mani sulle cosce, poco sotto i fianchi. Mantieni le mani in questa posizione per tutta la durata di quest’asana. Ora immagina che ci sia una calamita in mezzo al petto che ti tira su. Inspirando, inizia lentamente a sollevare il petto verso l’alto. La corona della testa, o la parte posteriore della testa, deve toccare il pavimento e gli avambracci rimangono rilassati. Mantieni questa posa per 2-4 respirazioni e poi torna a terra lentamente. Se senti tensione all’altezza del collo o nella gola, abbassa lievemente il torace e prova a poggiare la testa in un’angolazione diversa.

Salamba Sarvangasana

La posa della “candela” è portentosa per riallineare i nervi che scorrono nel collo e stimolare la tiroide. La posa calma la mente mentre dà energia al corpo. Poiché è anche un’inversione, il sangue inizia a circolare meglio lungo tutto il corpo e la mente diventa più lucida.

Puoi iniziare a ridosso di una parete, appoggiando le gambe sul muro e le anche vicino al muro. Punta la pianta dei piedi contro il muro e poggia le mani saldamente a terra. Da qui puoi iniziare a sollevare lentamente i fianchi, appoggiando saldamente i piedi sul muro. Una volta su, puoi portare le mani dietro la parte bassa della schiena per sostenerla e sollevare una gamba alla volta, o entrambe le gambe, nella posa finale.

Stai attento a restare perfettamente fermo per tutta la durata dell’asana. Mantieni la posa per 2-4 respiri, poi scendi a terra lentamente appoggiando i piedi sul muro e abbassandoti sul tappetino. Se avverti qualsiasi tipo di dolore o fastidio al collo, interrompi la posa.

Purvottanasana (Upward plank)

Purvottanasana

Purvottanasana porta un allungamento di spallecollo e parte superiore della schiena, liberando la tensione da tutta la parte anteriore del corpo.

Per assumere questa posa, inizia con la seduta in Dandasana e posiziona le mani dietro i fianchi, con le dita puntate verso di te. Inspira profondamente e, dopo aver espirato, premi sulle mani e solleva i fianchi, puntando i piedi a terra e stendendo le gambe. Cerca di aprire il petto verso il cielo e, se il tuo collo è comodo, puoi abbassare delicatamente la testa. Lascia il collo in posizione neutra se avverti qualche fastidi. Mantieni l’asana per 2-3 respiri e poi esci dalla posa abbassando i fianchi e tornando a sederti a terra.

Balasana (Child pose)

Balasana

La posa del bambino è un’asana meravigliosa e rigenerante che distende la parte superiore della schiena, il collo e la gola. Puoi tenere le ginocchia unite o separate, a seconda di come ti senti più a tuo agio. STendi bene le braccia davanti a te e tieni le mani aperte e sderenti al tappetino. Puoi anche posizionare un cuscino sotto i fianchi per rendere la posa più confortevole. Cerca di lasciar andare tutte le tensioni che senti accumulate nella schiena e rilassati con ogni respiro. Mantieni la posa per circa un minuto.

Durante questi esercizi cerca sempre di immaginare la libertà che senti quando sei in grado di essere te stesso, dire la verità e comunicare al meglio delle tue possibilità in ogni situazione e con ogni persona. Ripeti questo mantra nella tua testa:

Ho il diritto di dire la mia verità. Amo condividere le mie esperienze e la mia saggezza. Sono in pace.

fonte meditazionezen.it

VAL DEMONE, TRA GELSI E BACHI DA SETA

 

 

“Ti salutu fonti di mari,/ ccà mi manna lu Signuri:/ tu m’ha dari lu to beni,/ jò ti lassù lu me mali.”

Dal medioevo ai primi anni del secolo scorso, la sera precedente la festa dell’Ascensione la gente di Messina correva a frotte verso la spiaggia, si inginocchiava e ripeteva per nove volte di segui­to, a ogni flutto, questa curiosa preghiera.

Immediatamente dopo tutti raccoglievano un pugno di sabbia. «L’arena raccolta [andavano] poi a gittarla su tutti i tetti delle persone che [allevavano] il baco da seta, gridando con gioia: Setti liviri a cannizzu».

Un bell’augurio davvero! Sette libbre di bozzoli a gratic­cio era molto di più di quanto mediamente rendesse la bachi­coltura; senza considerare gli anni di mancata produzione per un qualsiasi capriccio dell’oscuro santo che proteggeva i bachi, San Giobbe, tradituri per sua indole e fin troppo tole­rante verso le fattucchiere che mandavano il malocchio ai filu­gelli.

Ho voluto prendere le mosse da quest’antico rito di puri­ficazione tutto messinese, documentato da Tommaso Cannizzaro (1838 -1912), per sottolineare la grande rilevanza economica e socio­culturale di un’attività, la bachi-sericoltura, che è stata per secoli il fiore all’occhiello dell’economia della città dello Stretto e del suo hinterland contadino, fino al punto da influenzare i comportamenti di gente che nulla aveva a che vedere con bachi e filande. L’allevamento del baco da seta non era un segreto per nessuno nella Messina medioevale e moderna: sapevano tutti che la bigattiera era ospitata tra le pareti domestiche di tanta povera gente che aveva così un’oc­casione per sbarcare bene o male il lunario. Tutti conosceva­no le ansie e le speranze delle donne che badavano ai filugel­li con la stessa attenzione che le mamme dedicano ai loro bambini. E non si scandalizzavano se le uova del mutevole insetto, amorevolmente avvolte in un panno di lino, venivano fatte scovare tra i seni delle bachicoltrici. Anzi, avevano per queste donne lo stesso rispetto che solitamente si porta alle gestanti

Non era nemmeno segreto per nessuno, a Messina e nel­ Val Demone, la metamorfosi dei filugelli: appena nati cominciavano a brucare le foglie che le donne avevano smi­nuzzato nei graticci; crescevano a vista d’occhio e, dopo quattro mute, si rinchiudevano in bozzoli formati dalla loro stessa bava, per uscirne una quindicina di giorni appresso sotto forma di farfalla. Questo salto di qualità potevano però solo farlo pochi esemplari cui era affidata la continuità della specie: mentre il grosso dei bozzoli veni­va inviato alla svelta alle filande per estrarne la seta, le poche farfalle cui era concesso di sgusciare dall’involucro non per­devano tempo ad accoppiarsi per deporre nell’arco di poche ore le uova, e subito dopo morire.

Ora, se è assodata la larga diffusione nel Messinese della cultura bachi-sericola, non è facile ricostruirne la genesi, anche se si può ipotizzare che la città dello Stretto sia stata una delle prime stazioni europee dell’antica via della seta che, com’è noto, si cominciò a tracciare in Cina ben 2600 anni prima dell’era cristiana. Sappiamo da Confucio che in Cina la plurimillenaria avventura sericola ebbe inizio all’epo­ca dell’imperatore Ho-Ang-Ti il quale, fortemente impressio­nato della metamorfosi dei filugelli, incaricò la moglie Si-Ling-Ki di studiarne il comportamento. Dopo averli osserva­ti per alcuni giorni, l’imperatrice prese a dipanare i bruchi e a utilizzarne il filo tessuto. L’allevamento dei primi bachi (forse direttamente sui gelsi) fu la tappa successiva di una scoperta che avrebbe consacrato Si-Ling-ki «Dea della seta» e i Cinesi «Seri». Seres, li chiamavano infatti i Romani all’epoca di Augusto, quando i cittadini dell’Urbe vennero a contatto con i primi mercanti provenienti dall’Impero Celeste e la seta divenne il tessuto preferito dalle matrone.

A quell’epoca già da millenni in Cina esistevano grandiose fabbriche imperiali che producevano stoffe di seta da utilizzare nei cerimoniali di corte, ma anche nelle funzioni di rappresentanza internazionale, se è vero che alcuni dei drappi più belli erano inviati in dono a sovrani stranieri. Della seta i Cinesi fecero addirittura moneta di scambio e prodotto strategico, il cui segreto fu gelosamente custodito nei recessi della corte imperiale e tutelato da una legislazione così severa da prevedere pene durissime per chi avesse abbattuto piante di gelso e la condanna a morte atroce per chiunque avesse svelato il processo produttivo dell’attività serica.

Bisognava che passassero tremila anni dalla scoperta dell’imperatrice Si-Ling-Ki perché ne venissero a conoscenza il Giappone e l’India, «grazie all’astuzia di una principessa cinese andata in sposa al re del Turkestan la quale, per non rinunciare ai suoi abiti di seta, nascose nei capelli le uova del prezioso animale». O, perlomeno, così vuole la leggenda.

Bisanzio i primi bachi da seta fecero ingresso ai tempi di Giustinano, ben nascoste dentro le canne dei bastoni di due monaci che lo stesso imperatore aveva inviato in Asia a diffondere il messaggio cristiano. Nel Nord Africa e nel resto d’Europa la bachicoltura fu introdotta dagli Arabi. I paesi europei che se ne avvantaggiarono per primi furono però i Normanni. I quali favorirono l’incremento dei gelseti a scapito del cotone e, nello stesso tempo, svilupparono anche l’industria della seta, utilizzando manodopera specializzata proveniente dalla Grecia. «A Vienna – nota Denis Mack Smith – esiste ancora un bel manto di seta in cui è ricamata un’iscrizione in lingua araba ove è detto che era stato tessuto nella fabbrica reale di Palermo nel 1133-34: questo laboratorio si trovava nel palaz­zo e vi lavoravano, oltre a operai della seta, orefici e gioiel­lieri». Da Palermo l’industria serica si diffuse prima in tutta la Sicilia e successivamente nel resto dell’Italia, per esser poi estesa alla Provenza, a Marsiglia, a Lione e ad altre regioni d’Europa.

L’area siciliana dove l’attività bachi-sericola si sviluppò meglio fu, però, il Val Demone. E non è da escludere che nel palazzo reale di Messina, inaugurato verso il 1140, «sia sorto, a somiglianza del laboratorio di Palermo, un edificio per indumenti reali» che, con ogni probabilità, produceva panni anche per i Messinesi, considerato che nel 1160 Guglielmo concesse loro l’esenzione dall’obbligo di comprarli dalla corte. L’attività serica a Messina continuò ad essere fiorente sotto gli Svevi e gli Aragonesi. Subì un grave ridimensiona­mento dopo la cacciata degli Ebrei (1492), che detenevano il monopolio della produzione e della commercializzazione dei prodotti serici. Ma si riprese presto con l’immissione di capitali e manodopera provenienti da Lucca e da Catanzaro.

Nel 1530 Carlo V concesse ai Messinesi i Capitoli della seta, una importante regolamentazione del processo produtti­vo, gestita in stretto rapporto con il Tribunale del Real Patri­monio dai Consoli dell’arte, autorizzati ad effettuare ispezio­ni «a tutte hore», multare i contravventori e, all’occorrenza, bruciare «in più lochi» la merce scadente. Ma già prima, nel 1517, la regina Giovanna aveva accordato ai Messinesi il privilegio di esportare la seta a Cagliari e a Siviglia. Filippo IV stabilì addirittura che tutta la seta siciliana fosse esportata dal porto di Messina. Si sviluppò di conseguenza una prestigiosa attività manifatturiera che riceveva importanti committenze dal clero e dalla nobiltà. Messina fu inoltre beneficiata di una fiera franca della seta che attirava un numero considerevole di mercanti stranieri, soprattutto genovesi, biscaglini e norvegesi.

Nel 1664 la città dello Stretto perse il privilegio dell’e­sportazione esclusiva della seta, per l’atteggiamento antispa­gnolo dei suoi abitanti. Le conseguenze furono disastrose sia in termini economici che di ordine pubblico. Comunque, l’at­tività serica bene o male continuò. Si riprese decisamente sotto i Borboni, grazie ai nuovi Capitoli concessi dalla Coro­na nel 1736 e al parziale ripristino del privilegio del porto di Messina, da cui era obbligatorio esportare la seta prodotta nel Val Demone, che costituiva la stragrande maggioranza della produzione serica siciliana.

A dimostrazione della obbligatorietà di questa disposizio­ne, basti ricordare che, richiamando un apposito «Real biglietto» del 13 dicembre 1753, un Bando e Comandamento del Marchese di Trentino, maestro razionale del Tribunale del Real Patrimonio, subito dopo stabilì che tutti gli abitanti del Val Demone dovessero «forzatamente immettere le loro Sete in detta città di Messina, e volendole estrarre, lo [dovevano] fare dal medesimo Porto con pagare grana 30 per ogni libra per l’estrazione, oltre a grana quattro a libra pel pelo [ossia per il trasporto su animali da soma], e gli altri diritti di Regia Dogana, e contravvenendo a tale ordine, si [intendessero] non solo nella perdita delle Sete, ma di dover pagare ancora onze cento per quilibet contravvenzione, a beneficio della Regia Corte […] che in caso di furtiva estrazione di Sete dalli descritti luoghi […] per infra e fuori Regno oltre alle pene di sopra espresse, [avrebbero perduto] gli Estraenti e condutto­ri le Mule, Cavalli, Somari, Carri, Carrette, Bovi ed altri, sopra le quali [si fossero trasportate] dette Sete, e le barche sopra le quali si fossero imbarcate le Sete, o navigate per estrarsi».

Il terremoto del 1783 segnò l’inizio della decadenza dell’attività bachi-sericola. Alla vigilia dell’unità d’Italia si cominciarono ad avvertire i segni di un diffuso disimpegno produttivo dei gelsicoltori, per effetto dell’atrofia di cui erano stati colpiti i bachi (pebrina). Molti proprietari cominciarono ad estirpare i gelsi e a piantare gli agrumi. E frattanto nell’Italia settentrionale s’introducevano nuove razze originarie dell’Estremo Oriente. La malattia che aveva attaccato i bachi in Sicilia fu debellata solo nel 1874. Ma la bachicoltura nel Messinese non scomparve, grazie all’iniziativa di un coraggioso industriale inglese, Tommaso Hallan, «che impiantò sistemi meccanici nelle filande» per produrre la seta greggia. Ma già cinque prima la Camera di Commercio di Messina aveva creato un ufficio di coordinamento delle attività connesse all’esportazione dei bozzoli in Francia e nelle città industriali del nord Italia.  Alla fine del secolo c’erano nove filande, sette delle quali a vapore, con circa mille addetti, in gran parte di sesso femminile. Ma il calo della produzione fu inevitabile: dai 22.000 quintali di bozzoli che si producevano nel 1855 si passò ai 17.000 nel 1880, che si ridussero a 15.545 nel 1888 e a 400 a fine secolo. In queste condizioni non può stupire più di tanto se a partire dal 1898 a Gazzi, villaggio a sud di Messina, una grande filanda che dava lavoro a 650 operaie mal pagate, divenne teatro di un continuo stato d’agitazione delle lavoratrici che reclamavano migliori condizioni di vita e di lavoro. La situazione precipitò nel 1904: «un clamoroso sciopero, come non s’era mai visto a Messina, bloccò letteralmente il territorio a sud della città». E la protesta, «che sapeva più di ribellione politica che di rivendicazione sociale», si estese a tutte le altre filande, con tutte le conseguenze del caso. A segnare l’inizio della fine della residua produzione di seta grezza in Sicilia fu il terremoto del 1908.

Pur nondimeno, in alcuni villaggi di Messina (Gesso, Pezzolo, Santa Margherita, Giampilieri, Massa San Giorgio, ecc.) la bachicoltura sopravvisse di un ventennio alla secon­da guerra mondiale, anche perché i sensali di Roccalumera continuavano a fare incetta di bozzoli per conto di una filan­da. Chi scrive alcuni anni fa ha avuto modo di raccogliere informazioni da un’anziana contadina di Pezzolo dalla quale ha appreso che fino al 1957 lei stessa allevava bachi da seta: possedeva una bigattiera capiente di trecannizzi e covava le uova con i seni. Inoltre è stato messo a parte di tanti partico­lari curiosi sull’atmosfera che si respirava nei villaggi quan­do veniva il momento di vendere i bozzoli, grazie alle infor­mazioni che, bontà sua, gli passò quello stesso giorno il par­roco di Gesso. Il quale, tra l’altro, possedeva una cotta di seta confezionata in casa, che gli era stata regalata dai familiari il giorno che fu ordinato sacerdote. Oltre a pochi scampoli di memoria e a qualche documen­to d’archivio, ormai non rimane granché della bachicoltura messinese: molte filande sono crollate; se ne sono salvate pochissime, rifunzionalizzate, però. Una, a valle di Galati Mamertino, ospita un ristorante. Un’altra, sita nel Capoluogo, è sede del Museo Regionale di Messina. Sopravvivono qua e là alcune piante di gelso, cui ormai è riservato il triste desti­no di proiettare l’ombra sull’ignavia di una classe dirigente che nulla ha saputo o voluto fare per salvare i tratti salienti dell’identità culturale delle operose comunità che hanno reso famosa nel mondo la tradizione serica messinese.

Eppure, soprattutto nei Peloritani, il paesaggio agrario racconta ancora egregiamente questa storia di lunghissima durata. Se sono venuti a mancare i gelseti, resistono le terraz­ze in muratura a secco (armacie) faticosamente costruite dai contadini per mettervi a dimora le piante di gelso. Questo importante patrimonio etno-antropologico è il precipitato sto­rico di vecchie angherie feudali e di patti agrari particolar­mente vessatori che «facevano obbligo al colono di eseguire, insieme alle opere di manutenzione delle strade poderali e delle armacie, i lavori per una buona conservazione della casa colonica». La stessa dimora contadina testimonia anco­ra dell’allevamento del baco da seta«Serrata alla base dal­l’esiguità dimensionale – osserva Maria Teresa Alleruzzo di Maggio – la casa ha dovuto svilupparsi in altezza, talvolta di tre piani sopra il terreno, dovendo disporre di più locali nei quali ospitare nei mesi primaverili le impalcature lignee a tor­retta (pannalori), su cui vengono disposti orizzontalmente numerosi tramezzi per l’allevamento del baco».

Ma cosa non si faceva per amore del baco da seta (vermu). Se ne face­vano benedire le uova nei venerdì di marzo. Si pregava San’Antonio Abateperché lo proteggesse dal fuoco e dalle formiche, San Zaccaria per preservarlo dai topi. Si cercava di muovere a pietà lo stesso filugello; certe donne di Naso arri­vavano al punto di entrare nella bigattiera perfettamente nude, dicendo ai bachi: vermu, sugnu a nuda, vestimi tu».

Le preghiere, i segni di croce, i riti magici erano all’ordi­ne del giorno. Quando il baco stava per fare la muta, le donne prendevano le necessarie precauzioni, posavano cioè sui gra­ticci tutti i ferri arcuati che riuscivano a procurarsi, «ordina­riamente falci, ronche e roncigli», ma anche uova di galline. Nelle case dove si allevava il baco c’era sempre «un bel paio di corna incastonate al muro»; attaccati all’estremità dei can-nizzi, «teste d’aglio, gruzzoli di sale, conchiglie, denti di porco ed altri ninnoli»; ai muri tante immagini sacre. Si bru­ciava tutti i giorni l’incenso recitando arcaiche orazioni. Si traevano auspici «circa la buona o cattiva produzione della “nutricata” persino dalla vista di una meteora, di una biscia, di un rospo o di una lucertola». E si gioiva, si ringraziava Dio, ci si disperava, ma si sapeva che era tutta questione di fortu­na. «Beato chi ha sorte», si credeva che fosse solito dire lo stesso San Giobbe, lavandosene le mani come Pilato. Rimane il fatto però che, baciate dalla buona sorte o segnate dalla sfortuna, nella provincia di Messina le donne continuarono ad allevare il baco da seta fino a pochi decenni addietro. C’è da chiedersi allora se in quell’area la bachicoltura non possa tornare ad essere un’attività produttiva.

All’inter­rogativo cercò di rispondere un convegno di alto profilo scientifico tenuto il 30 novembre 1984 nel villaggio Salice del comune di Messina con il patrocinio della Presidenza della Regione Siciliana. In quell’occasione uno dei relatori fece notare che bisognava prima ripristinare i gelseti. E aggiunse: «Anco­ra qua e là cresce qualche albero, risparmiato dagli incendi e dall’incuria dell’uomo. Ma occorrerà presto organizzare i vivai le cui produzioni rispondano a rigorosi requisiti geneti­ci e sanitari. Quindi provvedere alla distribuzione agli agri­coltori ne facciano richiesta».

Non se n’è fatto niente, finora. Conforta tuttavia sapere che nel frattempo qualche comune pedemontano dei Nebrodi si è attrezzato per conservare i segni della gloriosa tradizione sericola. A Sant’Angelo di Brolo, per esempio, c’è un Museo di arte sacra all’interno del quale sono conservati dei paramenti di seta prodotti in loco o in altri centri del Messinese. A Ficarral’amministrazione comunale ha addirittura istituito da alcuni anni, ancorché solo a fini dimostrativi e didattici, la “Casa del baco” dove si allevano i filugelli con li stessi metodi di cui «rimane ancora oggi testimonianza nella memoria degli anziani, nei canti popolari e nel lessico familiare». C’è allora da sperare che gli esempi di questo tipo si moltiplichino e diventino presto oggetto di fruizione turistica e laboratori di innovazione progettuale per le iniziative di sviluppo locale. fonte ilcantieredelbaco.

SBLOCCARE IL QUARTO CHAKRA CON 5 ESERCIZI YOGA

 

 

Anahata, conosciuto anche come chakra del cuore, è il chakra che unisce i nostri centri energetici inferiori e superiori e rappresenta il fulcro dei nostri sentimenti più puri, come amore, compassione e gioia. Dal momento che si trova esattamente al centro del cuore, le posizioni yoga benefiche per sbloccarlo e riequilibrarlo sono quelle che aprono il petto, la cassa toracica e le spalle.

Quando il quarto chakra Anahata è aperto e bilanciato ci sentiamo pervasi da generosità, apertura verso gli altri ed empatia: diventiamo naturalmente capaci di amare e donare la parte migliore di noi stessi al prossimo senza secondi fini, sentendoci in comunione con il mondo.

 

Cosa succede se il quarto chakra è bloccato?

Un chakra del cuore bloccato si manifesta principalmente attraverso la mancanza di amore e compassione. Fattori come lo stress e il dolore emotivo – di solito causati da brutti ricordi, rotture, traumi emozionali – possono bloccare il quarto chakra rendendoci difficile creare e mantenere relazioni sane.

I sintomi di un quarto chakra non bilanciato includono:

  • Solitudine
  • Timidezza e ansia sociale
  • Eccessiva rigidità verso noi stessi e gli altri
  • Rancore
  • Incapacità di dare o ricevere liberamente
  • Sospetto e paura, specialmente nelle amicizie e nelle relazioni romantiche

Un blocco nel chakra del cuore può anche portare a sintomi fisici come cattiva circolazioneproblemi cardiaci e malattie respiratorie come l’asma. Se sperimenti costantemente questo tipo di disagi fisici nella tua vita, liberare il chakra del cuore può aiutarti a lenire questi malesseri e condurre una vita sana, sia emotivamente che fisicamente.

Esercizi yoga per sbloccare il quarto chakra

Marjaryasana (Cat pose)

rotazioni fianchi yoga

Per riscaldare i muscoli del torace e della parte superiore della schiena, la cow pose è un buon punto di partenza. Quando la nostra intenzione è aprire il cuore, dobbiamo anche concentrarci sulle spalle e sui muscoli della parte superiore della schiena per assicurarci che siano liberi da da tensioni e che sostengano l’apertura del torace.

Inizia a gattoni, appoggiandoti sui palmi delle mani e sulle ginocchia, il dorso dei piedi che aderisce al tappetino. Mantieni le spalle all’altezza dei polsi e le anche all’altezza delle ginocchia. Inspirando, inizia a sollevare la testa e il coccige verso l’alto. Durante l’espirazione, inarca la schiena, spingi sulle scapole e guarda in basso. Concentrati nel portare le scapole il più vicino possibile tra loro sull’inspirazione e il più lontano possibile l’una dall’altra sull’espirazione.

Ripeti per 6 volte prima di passare alla posa successiva.

Anahatasana

Anahatasana

Questa posa di Yin yoga è ottima per aprire le spalle e ammorbidire la zona del cuore. Crea anche una leggera curvatura nella parte superiore della schiena.

Inizia mettendoti a gattoni, poggiando il tuo peso su mani e ginocchia. Da questa posizione, porta lentamente le mani in avanti e lascia che il tuo petto cada naturalmente verso il pavimento. I fianchi dovrebbero essere all’altezza delle ginocchia e le mani alla stessa larghezza delle spalle. Rimani in questa posa per 2-3 minuti respirando profondamente e poi, se lo desideri, controbilancia con una child pose per 30 secondi.

Se hai problemi con il collo, evita questa posa. Se avverti del formicolio alle braccia, regola la loro posizione e allontanale le une dalle altre. Il formicolio potrebbe essere un segno di un nervo compresso, per cui assicurati di cambiare posizione appena inizi ad avvertirlo. Puoi anche appoggiare il petto su un blocco da yoga per rendere la posa più semplice da mantenere.

Bhujangasana (Cobra pose)

Saluto al sole

Questa posa rafforza l’intera area delle spalle e fornisce un’ottima apertura per il torace.

Per iniziare la posa, sdraiati a pancia in giù assicurandoti che i piedi siano alla larghezza dei fianchi, le punte dei piedi che premono contro il pavimento. Metti le mani sotto le spalle e al contempo premi il tuo osso pubico sul pavimento per stabilizzare la zona lombare. Inspirando, inizia a sollevare il petto dal pavimento finché non senti di non poter andare più in alto senza compromettere la stabilità dell’asana. Tieni le spalle rilassate. Fai due respiri lunghi e stabili e poi torna a terra mentre espiri. Ripeti per altre 5 volte.

Evita questa posizione se sei incinta o hai subito un intervento chirurgico addominale. Se hai problemi con i polsi, rimani sui gomiti (nella posa della Sfinge) oppure appoggia i gomiti su un blocco per ottenere una curva più profonda.

Ustrasana (Camel pose)

Ustrasana

Molto potente per l’apertura del cuore, la posizione del cammello è una perfetta contro-posa per la vita moderna, in cui tendiamo a stare seduti a lungo e incurvarci in avanti. Se siamo stati feriti nella vita, inconsciamente cerchiamo di proteggere l’area del cuore chiudendo il torace e inarcando la parte superiore del corpo. Quest’asana è utilissima per contrastare questa tendenza.

Inizia questa posa con le ginocchia sul pavimento e le gambe leggermente divaricate, il dorso dei piedi ben aderente a terra. Metti le mani sulla parte posteriore dei fianchi, con le dita rivolte verso il basso. Mentre inspiri, solleva il torace, le scapole e inarca la parte superiore della schiena. Quando ti senti pronto, metti le mani una alla volta sui talloni. Assicurati che i tuoi fianchi rimangano all’altezza delle ginocchia. Abbassa delicatamente la testa all’indietro se ti sembra comodo per il collo. Rimani in questa posizione per 3 respiri lunghi e costanti, poi esci lentamente dall’asana rimettendo le mani sui fianchi.

Se ti è difficile mantenere la posizione, puoi tenere le mani appoggiate alla parte inferiore della schiena. Puoi anche puntare le dita dei piedi a terra per sollevare i talloni, rendendo la posa più accessibile. Se soffri di lombalgia o lesioni al collo, evita questa posizione.

Setu Banshasana (Bridge)

Bridge pose

La posizione del ponte aumenta la forza della parte inferiore del corpo, e allo stesso tempo apre il torace.

Per iniziare, sdraiati a pancia in su. Piega le ginocchia in modo da posizionare i piedi il più vicino possibile ai fianchi. Ora afferra saldamente le caviglie con entrambe le mani e mentre espiri comincia a sollevare i fianchi, a partire dal coccige e lentamente alzando tutta la colonna vertebrale da terra. Premi le gambe contro il pavimento e solleva i fianchi. Se ti senti a tuo agio, puoi anche posizionare le mani sotto la schiena intrecciando le dita per avvicinare tra loro le scapole.

Mantieni la posizione per 2-3 respiri lunghi e stabili, poi lascia la presa e abbassa lentamente i fianchi fino a toccare di nuovo il tappetino.

Per un ulteriore supporto, puoi anche posizionare un blocco o un sostegno sotto l’osso sacro.

Mentre apri il tuo petto con queste posizioni, concentrati sull’apertura energica del tuo cuore, rivolgendo i tuoi pensieri all’amore e alla compassione. Ripeti nella tua testa:

“Sono aperto all’amore, provo compassione e connessione con gli altri, sono pronto a dare e ricevere amore”

Dagli skyline delle metropoli agli uccelli: 20 tatuaggi (fashion) ispirati ai viaggi

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Dalle coordinate all’aereo stilizzato, fino al mappamondo, quando i disegni sul corpo diventano opere d’arte. Ecco alcune idee da copiare La bussola Le vacanze estive sono ormai lontane, ma c’è chi riesce a prolungarle con disegni che fermano i ricordi sul corpo. L’ultima rassegna presentata da «Business Insider» è dedicata ai tatuaggi ispirati a viaggi. Nella lista compaiono le immagini più disparate che spesso sono autentiche opere d’arte. Il primo tatuaggio...

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CALL FOR ARTISTS

Alla ricerca di sé … Call For Artists, per i giovani artisti in mostra, la forma e i materiali sono il contenuto, il simbolismo, la tridimensionalità, la materia, prendono vita creando nuove relazioni con lo spazio che le accoglie.
Si manifesta un dialogo tra generazioni e poetiche diverse, in cui si possono individuare due tendenze generali, una che gioca tra bidimensione e tridimensione quasi a creare nuovi linguaggi espressivi, e l’altra si fonda sull’idea di una tridimensione che guarda anche all’architettura e al territorio.

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L’uso sapiente della luce, inoltre, stabilisce un ulteriore legame tra le opere esposte, tra passione e studio, intuizione e sperimentazione, tecnica ed immaginazione, gli artisti compongono le proprie visioni di raffinata qualità, l’uso dei colori dei materiali diventa riflettente, cangiante, mutevole, creando ricche articolazioni e volumi. Le opere diverse per stile, metodo e stampa si completano tramite alcuni fattori come la luminosità, il colore, nelle diverse volumetrie, creando e moltiplicando gli effetti visivi, la vena creativa è inesauribile, da origine a quell’eclettismo e quell’energia che solo qui in Sicilia troviamo.

Dalla pittura all’areografia, dal fumetto digitale alla fotografia, infine la scultura, tra le pareti di Nucleika, lo staff giovane e talentuoso si è dato da fare, per dare spazio ai nuovi artisti emergenti, spesso poco valorizzati e talvolta sconosciuti.
La sperimentazione sul proprio lavoro, rivela i percorsi inconsci ed emozionali, spontanei di ognuno, da interpretare razionalmente a posteriori per ogni singolo artista, che studiando i vari aspetti compositivi, linguistici relativi al dinamismo prospettico creano la propria immagine.

Questi lavori sono: espressivi, coinvolgenti, acuti, stupefacenti, in una parola originali. La loro produzione artistica è interessante per l’accostamento dei materiali anche se non compatibili tra loro, che creano effetti realistici, figurativi ed a volte astratti per un interpretazione assolutamente personale.

Questo processo per ogni singola persona dovrebbe portare alla conquista del tanto agognato “Stile” trovando la dimensione espressiva più congeniale per ogni artista, che scava tra suggestioni e reminiscenze, creando e demolendo i luoghi comuni, diventando portatori di bellezza e di grandi rivoluzioni.
L’Arte è un lungo cammino che bisogna percorrere da soli, si possono condividere con gli altri solo gli stessi paesaggi, gli strumenti e le mete, dove i mondi reali e quelli immaginari degli uomini si sovrappongono, senza limiti, in una ricerca evocativa, quasi enigmatica dell’immagine, che genera effetti stranianti e paradossali creando una dimensione surreale quasi poetica.

“Eclettico” non è solo il risultato di un insieme di opere concepite da menti diverse e realizzate con tecniche diverse, ma piuttosto è il prodotto di uno sforzo congiunto, della voglia di farsi conoscere e di regalare al pubblico un momento di bellezza del patrimonio artistico del nostro territorio, restituendo al fruitore una fetta di cultura visiva contemporanea.
Gli ideatori di questo progetto, hanno scelto con cura gli artisti, maturando la selezione, attraverso i diversi modi di rappresentazione della realtà, il modus operandi di ognuno, dalla pittura su legno alla scultura contemporanea, continuando con l’illustrazione e il disegno tradizionale, la fotografia e la stampa digitale. Non trascurando il legame alla nostra terra e ai colori immortalati negli scatti, che narrano l’evoluzione del nostro tessuto sociale, e la continua trasformazione del nostro ambiente.

Quello che accomuna queste opere è il linguaggio e l’espressione artistica moderna, fuori dai canoni classici e in grado di comunicare emozioni tangibili.
Mi auguro che con l’impegno, la sensibilità, il duro lavoro, possa risorgere ogni giorno la cultura qui a Catania, con l’organizzazione di eventi come questo, dove la bellezza Eclettica trionfa sulla banalità.

 Daniela Maria Costa

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la mostra è visitabile dal lunedì al venerdì dalle 11:00 alle 18:00

sabato su appuntamento
 
 
Il team di nucleika adora l’arte in tutte le sue varianti. E adora l’idea di condividere lo spazio quotidiano con chi ha voglia di esprimere la propria visione del mondo attraverso l’arte.

Per il terzo anno, non abbiamo esitato a riproporre l’iniziativa che accompagna l’inizio della primavera, con una chiamata agli artisti, un’invito democratico, pop, variegato e aperto a tutti. Con sorpresa e soddisfazione anche quest’anno, hanno risposto in tanti, tra pittori, fotografi, illustratori e scultori. Soddisfazione, alimentata dall’idea che il mezzo artistico è sempre una fotografia dell’attuale società in cui viviamo e delle diverse generazioni che abitano il pianeta, e vedere numerosi talenti regala delle buone sensazioni umane. 35 sono i creativi che vi faremo notare, 35 differenti visioni d’artista, che nelle loro speciali differenze renderanno unico il nostro spazio, facendoci notare ed osservare, oggi più che mai, la bellezza e l’originalità della diversità che è linfa vitale nell’arte e nella vita quotidiana.

Alessandra Violacea

La nostra piccola ma sentita iniziativa “Call for artists” giunge al suo terzo anno di vita, una piccola idea nata all’interno dello studio e che oggi diventa più solida e partecipata.
Sembra ieri quando timidamente ci chiedevamo se gli artisti avrebbero risposto alla nostra chiamata e le conferme anno dopo anno non sono mancate. Abbiamo lavorato anche quest’ anno per promuovere quel tessuto artistico che muove la nostra città, che sembra godere di un rinnovato fermento nel campo della pittura, della fotografia, dell’illustrazione e della scultura.

 

La convinzione che l’arte e la cultura siano il motore aggregante la nostra comunità locale ci ha spinto, anche oggi, con più vigore di prima a pianificare e realizzare questa mostra d’arte, accogliendo all’interno degli spazi Nucleika numerosi e svariati artisti nel campo pittorico, fotografico e scultoreo.
Le opere provengono da artisti locali e trattano temi legati al nostro territorio, opere che sono e resteranno testimoni del tempo corrente con le sue sfaccettature che il nostro territorio si porta dietro.

 

Le opere in mostra sono ben 56 e sono il risultato di un’attenta valutazione da parte dei nostri membri; la caratura artistica è molto alta e lo spettatore potrà sperimentare personalmente un percorso evocativo di atmosfere, ambienti e costumi di un passato- presente che affonda le sue radici nella nostra isola Sicilia dando così forma al futuro per la nostra piccola comunità in costante cambiamento. Questa mostra è e sarà, dunque, un momento di arricchimento culturale, un’occasione di conoscenza ed avvicinamento all’arte per il pubblico. Un grande merito per aver fortemente voluto e sostenuto la mostra “Call for Artists” sin dal suo embrionale pensiero va a Lucia Pisana, scenografa, praticamente brava in tutto e all’eclettica e un po’ pazzerella Alessandra Sciarrone, ma il loro più grande merito va assolutamente ritrovato nell’ indefessa capacità di sopportare ancora il sottoscritto.

FONTE: NUCLEIKA.IT

Luis Renzi

Il crocifisso Ligneo di Sant’Angelo di Brolo, Fra’ Umile da Petralia e Fra Innocenzo

 

 

Il 2 e 3 Maggio, a Sant’Angelo di Brolo, viene venerato e festeggiato il SS. Crocifisso, una scultura lignea del 1600 di immensa bellezza e drammaticità.

Per ricordare la storia di questo capolavoro vi pubblico qui di seguito un “racconto”, il quale ho trovato di grande interesse, di Antonio Fasolo.

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Dopo aver effettuato qualche ricerca mi ricordai con sorpresa che la prima volta, un crocifisso del genere lo avevo contemplato ad Assisi. Tutta francescana la cura in cui si esalta l’estrema sofferenza di Dio incarnato comune ai crocefissi di fra’Innocenzo.
 
La seconda volta che vidi quel crocifisso fu circa sei mesi fa, nella località dove mi trovavo a trascorrere un breve periodo di ferie, Sant’Angelo di Brolo in provincia di Messina, il paese d’origine di mio padre, collocato in posizione strategica tra mare e montagna ed al centro di un itinerario storico artistico tutt’altro che trascurabile.
Fu là, nella chiesa appartenuta un tempo al convento di San Francesco, ormai abbandonato ed ora in fase di restauro, che m’imbattei nel commovente e drammatico crocifisso di Frate Innocenzo da Petralia. Ebbi allora la curiosa ma precisa sensazione di aver già visto una scultura quasi identica in qualche altro luogo. Mi colpì in particolare la triplice espressione che il volto di Gesù assumeva a secondo delle angolazioni da cui lo guardavo: al centro quasi sorridente, a sinistra sofferente, a destra con i lineamenti statici caratteristici del rigor mortis.
Dopo aver effettuato qualche ricerca mi ricordai con sorpresa che la prima volta, un crocifisso del genere lo avevo contemplato ad Assisi, all’interno del convento di San Damiano. Anche allora un frate che mi faceva da guida mi fece notare appunto la triplice espressione del volto, che pareva assumere il Cristo, a secondo del l’angolazione dello sguardo dell’osservatore…

Ma la mia ricerca era appena iniziata…. Dopo una breve occhiata sul Web mi accorsi che in altre chiese dell’Italia Meridionale erano venerati crocifissi identici, come in quel di Cutro (Crotone) dove l’opera, risalente al XVII sec. era attribuita invece allo scultore francescano. frate Umile da Petralia! Quest’ultimo come ebbi modo di apprendere, si chiamava in realtà Giovanni Francesco Pintorno, ed era nato a Petralia Soprana, feudo del Duca di Montalto, vicino Palermo, intorno al 1600. In una famiglia numerosa di ben 16 figli, Giovanni Francesco apprese sin da piccolo il mestiere del padre che era scultore ed artigiano. Maturata la vocazione religiosa, nel novembre del 1623, si fece Frate Francescano col nome di Fra’ Umile da Petralia Soprana. Secondo la tradizione egli dedicava le sue giornate alla preghiera, alla meditazione ed al digiuno, nonché ovviamente alla sua grande passione: la scultura , nell’ambito della quale amava più di ogni altra cosa raffigurare il Cristo in Croce. Pare abbia scolpito più d’una trentina di crocifissi, la maggior parte custoditi in chiese della Sicilia o del resto del Meridione, ma anche altrove. Divenne ben presto famoso per la sua bravura ed il suo valore, molte opere infatti gli venivano commissionate anche da altre zone dell’Italia e persino dall’Estero.

Il nostro Fra’ Innocenzo, invece, che pare fosse contemporaneo e conterraneo del suo più noto confratello francescano “Frate Umile da Petralia Soprana”, lavorò soprattutto nelle Marche e nell’Umbria dove realizzò numerosi Crocifissi, a grandezza naturale, altamente drammatici, come quelli di Loreto (Basilica Santa Casa), Assisi appunto (Convento di S.Damiano), Gubbio (Chiesa di S. Girolamo). Altri suoi Crocifissi si trovano a Pesaro, Fabriano, Ascoli Piceno, Senigallia, Cagli, Gradara, S. Lorenzo in Campo, Porretta Terme, , Furnari, Monreale. Due suoi Crocifissi si trovano perfino nell’isola di Malta (Cattedrale di Medina) – (Chiesa di Santa Maria di Gesù di La Valletta).
Frate Innocenzo da Petralia, di cui si sconoscono al momento il nome al secolo, la data di nascita e di morte, eseguì anche statue di Madonne, Santi, e pregevoli reliquiari. Famosa è la Madonna col Bambino
che si conserva oggi nella chiesa di Santa Caterina di Sambuca di Sicilia.
E’ davvero singolare che due scultori nati nello stesso paese, praticamente coetanei, divenuti entrambi religiosi francescani, entrambi utilizzassero la medesima (o quasi) tecnica sculturea. I loro pregevoli crocifissi lignei dalla possente drammaticità e bellezza, diedero luogo ad un vasto movimento artistico che andò ad accrescere il già sostanzioso numero delle loro splendide creazioni scultoree.

Tutta francescana è la cura con cui si esalta l’estrema sofferenza del Dio incarnato. La corona di spine ben piantata sul capo, il corpo nudo e martoriato da ferite ed ematomi, il capo chino verso destra, le ginocchia flesse verso sinistra, in modo che la linea anatomica contribuisse ad esaltare la tensione del corpo che quasi si avvinghia alla croce tra gli spasimi dell’agonia. Ben visibili e di grande e crudo realismo sono pure i solchi provocati dalle funi alle caviglie ed ai polsi, i lividi, le piaghe, l’abbondante fuoriuscita di sangue dal costato ed, almeno in un caso, ben documentato (quello della Basilica Santuario di Sant’Antonio in Afragola) i chiodi che non sono inseriti nel palmo delle mani, bensì nei polsi, cosa inconsueta per l’epoca, e particolare a mio parere di grandissimo interesse.

Non va dimenticato, inoltre, che i due artisti lavorarono anche in collaborazione come dimostra il Crocifisso custodito nella chiesa di Santa Maria di Gesù a Collesano (Palermo) la cui Croce è stata realizzata da Frate Innocenzo mentre il Crocifisso è stato prodotto dalla sgorbia di Frate Umile.
A questo punto è facile essere colti dal ragionevole dubbio che in realtà i due frati fossero la stessa persona. Infatti è spesso difficile anche per un cultore dell’arte cristiana riuscire a capire dove il primo inizi e l’altro continui o concluda. Ma gli storici che se ne sono occupati sembrano preferire l’ipotesi che si tratti di due differenti personaggi, magari appartenenti alla stessa scuola o l’uno maestro e l’altro allievo o viceversa. Quindi la questione rimane aperta e suscettibile di ulteriori chiarimenti.
 

Per chi, come me, sia curioso di saperne di più: Rosolino La Mattina Frate Innocenzo da Petralia. Scultore siciliano del XVII secolo tra leggenda e realtà. Frate Umile da Petralia – Editore Lussografica 2002


Crocefisso in S. Damiano – Assisi
 

Antonio Fasolo

SBLOCCARE IL TERZO CHAKRA CON 5 ESERCIZI YOGA

 

 

 

Cosa succede se il terzo chakra è bloccato?

Energeticamente, il terzo chakra Manipura, anche detto chakra del plesso solare rappresenta l’elemento fuoco, ed è infatti associato al nostro fuoco interiore, alla luce che irradiamo quando veniamo a contatto con il resto del mondo.

Se il fuoco arde senza controllo tendiamo a imporre il nostro dominio sugli altri, siamo arroganti e abbiamo difficoltà a sviluppare rapporti costruttivi e armoniosi con il prossimo.

Se al contrario il fuoco è troppo flebile, poco alimentato, tendiamo a vivere passivamente, astenendoci dal compiere qualsiasi azione o prendere decisioni importanti. Ci ritroviamo in uno stato di perenne insoddisfazione legato al sentirci sotto esame ed essere troppo severi con noi stessi, finendo per sgorgare in un atteggiamento di timidezza e rinuncia.

Quando il terzo chakra è aperto ed equilibrato ci sentiamo naturalmente determinati, forti, consci del nostro scopo e della direzione che vogliamo prendere nella vita. La nostra forza interiore è al suo massimo e abbiamo una piena ed inesauribile fiducia in noi stessi.

Il plesso solare è a tutti gli effetti il nostro centro. È sede dell’energia che serve per trasformare in azioni le nostre idee ed è da questo spazio che assimiliamo la vita, sia fisicamente che nel modo in cui elaboriamo le situazioni e le circostanze che viviamo tutti i giorni.

 

Lavorare con asana yoga che bilanciano questo centro energetico avrà un effetto edificante sul tuo senso di felicità e benessere e ti aiuterà a nutrire il tuo ego e spianare la strada per la tua autorealizzazione. In questo articolo esploreremo le posizioni ideali per riequilibrare l’energia del terzo chakra, stimolando oppure smorzando il suo fuoco per sviluppare e dirigere armoniosamente la sua energia.

Esercizi yoga per sbloccare il terzo chakra

Balasana (Child pose)

 

Esercizi yoga per sbloccare il terzo chakra

Balasana (Child pose)

Balasana

Balasana, più comunemente conosciuta come Child Pose o posizione del bambino, è un asana molto calmante per il chakra del plesso solare, quindi dal punto di vista dell’equilibrio è ideale da combinare con pose più dinamiche (come le tre seguenti) che alimentano il tuo fuoco interiore. È anche un modo ottimale di rilassare le ghiandole surrenali, che possono essere completamente oberate di lavoro quando ci sentiamo abbattuti.

Suggerimenti: per rendere ancora più confortevole questa posa, puoi posizionare una coperta piegata sotto le ginocchia e / o un cuscino tra la parte posteriore delle ginocchia e le natiche. Mentre inspiri, senti il respiro raggiungere l’area intorno all’ombelico e mentre espiri, cerca di percepire il respiro inondare tutto il busto, creando calma interiore al suo passaggio.

Phalakasana (Plank)

plank

Questa posa basilare ha la capacità di stimolare enormemente la nostra regione del plesso solare. Può rapidamente farti accumulare calore interno ed esterno e caricarti di energia.

Sia una transizione che una posizione a sé stante, Phalakasana appare anche in molte forme di Surya Namaskar (Saluto al Sole) proprio a causa della sua capacità di potenziamento e riscaldamento.

Suggerimenti: puoi modificare questa posa abbassando leggermente le ginocchia. È un’ottima opzione se stai ancora lavorando sulla tua resistenza, ma assicurarsi di mantenere il fulcro sulle cosce e la parte superiore del corpo. Spesso i praticanti hanno una tendenza ad affondare nella parte bassa della schiena, quindi cerca sempre di mantenere il corpo in una linea dritta e senza curve.

Mantieni la posa per un paio di respiri e cerca di andare oltre quel punto in cui pensi di non farcela. Solo quel semplice atto di ignorare brevemente la voglia di arrenderti può davvero aiutarti ad innescare il tuo centro antincendio e costruire la tua forza di volontà.

Virabhadrasana III (Warrior III)

warrior 3

Questa è una posa fantastica per costruire la fiducia. Il fatto di reggersi saldamente su una gamba mentre contemporaneamente le braccia e l’altra gamba puntano in direzioni opposte è un segnale di forza, resistenza e fermezza. Come per la posizione precedente, è facile che la nostra mente ci faccia sentire l’impulso di arrenderci e lasciarci andare.

Fai del tuo meglio per mantenere la posa, anche se è solo per un paio di respiri, e nota le sensazioni che questa risveglia in te.

Suggerimenti: il tuo bacino è il punto focale della posa, quindi deve agire da fulcro e restare teso per ancorare e bilanciare, ma non così tanto da non poter respirare efficacemente. Se le gambe diventano flosce, perderai la forza nella posa, quindi mantienile dritte.

Focalizza la tua consapevolezza sull’ombelico e, se sei una persona visiva, puoi immaginare il colore giallo irradiarsi dal centro del tuo corpo.

Dhanurasana (Bow Pose)

bow pose

Il chakra manipura ha un’influenza su alcune ghiandole e organi importanti nel corpo, in particolare il fegato, che è un organo chiave nella digestione. Questa posa stimola sia il flusso di energia che il flusso di sangue verso molti organi, ma la sua relazione con il fegato è particolarmente importante per il riequilibrio del terzo chakra.

Nella medicina tradizionale cinese, il fegato è associato a rabbia e preoccupazione, quindi è ovvio che la posa dell’arco può aiutarci a lasciare andare le nostre preoccupazioni e creare spazio a fiducia e pace interiore.

Suggerimenti: prima di eseguire questa posizione assicurati di aver riscaldato i muscoli, in particolare quelli del torace, le spalle, i flessori dell’anca e le cosce. Se i fianchi sono troppo stretti, probabilmente le ginocchia si allargheranno. Immagina che le tue ginocchia abbiano dei magneti che le attirino l’una verso l’altra.

Savasana

Savasana

Trattandosi di una posizione di completo relax, potrebbe sembrare che Savasana non sortisca alcun effetto, ma in realtà è una posa molto potente. Con il corpo immobile e rilassato, puoi portare la tua consapevolezza oltre il corpo e il semplice atto di concentrare la tua mente su un determinato luogo può avere un effetto rinvigorente, sia a livello fisico che mentale.

Suggerimento: visualizza un fiore di loto giallo che si trova in cima all’ombelico e osserva il fiore alzarsi e abbassarsi ad ogni inspirazione ed espirazione.

Il terzo chakra influenza anche la nostra digestione, quindi aggiungere torsioni alla tua pratica può avere un effetto positivo sugli organi interni. La parola chiave è equilibrio. Tutti gli aspetti del nostro essere – corpo, mente e respiro – cercano un ritorno al loro stato naturale, incluso il plesso solare. fonte meditazionezen.it

 

Alimentazione e Costituzione Ayurvedica

 

 

Dal momento che il cibo di cui ci nutriamo diventa parte di noi e qualunque cosa venga consumata in forma di cibo, aria e acqua ha un effetto sottile sulla salute del nostro organismo, ne risulta che per avere un corpo sano e una mente calma ed equilibrata, abbiamo bisogno di cibo della stessa natura e di preparalo in modo da preservare tali proprietà.

Un’importante forza vitale da considerare è il prana di cui sono ricchi gli alimenti freschi e gli ortaggi coltivati con metodi naturali, mentre alimenti surgelati e inorganici oppure ortaggi coltivati artificialmente hanno una scarsa forza pranica. Inoltre, anche ai cibi sono applicate le tre qualità rajassattvatamas. Il cibo sattvico è quello che non disturba l’equilibrio e l’armonia del corpo e della psiche e sviluppa forza, amore e felicità.

I cibi che accrescono la lunghezza vitale, la forza fisica, la buona salute, la felicità e la piacevolezza, saporiti, teneri, nutrienti, gradevoli sono cari a quelli che partecipano del sattva” (B.G. XVII.8)

La scelta del cibo in base alla costituzione ayurvedica

Nell’universo tutto è correlato al punto che addirittura i sei sapori degli alimenti classificati nell’ayurveda: 
dolce, salato, aspro, pungente, amaro, astringente,sono in stretta relazione con i cinque elementi: 
terra, acqua, fuoco, aria, etere

e con i tre dosha
vatapittakapha.

  1. sapore dolce:
    terra + acqua (zuccheri, amidi)
  2. sapore salato: 
    acqua + fuoco (sale da tavola, alghe)
  3. sapore aspro: 
    terra + fuoco (frutti acidi)
  4. sapore pungente: 
    fuoco + aria (spezie)
  5. sapore amaro: 
    aria + etere (erbe amare)
  6. sapore astringente: 
    terra + aria (tè, melograno)

Poiché i sapori influenzano strettamente i dosha, il sapore di un cibo di cui tenere conto nella scelta di una dieta è un fattore determinante per l’alimentazione sana ed equilibrata anche se non si segue strettamente quella ayurvedica.

Vata (aria + acqua) è aggravato dai sapori che contengono l’elemento aria ossia i sapori amaro, pungente e astringente, mentre è alleviato da quelli che non contengono l’elemento aria o etere ossia i sapori salato, aspro e dolce.

Pitta (fuoco + acqua) è aggravato dai sapori che contengono l’elemento fuoco ossia i sapori aspro, pungente e salato, mentre è alleviato da quelli che non contengono l’elemento fuoco ossia i sapori amaro, astringente e dolce.

Kapha (terra + acqua) è aggravato dai sapori che contengono l’elemento terra ossia i sapori dolce e aspro e dal sapore salato per la sua tendenza a favorire l’aumento di peso e l’umidità, mentre è alleviato da quelli che non contengono l’elemento terra ossia i sapori pungente e amaro e dal sapore astringente grazie all’elemento aria.

Oltre al sapore, ogni erba o alimento ha altre caratteristiche precise. Possiede una sua potenza conosciuta come virya, un effetto post-digestivo detto vipaka
L’ayurveda pone inoltre particolare attenzione al fuoco digestivo. Considerando quindi che tutti i cibi hanno specifiche qualità (sapore, potenza, effetto post-digestivo) che producono determinati effetti sull’organismo, l’ayurveda attribuisce un ruolo fondamentale all’alimentazione.

(tratto da: Ayurveda e alimentazione – rivista “Induismo nel mondo” – serie Sri Vidya n. 17)

Pasqua, il vero significato, l’etimologia, la storia e le origini. Perché si fanno gli auguri di Pasqua e si usa l’uovo di Pasqua

 

 

Qual è il vero significato della Pasqua, l’etimologia, la storia e le origini. Perché si fanno gli auguri di Pasqua e si usa l’uovo di Pasqua

La Pasqua è una delle feste più importanti del calendario, affonda le sue origini nell’antichità, ha una lunga storia ed è senz’altro la festività fondamentale per i Cristiani. Gli auguri di Pasqua sono dei messaggi, che fuori dalla retorica, sono davvero carichi di buone speranze. Il vero significato della Pasqua è infatti di speranza e gioia. E’ una festa fatta di sole, aria aperta, buon cibo, cioccolato e golosità. E’ la prima festa di Primavera (sebbene la sua data sia mobile), la prima pausa dal lavoro e dalla scuola dopo l’inverno.

Ma nonostante tutto ciò la Pasqua non è attorniata da tutto quel calore e suggestione che ha invece il Natale. Le ragioni di questa differenza sono molteplici: dal continuo cambio di data, dal periodo dell’anno in cui cade – dicembre porta con sé anche i festeggiamenti del nuovo anno; e poi soprattutto perché la Pasqua sebbene abbia un grande messaggio di speranza – la Resurrezione – ha al suo interno un dramma – la morte di Cristo. Ma anche al di fuori del credo Cristiano la Pasqua porta comunque con sé il concetto della Rinascita. Un messaggio bellissimo, ma che custodisce il dolore. Per rinascere è evidente infatti che bisogna prima morire.

Cosa significa la Pasqua: dall’etimologia alle tradizioni 

Sin dalle primissime religioni pagane il periodo dell’anno della primavera è sempre stato vissuto come un periodo di rinascita dopo il duro inverno. I culti legati alla terra hanno da sempre festeggiato infatti il momento in cui i fiori tornano a sbocciare, l’agricoltura torna a dare frutti, il calore del sole torna a scaldare. Torna insomma la vita. Ed è questo il vero significato della Pasqua: la rinascita. Questo concetto rimane profondamente legato alla Pasqua in ogni religione e nelle sue tante tradizioni che traggono origine dalle antiche celebrazioni di questa festa. Ed è per questo che gli auguri di Pasqua sono particolarmente importanti.

Significato della parola Pasqua

Il vero significato della Pasqua dal punto di vista dell’etimologia deriva deriva dalla parola aramaica ‘pasah’ che significa ‘passare oltre’. Per gli Ebrei questa festa ricorda la fine della schiavitù in Egitto, la liberazione del popolo ebraico per volere di Dio, il passaggio attraverso il mar Rosso e l’esodo verso la Terra Promessa. Lo stesso concetto di ‘passaggio’ è ripreso dai Cristiani per i quali la festa è il passaggio dalla morte alla Resurrezione. Nel giorno di Pasqua, il terzo dopo la crocefissione, Cristo risorse e ascese al cielo.

La parola italiana Pasqua deriva da un erronea trascrizione greca di ‘pascha’ che fa riferimento al ‘patire’, ossia alla sofferenza e quindi alla Passione di Cristo.

Quali sono le origini e la storia: il vero significato della Pasqua

Come abbiamo detto le origini di questa festa vanno ricercate nelle feste della terra. Anche presso gli ebrei in origine la festività era legata ai primi raccolti, quelli del frumento. Successivamente divenne la data in cui si celebra la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù in Egitto. Per gli ebrei in quell’occasione Dio annuncia la punizione degli egiziani e avverte il popolo eletto di macchiare con il sangue di agnello gli stipiti delle loro porte. Così quando l’Angelo Sterminatore passerà per punire gli egiziani passerà oltre le case degli ebrei, risparmiandoli.

Ai tempi di Gesù gli ebrei si recavano in occasione della Pasqua in pellegrinaggio a Gerusalemme. E lo stesso Gesù andava a Gerusalemme. La morte e la resurrezione di Cristo avvennero durante la Pasqua ebraica.

Perché si mangia l’agnello a Pasqua?

La religione Cristiana ha preso alcune delle tradizioni e dei simboli della Pasqua ebraica e li ha fatti propri, rafforzando così simbolismi e concetti. L’agnello per i Cristiani è il simbolo della salvezza, l’agnello risparmia dalla morte, simboleggia la resurrezione. Per questo è tradizione mangiarlo nel giorno di Pasqua. Ciò trae origine da quanto Dio disse agli ebrei per liberarli dalla schiavitù in Egitto. Egli disse che per punire gli egiziani avrebbe ucciso ogni primogenito fra le genti e il bestiame e ordinò al popolo ebraico di segnare con il sangue di agnello le proprie porte così che Dio potesse riconoscere chi colpire. Ma perché proprio il sangue di agnello? Ciò fa riferimento alla precedente tradizione della Pasqua ebraica in cui si doveva offrire in dono il sacrificio di un agnello.

L’agnello nel Cristianesimo diventa così il simbolo di chi viene immolato per la salvezza di tutti, il simbolo di Cristo, del suo sacrificio e redenzione.

Perché si mangia l’uovo di Pasqua?

In tutte le tradizioni e i simboli di Pasqua ricorre il concetto di rinascita e di nuova vita. Anche l’uovo ha quindi questo significato: al suo interno c’è infatti una vita che sta per nascere. Il perché fu scelto proprio l’uovo lo si deve alle usanze della Quaresima. In questo periodo che precede la Pasqua è fatto invito ai fedeli a non mangiare carne e anticamente era fatto divieto di mangiare anche le uova. Le galline però ovviamente continuavano a deporle così che al termine della Quaresima, ossia a Pasqua, i contadini si ritrovavano con tantissime uova. Da qui venne la tradizione di bollirle per farle diventarle dure e poi decorarle. Anticamente i primi Cristiani coloravano di rosso le uova per ricordare il sacrificio di Cristo che con la sua morte ha salvato gli uomini.

Perché la data di Pasqua cambia?

Decidere la data in cui celebrare la Pasqua non fu un’impresa semplice e fu motivo di grande controversie. Bisogna aspettare il Concilio di Nicea del 325 per vedere un criterio comune e adottato da tutta la Cristianità per stabilire la data della Pasqua. Venne deciso che la Pasqua sarebbe stata la domenica successiva al primo plenilunio di primavera. Seguendo quindi i ritmi lunari la data della Pasqua cambia ogni anno e può cadere dal 22 marzo al 25 aprile. E in base a quando cade si definisce bassa, media o alta.

Perché fare gli auguri di Pasqua e cosa scrivere

Per i Cristiani il sacrificio di Cristo e la sua Resurrezione sono eventi fondamentali e sono quindi motivo di celebrazioni e di augurio. E la stessa importanza all’interno della religione ce l’ha la Pasqua per gli ebrei. Ma al di là del credo religioso questo giorno festeggia la rinascita, il saper andare oltre le avversità, superare i dolori e da questi acquisire forza e vigore, con la Pasqua si sconfigge la morte con la Vita Eterna.

Fare gli auguri di Pasqua significa quindi augurare una nuova vita felice, vuole dire sperare in un domani migliore, auspicare di superare ogni dolore. Con la Pasqua e la primavera la vita rinasce e si spera rinasca anche nel cuore di chi amiamo. Una sorta di resilienza, uno dei auguri migliore che si può fare a chi vogliamo bene.

 

SBLOCCARE IL SECONDO CHAKRA CON 8 ESERCIZI YOGA

Risultati immagini per 2 CHAKRA YOGA

 

Dopo aver parlato come sbloccare il primo chakra con 8 esercizi yoga passiamo al secondo.

Quando il secondo chakra Svadisthana, anche detto chakra sacrale, è perfettamente bilanciato e aperto, siamo in grado di sfruttare la sua energia creativa al massimo e innescare cambiamenti positivi nelle nostre vite.

Quando l’energia di Svadisthana è in equilibrio – non troppo intensa né non troppo scialba – si innescano sentimenti di abbondanza, gioia di vivere e piacere, e viene spianata la strada all’energia creativa per fluire liberamente.

Quando il secondo chakra è aperto ed equilibrato, amiamo profondamente la vita e siamo in grado di trarre piacere fisico e mentale da tutte le nostre esperienze.

Perché il secondo chakra è bloccato?

Energeticamente, il secondo chakra governa la creatività, le emozioni, la gioia, l’entusiasmo e la sensualità. Fisicamente si trova nella zona inferiore dell’addome, sotto l’ombelico, e si dice che sia la sede degli organi riproduttivi.

Quando il secondo chakra è bloccato, ad esempio da un trauma emotivo o da uno stress cronico, non siamo in grado di connetterci con le nostre passioni. Tendiamo a voler controllare ogni aspetto della nostra vita, ci manca l’entusiasmo e potremmo non essere in grado di connetterci intimamente o ritrovare un po’ di amor proprio. Fisicamente, il corpo può manifestare queste emozioni incatenate attraverso un dolore lombare inspiegabile, disfunzione degli organi sessuali e problemi riproduttivi.

Purtroppo le nostre vite moderne, prevalentemente legate alla scrivania e all’auto, possono esacerbare lo squilibrio del secondo chakra. Ci sediamo di più, e per periodi più lunghi che mai, con conseguente indebolimento dei nostri fianchi che inibiscono le energie creative del secondo chakra. A tal fine, uno dei modi più accessibili per annullare queste restrizioni e trovare l’equilibrio del secondo chakra è attraverso le asana. Le posizioni fisiche dello yoga permettono al prana (il respiro vivificante) di fluire, attivarsi e dirigere l’energia in modo appropriato, secondo la filosofia yogica.

Esercizi per sbloccare il secondo chakra

Virasana (con blocco)

seiza

Per questo esercizio avrai bisogno di un blocco da yoga: inginocchiati e fai scorrere il blocco tra i talloni, premendo sui suoi lati lunghi con le caviglie; poggia il dorso e le unghie dei piedi in modo uniforme sul terreno.

Ora siediti mantenendo la schiena dritta e allungando la sommità della tua testa verso l’alto. Assicurati che il blocco supporti uniformemente entrambe le natiche. Poggia le mani sulle cosce o sul ventre mentre tendi all’indietro le spalle, quindi inspira profondamente attraverso la pancia.

Dopo alcuni respiri, inizia a coltivare Ujjayi Pranayama(Respiro Vittorioso) trascinando il tuo respiro lungo la parte posteriore della gola mentre inspiri ed espiri attraverso il naso. Continua per 2 o 3 minuti. Iniziando da questa posizione, hai steso delle basi solide per il resto degli esercizi.

Rotazione dei fianchi

rotazioni fianchi yoga

Da Virasana, porta le mani in avanti sul tappetino e appoggiale mantenendo le ginocchia sotto i fianchi e i polsi sotto le spalle.

Ora inizia a roteare i fianchi come a formare dei piccoli cerchi immaginari, riscaldando la colonna vertebrale e invitando tutto il tuo corpo a sperimentare un senso di fluidità. Man mano che il corpo diventa più caldo, puoi espandere la circonferenza dei cerchi sempre di più, fino al punto da lasciarti andare completamente in Balasana (Child Pose) per alcuni respiri.

Trascorri almeno un minuto muovendo i fianchi in ogni direzione. Quando hai finito, sollevati in Adho Mukha Svanasana (Down Dog) e mantieni la posa per almeno 30 secondi.

Anjaneyasana (Low Lunge)

Anjaneyasana

Partendo dalla posa del Down Dog, porta il piede destro verso la punta del pollice della tua mano destra e contemporaneamente appoggia il ginocchio sinistro sul tappetino.

Premi saldamente la parte superiore del piede sinistro sul tappetino mentre allunghi la gamba sinistra e poggi il piede destro davanti a te. Assicurati che il ginocchio anteriore non sia posizionato oltre la caviglia anteriore, ma che sia perfettamente parallelo ad essa.

Ora stacca le braccia da terra ed estendile verso l’alto. Intreccia tutte le dita delle mani tranne l’indice, che tenderà verso l’alto, e porta le braccia indietro allontanando le spalle dalle orecchie più che puoi. Guarda verso l’alto mentre ti sollevi leggermente da terra e respira profondamente. Fai in modo di disegnare un arco formato dalla tua gamba sinistra, la schiena e le braccia. Mantieni questa posizione per 1 minuto.

Ardha Hanumanasana

Ardha Hanumanasana

Partendo dalla posizione precedente, appoggia le mani a terra su entrambi i lati del tuo piede destro e spingiti all’indietro, raddrizzando e allungando la gamba destra mentre pieghi il piede destro verso l’alto, con la punta delle dita all’insù.

Allunga il tuo torso in avanti mentre inspiri e piegalo leggermente all’indietro mentre espiri; se senti la parte inferiore della schiena inarcarsi troppo durante questa azione, posiziona due blocchi sotto i palmi delle mani oppure appoggia a terra soltanto la punta delle dita.

Lascia che il respiro detti i movimenti della parte superiore del tuo corpo, continuando a portarlo in avanti e all’indietro per 10-12 respirazioni. Quindi espira un’ultima volta e ritorna nella posizione Down Dog, passando prima per Anjaneyasana.

Utkata Konasana (posizione della Dea)

Utkata Konasana

Partendo dal Down Dog, rimettiti in posizione eretta distanziando i tuoi piedi più che puoi (la loro distanza dovrebbe essere più o meno corrispondente alla lunghezza della tua gamba); rotea leggermente le gambe e i piedi di circa 45 gradi, di modo che le dita puntino verso l’esterno.

Piega le ginocchia in profondità per creare un angolo di 90 gradi con le ginocchia, in modo che si allineino perfettamente con i tuoi piedi. Spingi i fianchi ed il coccige verso il basso più che puoi, continuando a mantenere l’equilibrio. Allinea il busto ed il bacino con il resto del corpo e tendi la sommità della testa verso l’alto. Unisci i palmi delle mani davanti al tuo petto in Anjali Mudra.

Cerca di mantenere questa posizione per 1 minuto; mentre respiri, sposta leggermente il tuo corpo da un lato all’altro, oppure avanti e indietro, controllando l’equilibrio attraverso i talloni e le dita dei piedi.

Virabhadrasana II (Warrior II)

Warrior II

Partendo da Urkata Konasana, rotea i fianchi verso destra e pianta saldamente la pianta del piede destro sul tappetino, parallelamente al bordo del tuo materassino.

Contemporaneamente, stendi la gamba sinistra appoggiando il piede sinistro in posizione perpendicolare a quello destro. Estendi il braccio destro davanti a te e quello sinistro dietro di te, parallelamente al terreno e perpendicolarmente al tuo corpo. Dirigi lo sguardo sul tuo dito medio destro. Piega il ginocchio destro di modo che sia allineato con la caviglia destra, nella direzione delle dita dei piedi. Inspira ed espira per 6-8 cicli completi. Mentre ti protendi in avanti in questa postura, rimani ricettivo a tutto ciò che sta accadendo dentro di te.

Lascia che sensazioni, pensieri ed emozioni ti attraversino con facilità semplicemente ricordando a te stesso che ogni esperienza è impermanente.

Viparita Virabhadrasana (Reverse Warrior)

Viparita Virabhadrasana

Mantieni le tue gambe in Warrior II, ma porta il palmo della mano destra verso l’alto e inizia ad allungare il tuo torso all’indietro, invertendo il tuo guerriero mentre fai scivolare la mano sinistra lungo la gamba posteriore.

Fai il possibile per mantenere un angolo di 90 gradi con la gamba destra, facendo in modo che la coscia resti parallela al tappetino. Allo stesso tempo, crea una forma più morbida con la parte superiore del corpo. Lascia andare l’idea che questa debba essere una postura “perfetta” e concentrati invece sugli stimoli che ricevi dai tuoi muscoli, apportando ogni modifica che il tuo corpo ritene necessaria.

Mantieni l’asana per 6-8 respiri. Torna ora alla posizione della Dea, quindi ripeti Warrior II e Reverse Warrior sul lato sinistro. Finisci in Dea.

Prasarita Padottanasana C

Prasarita Padottanasana C

Dalla posizione della Dea, raddrizza le gambe e ruota le punte dei piedi in avanti; intreccia le dita delle mani dietro la schiena. Spingi con forza sui talloni e solleva le rotule, rassodando le cosce mentre lentamente pieghi il torso in avanti e (se riesci) porti la sommità della testa sul pavimento.

Sposta leggermente il peso in avanti, allineando i fianchi sopra i talloni. Mentre apri i fianchi, pensa a sollevare il pavimento pelvico, cercando l’equilibrio nel tuo secondo chakra. Mantieni l’asana respirando per 1 minuto.

Quando hai finito, fai perno sui tuoi piedi, entra in Low Lunge con il piede destro in avanti e poi fai passo indietro verso il Down Dog.

“Una pratica yoga focalizzata sui fianchi e le anche può liberare il disagio e aiutarti a considerare ogni cosa come un’opportunità”, afferma Mary Beth LaRue, un’insegnante di yoga con sede a Los Angeles. “In definitiva, le asana che aprono i fianchi ti insegnano ad allentare la presa sulla vita e lasciare che le cose fluiscano nella giusta maniera. E trovare un senso di fluidità nella tua vita quotidiana trasforma tutte le tue relazioni, inclusa quella con te stesso.”

fonte: meditazione zen

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