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RIVOLUZIONE OMEGA, IL GRANDE COMPLOTTO DEL SUONO

 

E’’ possibile disarmonizzare la società, assopendo la coscienza dell’umanità, usando lo strumento suono?!

E’ sorprendente scoprire che esiste un unico strumento utilizzato per l’accordatura standard di tutti gli strumenti musicali: il suo nome è Diapason a 440 hertz (oscillazioni al secondo), attualmente usato per la stragrande maggioranza dei brani che ascoltiamo quotidianamente alla radio, in tv o attraverso i nostri lettori MP3.

Definizione del vocabolario del termine “musica”: “l’arte e la scienza dei suoni, combinati secondo determinate regole; l’insieme armonico di suoni prodotti da strumenti musicali o da più voci.”

La musica, anche se non lo pensiamo spesso, è una vera e propria scienza, che basa le sue fondamenta su leggi matematiche e fisiche incontrovertibili.

Il diapason di 440 vibrazioni non ha alcuna valenza scientifica.

Può, quindi, questo tipo di vibrazione disarmonica, agire da portatrice di stress, ansie e patologie di vario tipo? Sì, potrebbe, in quanto è plausibile supporre che, se determinate armoniche sono in grado di guarire un organo malato, le disarmoniche possano farlo ammalare.

Il grande musicista Verdi, in una lettera datata 1884, non usa mezzi termini per denunciare che qualcuno, in Vaticano (e suppongo non solo a Roma), ha voluto di fatto sopprimere il diapason a 432 Hz.

IL COMPLOTTO DELLA DISARMONIA MUSICALE

La corsa all’acuto iniziò con l’adozione unilaterale di un LA più alto (440Hz) da parte delle bande militari russe ed austriache ai tempi di Wagner, e tale diapason, pur non avendo alcuna giustificazione scientifica o basata sulle leggi della voce umana, fu in seguito accettato per convenzione a Londra (guarda caso Londra è uno dei più importanti centri di potere dei massoni della Confraternita Babilonese, ndr) nel 1939.

Da questo breve stralcio di eventi, si può subito notare come si sia cercato deliberatamente di alterare la ricerca scientifica su questo strumento, portando così ad una forzata disarmonia nelle frequenze musicali. Perché “deliberatamente”? Semplicemente perché, una volta che si è entrati in possesso di un valore scientifico riguardo ad un fenomeno ben preciso, cambiarlo senza conoscenza e senza ragioni equivale ad interferire.

Trasportare il diapason scientifico da 432 vibrazioni ad un diapason disarmonico di 440, è stato praticamente come condannarci all’esposizione di armoniche dannose per il nostro equilibrio.

Le ricerche di Maria Renold. Meglio nota come la “sacerdotessa del tuning” (cioè dell’intonazione), studiò a lungo le differenti accordature ed i relativi effetti riscontrati sul pubblico.

Se rimane un punto fermo l’oscillazione a 432 Hz, la sua logica di accordatura (in sostanza, come arrivare ad ottenere i 432 Hz…) non è per niente scontata.

La cosa più interessante è la menzione ad un certo Heinrich Schreyber, o Henricus Gram-mateus che, a quanto sembra, impostò “a orecchio”la corretta intonazione nel 1518, senza nemmeno realizzare – come al solito le migliori scoperte avvengono “per caso” –ciò che aveva ottenuto: un vero e proprio sistema d’intonazione, definito dalla Renold, di “dodici quinte reali”.

Piccola nota su Gustavo Rol che, a questo proposito, mi sembra necessario farvi conoscere.

Adolfo Gustavo Rol, torinese, fu acclamato dai potenti della Terra (presidenti degli Stati Uniti, ma anche registi come Fellini, miliardari come Giovanni Agnelli, dittatori come Mussolini, ecc.), tutti a chiedere consiglio e a tenere in grande considerazione il suo parere.

Di lui si narrano magie strabilianti (ad esempio, oltre che veggente, pare potesse viaggiare nel tempo portando con sé altre persone, far attraversare agli oggetti i muri, ecc.), che egli tendeva a sminuire. Si considerava semplicemente un “precursore”, perché sosteneva che tali poteri sono latenti nell’uomo e, un giorno, tutti sapremo usarli.

Mi viene in mente una frase del grande Rol, scritta sul suo diario, nel tentativo di di spiegare come nacquero i suoi poteri: “Ho scoperto la tremenda legge che lega il colore verde, la quinta musicale ed il calore…”. Tutto questo per far notare come il suono ritorni ancora, come elemento occulto basilare, e sempre nella forma di “quinta musicale”.

 

Gli 8 Hz, alla base del processo dei 432 Hz, sono la chiave per arrivare a sfruttare al massimo il cervello umano

Tornando a noi. La Renold racconta che, quando aveva il pianoforte intonato tramite le “dodici quinte reali”, e intratteneva i suoi ospiti con qualche sonata, gli ascoltatori osservavano non solo un incremento della ricchezza di timbro e qualità di tono, ma che i toni sembravano provenire da alcuni spazi indeterminati al centro della stanza, invece che dal pianoforte stesso.

Altri interessanti spunti provengono dalla vita e dalle esperienze di Maria Renold. La sua preziosa ricerca ha rilevato, più di una volta, che attraverso la normale intonazione standard basata su un LA a 440Hz, gli ascoltatori presenti nella stanza cominciavano a polemizzare tra loro e ad assumere perfino comportamenti antisociali.

Quando invece l’intonazione del medesimo pianoforte veniva eseguita seguendo la regola del LA a 432Hz, gli stessi ascoltatori, nuovamente invitati ad assistere al medesimo concerto, rimanevano questa volta piacevolmente colpiti ed entusiasti.

Un beneficio, quello dei 432 Hz, noto a tutti gli antichi (egizi, greci, sumeri, ecc.), e di cui il grande complotto mondiale ci ha invece privati.

RIPRENDIAMOCI L’ARMONIA MUSICALE: RIVOLUZIONE OMEGA!

Il movimento per ripristinare il diapason a 432 hz è meglio noto come “Rivoluzione Omega”.

La parola “rivoluzione”, in questo caso, è una parola più che positiva, e sta ad indicare un modo del tutto nuovodi apprestarsi alla composizione musicale, in grado di portare grandi benefici, senza nulla togliere alla personale creatività che contraddistingue ogni singolo artista.

Sono in corso degli studi in Italia proprio su questo argomento, e precisamente a Novara, che verranno rilasciati pubblicamente nei prossimi anni. Tutti i dati finora raccolti dimostrano che sia auspicabile pensare a delle vere e proprie cliniche di cura, sottoponendo i pazienti alla musica delle 432 oscillazioni, per riportare gli organi malati nel giusto spettro armonico.

La “Omega”, invece, corrisponde all’ultima lettera dell’alfabeto greco. Un simbolo che sta ad indicare “la fine del Tempo”, “la sintesi di tutta la creazione”. Ma “Omega” è soprattutto il simbolo dell’”infinito”, e la sua rappresentazione è questa: ∞. Nient’altro che un otto orizzontale.

E non è un caso che l’infinito si indichi con un otto… perchè dagli 8 Hz tutto parte.

Il nostro pianeta “batte” a otto cicli al secondo (8 Hz, conosciuto anche come la “Risonanza fondamentale di Schumann”.

E 8 Hz sono il ritmo dell’onda Alfa del cervello, alla quale i nostri emisferi cerebrali sono sincronizzati per operare insieme in modo uguale. E gli esempi sarebbero infiniti proprio come gli 8 Hz, un livello a cui si arriva alla Super Coscienza. Tutto è geometricamente perfetto.

Il padre della Rivoluzione Omega, Ananda M. Bosman, un valente musicista elettronico e famoso “scienziato visionario”, suggerisce che una disarmonia armonica del nostro campo di risonanza aurico può generare disarmonia anche alle normali funzioni cerebrali. Vale a dire: dimmi che musica hai ascoltato e ti dirò come ti senti oggi.

Nell’Universo l’energia è vibrazione. Il ritmo vibratorio di un oggetto, compreso il corpo umano, si chiama risonanza.

Quando la frequenza si altera, quella parte del corpo si ammala perché vibra in modo disarmonico. Se si conosce la corretta frequenza di risonanza di un organo sano e la si proietta sulla parte malata, l’organo può tornare alla sua frequenza normale: il primo passo verso la guarigione.

La malattia altro non è che una disarmonia di frequenze. Risulta perciò possibile, attraverso l’uso di un suono specifico proiettato sull’area malata, reintrodurre il giusto livello armonico e poterlo così guarire.

432 Hz. Nel libro di Ananda Bosman si spiega anche “tecnicamente” il perchè di questa precisa oscillazione, ma io lo tralascerei visto che si può approfondire lì. Sul libro troverete anche gli innumerevoli esempi numerici che determinano l’importanza di questo numero e dei numeri che lo compongono.

La sostanza è questa: il 432 è la precisa sintesi del tutto, in armonia con ogni principio del macro e del microcosmo universale. La regola base per l’armonia è sempre la stessa: “come in alto, così in basso” (e viceversa).

IN CONCLUSIONE

Rivolgo un appello a voi, appassionati di musica e musicisti. Gente comune. Sforziamoci di diffondere la Rivoluzione Omega, ascoltandola, suonandola e parlandone.

Il Cervello e’ una struttura bioelettrochimica la quale apprende mediante la vista e l’ udito e gli altri sensi, producendo attivamente immagini ,colori e suoni ecc.. in termini di sensazioni interiorizzate; quest’ultime infatti non sono soltanto il risultato di un semplice riconoscimento basato su la rispondenza biunivoca e speculare tra la realta fisica esterna ed il vissuto percettivo.

Il cervello infatti, si “auto organizza” producendo una attivita interiore che si predispone attivazione delle aree visive ed auditive , capaci di produrre immagini e suoni ed inoltre alla intercettazione analitica delle varie vibrazioni provenienti dal mondo esterno .

Constatiamo ad esempio che il cervello modulando in modo programmato le saccadi oculari ed anche tramite una una gamma di sonorita (emissioni otoacustiche ) ed altri sistemi di di auto stimolzione necessari per intercettare messaggi subliminali , si predispone nel confrontarsi interattivamente con gli stimoli sensoriali provenienti dal mondo esterno , per poi realizzare le immagini e suoni come simulazione interiorizzata di modelli visivi ed auditivi geneticamente determinati , che sono in realta quelli che percepiamo e quindi significhiamo come sensazioni cerebrali.

Cio che vediamo ed udiamo pertanto e’ il frutto della simulazione cerebrale prodotta dal sistema neuronale eleborate come immagini e suoni la quali ci informano sulla probabilita delle nostre future interazioni con l’ambiente sia fisiche che emotive o pulsionali.

La vecchia concezione per la quele il cervello ha “solo” la possibilita di ricezione e trasduzione speculare dei segnali sensoriali analogamente ad un computer , non tiene conto della capacita “auto-organizzativa” del cervello di compiere una indagine di previsione che traduce e stabilizza la produzione di imamgini di suoni secondo le esigenze genetiche di rappresentazione della propria specie vivente.

La obsoleta ed antiquata prospettiva del funzionamento cerebrale ,ha il limite di non saper spiegare l’ immaginario e quindi le potenzialita intuitive e creative dell’ uomo , e pertando conduce ad inspiegabili paradossi,come ad esempio la contraddittorieta tra la funzione analitica del cervello il suo funzionamento olistico.

Infatti mentre le varie zone specialistiche analizzano puntualmente i segnali provenienti dall trasduzione degli stimoli sensoriali , di fatto nella nostra percezione immagini e suoni sono ben sincronizzati e simultaneamente correlati.

La reale simultaneita composita della percezione pone quindi il problema del funzionamento non solo analitico ma anche olistico del cervelllo ; tale contraddizione che puo essere facilmente risolta modificando la PROSPETTIVA NELLA SIGNIFICAZIONE CEREBRALE DELLA PERCEZIONE , come sopra accennato.

EGOCREANET ha iniziato fin dal 1997 a trattare scientificamente l’ argomento dell’ immaginario e della creativita’ iniziando con il far capire che i colori percepiti ( anche nella fase onirica del funzionamento cerebrale) , sono di fatti una risposta sensoriale al tipo di reazione fotochimica che avviene nei coni e nei bastoncelli e che risponde alla costruzione genetica delle diverse molecole di Rodopsina , che vengono prodotte dal sistema retinico .

Putroppo la transdisciplinarieta che conduce a formulare una ampia discussione sull’ effettivo funzionamento cerebrale, non trova ascolto dalla accademie la quali persistono nelle loro tradizione di ricerca disciplinare e sub-disciplinare , che infine tende a tradurre la complessita dei processi naturali in inutili complicazioni e devianti formalismi.

La Festa dei Morti in Sicilia: quando i defunti ritornano per portare doni

 

In Sicilia la Commemorazione dei Defunti del 2 novembre non si veste affatto di panni solenni e ossequiosi e, anzi, sembra quasi un carnevale di balocchi specialmente per i più piccini. In quest’occasione, infatti, la morte smette, almeno per un momento, di fare paura ed è addirittura celebrata tra giochi e dolciumi tipici.

Chiaramente, tuttavia, il 2 novembre resta un giorno dedicato alla memoria delle persone care che non ci sono più e, per questa ragione, vi è la consuetudine di recarsi al cimitero a far visita ai defunti, portando loro un omaggio floreale. Nonostante ciò, comunque, non si tratta affatto di una giornata triste dedicata al dolore, bensì rappresenta una maniera leggera e serena di esorcizzare e sdrammatizzare il pensiero della morte.Inoltre, si tratta di una festività particolarmente gioiosa per i bambini, che in questo giorno possono gustare dolci di ogni tipo e ricevere doni. Folclore vuole, infatti, che nella notte tra l’1 e il 2 novembre, considerata la più lunga dell’anno, le anime dei defunti ritornino a camminare tra i vivi. Durante questa notte, tra l’altro, essi lasciano in dono ai bambini giocattoli e pensierini, che i piccoli troveranno la mattina seguente.Usanza comune, specialmente in passato, era quella di organizzare una vera e propria caccia al tesoro per divertire i bambini, nascondendo i regali in giro per la casa o, addirittura, per l’interno paese. Inutile dire, quindi, che i bambini, come descritto anche da Camilleri in un interessante scritto, aspettavano con grande impazienza il giorno dei morti. “Dopo un sonno agitato– raccontava l’amato scrittore siciliano- ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa”.

I dolci dei morti: le specialità tipiche del 2 novembre in Sicilia

Da buoni siciliani, ovviamente, anche la Festa dei morti rappresenta un’occasione per sbizzarrirsi in specialità culinarie di ogni sorta e riunirsi insieme ad assaporarle. Le pietanze tipiche di questo periodo sono numerose, anche se per lo più si tratta di cibi dolci. Trovarsi in Sicilia in questo periodo significa, in effetti, dimenticarsi per qualche istante della dieta e farsi estasiare dalla bontà delle ossa dei morti, biscotti particolarmente croccanti a forma di tibie umane. Immancabile anche la frutta martorana e i pupi di zucchero, specialità dolciarie a base interamente di zucchero, che riprendono la sagoma dei caratteristici cavalieri dell’Opera dei Pupi. 

Altro must da gustare assolutamente sono le rame di Napoli, biscotti fatti con uno spugnoso pan di Spagna ricoperto di glassa al cacao e spolverizzate con la granella di pistacchio. Tutti questi dolciumi vanno all’interno del “canistru”, un cestino di paglia intrecciata che contiene le leccornie tipiche della tradizione e che, spesso, sono preparati in casa e donati ad amici e parenti.

In alcune zone della Sicilia, inoltre, si usa preparare uno speciale pane a forma di pagnottella, che, appena caldo, viene condito e gustato. La “muffoletta”, questo il suo nome, viene farcita con olio, acciughe, sale, pepe, origano e formaggio primo sale e mangiato ancora tiepido. Infine, secondo la tradizione della Commemorazione dei Defunti, durante questi giorni devono essere consumate le fave, all’interno delle quali si crede siano contenute le lacrime dei cari estinti.

Ma da dove deriva questa festività e come viene celebrata ogni anno?

La Festa dei Morti in Sicilia è una ricorrenza particolarmente sentita, specialmente per il valore simbolico e sentimentale che questa ricopre nel senso comune. Durante il 2 novembre, infatti, l’idea della morte, solitamente temuta e allontanata, si carica di un’atmosfera allegra e, tra giocattoli, dolci e leccornie, la si esorcizza e la si rende un’occasione per rendere omaggio ai cari defunti. 

Sebbene negli ultimi decenni la tradizione di Halloween sia sempre di più diventata parte anche del folclore locale, la Festa dei Morti continua a essere comunque una celebrazione partecipata e apprezzata dai siciliani. Inoltre, se si vanno a ricercare le radici della Commemorazione dei Defunti del 2 novembre, si scopre subito che le due tradizioni, per quanto geograficamente distanti, non sono, tuttavia, del tutto scollegate e che, al contrario, potrebbero condividere la stessa genesi. Forse non tutti sanno, in effetti, che Ognissanti e la Festa dei Morti affondano le radici in un tempo antichissimo e in una terra ben lontana dall’Isola del sole e del mare.

Significato e origine della festa di Ognissanti

L’origine della festa di Ognissanti va ricercata lontano nel tempo e nello spazio e, anticamente, nulla aveva a che vedere con la sua attuale natura cattolica e religiosa. Sembrerebbe, in effetti, che questa ricorrenza avrebbe luce dagli antichi popoli celtici, i quali avevano la consuetudine di dividere l’anno solare in due fasi, quella della rinascita della natura e quella dell’inizio del suo letargo.

Se la prima ricorrenza cadeva a maggio, la seconda era invece celebrata all’inizio del mese di novembre, il periodo dell’anno in cui la terra veniva messa a riposo. Questa celebrazione prendeva il nome di Samhain ed era considerato il giorno in cui, più di tutti, si assottigliava il velo che divideva il mondo dei vivi da quello dei defunti.

Con l’avvento del Cattolicesimo, ovviamente, questa festività perse via via la sua funzione di rituale agricolo per caricarsi di significati religiosi. Nel VII secolo, non potendo sradicare il culto pagano del Samhain dal tessuto sociale, papa Bonifacio IV decise di integrare le due tradizioni, dando vita alla festa di Tutti i Santi, collocata, però, il 16 maggio. Solo due secoli dopo, nell’835 d.C, papa Gregorio IV spostò la celebrazione al primo novembre. Nel X secolo, infine, la Chiesa Cattolica istituì un’ulteriore ricorrenza dedicata al culto dei defunti, fissata appunto nel giorno del 2 novembre.

 

 

 

 

432Hz La lotta di Giuseppe Verdi

In una lettera alla commissione musicale del Governo, riportata dal decreto del 1884, Giuseppe Verdi scrisse:

“Fin da quando venne adottato in Francia il diapason normale (che allora si attestava a 435Hz), io consigliai venisse seguito l’esempio anche da noi; e domandai formalmente alle orchestre di diverse città d’Italia, fra le altre a quella della Scala, di abbassare il corista (diapason) uniformandosi al normale francese.

Se la Commissione musicale istituita dal nostro Governo crede, per esigenze matematiche, di ridurre le 435 vibrazioni del corista francese in 432, la differenza è così piccola, quasi impercettibile all’orecchio, ch’io aderisco di buon grado.
Sarebbe grave, gravissimo errore adottare, come viene da Roma proposto, un diapason di 450.
Io pure sono d’opinione con lei che l’abbassamento del corista non toglie nulla alla sonorità ed al brio ell’esecuzione; ma dà al contrario qualche cosa di più nobile, di più pieno e maestoso che non potrebbero dare gli strilli di un corista troppo acuto.
Per parte mia vorrei che un solo corista venisse adottato in tutto il mondo musicale.
La lingua musicale è universale:
perché dunque la nota che ha nome La a Parigi o a Milano dovrebbe diventare un Si bemolle a Roma?”

Il grande musicista Verdi, in questa lettera datata 1884, non usa mezzi termini per denunciare che qualcuno, in Vaticano (e suppongo non solo a Roma), ha voluto di fatto sopprimere il diapason a 432 Hz.

La corsa all’acuto iniziò con l’adozione unilaterale di un LA più alto (440Hz) da parte delle bande militari russe ed austriache ai tempi di Wagner, e tale diapason, pur non avendo alcuna giustificazione scientifica o basata sulle leggi della voce umana, fu in seguito accettato per convenzione a Londra (guarda caso Londra è uno dei più importanti centri di potere dei massoni della Confraternita Babilonese, ndr) nel 1939.

E’ possibile disarmonizzare la società, assopendo la coscienza dell’umanità, usando lo strumento suono?!

Il disegno di legge per il La di Verdi
SENATO DELLA REPUBBLICA X LEGISLATURA N. 1218 DISEGNO DI LEGGE
D’iniziativa dei senatori BOGGIO, MEZZAPESA, CAPPELLI e AZZARA’
Comunicato alla presidenza il 20 luglio 1988

Normalizzazione dell’intonazione di base degli strumenti musicali

ONOREVOLI SENATORI – E’ giunto il momento di trovare una soluzione duratura alla continua incertezza e variabilità nell’intonazione di base degli strumenti musicali, che si è rivelata dannosa e pericolosa non soltanto per le voci dei cantanti, ma anche per il nostro patrimonio organologico, ed in particolare per gli antichi strumenti ad arco ed a tastiera (violini, viole, violoncelli, nonché organi e fortepiani costruiti per un’accordatura non superiore ad un La(3) tra i 427 e i 435 cicli al secondo). La “corsa all’acuto” a cui assistiamo da decenni, giustificata da taluni come espressione di libertà artistica, rischia di rendere impossibile la giusta interpretazione di capolavori come le sinfonie di Mozart, Haydn e Beethoven e potrebbe, stando alla testimonianza di famosi artisti lirici e direttori d’orchestra, portarci ad una situazione in cui tra qualche anno sarà sempre più difficile mettere in scena numerose opere liriche, per la mancanza di voci adatte al repertorio.

La causa di questa situazione sta nella “libera fluttuazione del La”.

Nel 1884 il Governo dell’epoca emise un decreto per la normalizzazione del diapason ad un La(3) di 432 vibrazioni, che era stato richiesto da Giuseppe Verdi e dai musicisti italiani riuniti a congresso a Milano nel 1881. Il decreto è conservato al Conservatorio G. Verdi di Milano.

In una lettera alla commissione musicale del Governo, riportata dal decreto del 1884, Giuseppe Verdi scrisse:

“Fin da quando venne adottato in Francia il diapason normale, io consigliai venisse seguito l’esempio anche da noi; e domandai formalmente alle orchestre di diverse città d’Italia, fra le altre a quella della Scala, di abbassare il corista uniformandosi al normale francese. Se la Commissione musicale istituita dal nostro Governo crede, per esigenze matematiche, di ridurre le 435 vibrazioni del corista francese in 432, la differenza è così piccola, quasi impercettibile all’orecchio, ch’io aderisco di buon grado.

Sarebbe grave, gravissimo errore adottare, come viene da Roma proposto, un diapason di 450. Io pure sono d’opinione con lei che l’abbassamento del corista non toglie nulla alla sonorità ed al brio dell’esecuzione; ma dà al contrario qualche cosa di più nobile, di più pieno e maestoso che non potrebbero dare gli strilli di un corista troppo acuto.

Per parte mia vorrei che un solo corista venisse adottato in tutto il mondo musicale. La lingua musicale è universale: perché dunque la nota che ha nome La a Parigi o a Milano dovrebbe diventare un Si bemolle a Roma?”

Il “diapason normale” (La=435) a cui si riferisce Verdi è quello conservato al Museo del Conservatorio nazionale di Parigi, mentre il cosiddetto “diapason scientifico”, a cui si riferisce il decreto e che fu approvato all’unanimità al congresso dei musicisti italiani del 1881, è quello proposto dai fisici Sauveur, Meerens, Savart, e dagli scienziati italiani Montanelli e Grassi Landi e calcolato su un Do centrale (indice 3) di 256 cicli al secondo. E’ importante sottolineare che la corsa all’acuto iniziò invece con l’adozione unilaterale di un La più alto (440 cicli) da parte delle bande militari russe ed austriache ai tempi di Wagner, e che tale diapason, pur non avendo alcuna giustificazione scientifica o basata sulle leggi delle voce umana, fu in seguito accettato per convenzione a Londra, nel 1939.

Ai presentatori di questo disegno di legge è sembrato opportuno preferire alla proposta dell’unificazione del diapason a 440 Hertz (per qualcuno si tratta d’un ripensamento), che trova oggi autorevolissimi sostenitori, quella accettata e poi sostenuta da Verdi (432 Hertz) che è ottimale per la voce umana e per gli strumenti di liuteria.

L’articolato della presente proposta di legge è tratto, in larga misura, salvo l’altezza fissata a 432 vibrazioni, dal disegno di legge n. 296 della IX legislatura a firma dei senatori Mascagni, Ulianich, Boggio, Panigazzi, Ferrara Salute e Parrino (il disegno di legge n. 296 proponeva 440 Hertz). Gli obblighi che il presente disegno di legge pone dovranno essere regolamentati entro il termine di un anno dal Ministero della pubblica istruzione, di concerto con il Ministero del turismo e dello spettacolo. Tale regolamento è previsto dall’articolo 2 a maglie molto larghe, per esigenza di ricerca ed artistiche, talché tranne che per brani di musica vocale e spettacoli lirici sarà molto facile esercitare la possibilità di deroga.

Il diapason Verdi non è un dogma, come non lo è la necessità di normalizzare l’intonazione di base degli strumenti musicali, ma è opportuno che il Parlamento raggiunga, per le ragioni anzidette, l’accordo su una disciplina della fluttuazione del La.

DISEGNO DI LEGGE

Art. 1.
1. Il suono di riferimento per l’intonazione di base degli strumenti musicali è la nota La(3), la cui altezza deve corrispondere alla frequenza di 432 Hertz (Hz), misurata alla temperatura ambiente di 20 gradi centigradi.

Art. 2.
1. E’ fatto obbligo agli istituti di istruzione musicale, alle istituzioni e organizzazioni, comunque sovvenzionate dallo Stato o da enti pubblici, che gestiscono o utilizzano orchestre o altri complessi strumentali, e all’ente concessionario del servizio pubblico radiotelevisivo di adottare stabilmente come suono di riferimento per l’intonazione la nota La(3) di cui all’articolo 1. Deroghe sono consentite per esigenze di ricerca ed artistiche, tranne che per brani di musica vocale e spettacoli lirici.

Art. 3.
1. Per ottemperare a quanto disposto dai precedenti articoli è fatto obbligo di utilizzare per l’intonazione strumenti di riferimento pratico (diapason a forchetta, regoli metallici, piastre, generatori elettronici, eccetera) tarati alla frequenza di 432 Hertz e dotati di relativo marchio di garanzia, indicante la frequenza prescritta. E’ ammessa la tolleranza, in più o in meno, non superiore a 0,5 Hertz.

Art. 4.
1. I contributi dello Stato o degli enti pubblici sono condizionati anche alla comprovata osservanza delle norme contenute nella presente legge.

Art. 5.
1. L’utilizzazione di strumenti di riferimento non conformi alla norma di cui all’articolo 3 è punita con l’ammenda per ogni esemplare da lire 100.000 a lire 1.000.000.

Art. 6.
1. Con decreto del Ministro della pubblica istruzione saranno indicati gli istituti specializzati autorizzati a fornire la frequenza campione per la taratura degli strumenti di riferimento e ad esercitare funzioni di controllo.

Art. 7.
1. Il Ministero della pubblica istruzione, di concerto con il Ministero del turismo e dello spettacolo, provvede entro il termine di un anno ad emanare il regolamento di attuazione della presente legge.

Art. 8.
1. Sono abrogate tutte le precedenti disposizioni di legge in merito.
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DDL 1218/001-VI

Una nuova iniziativa per il diapason di Verdi

Il Maestro Arturo Sacchetti presenta il suo progetto per un’orchestra nel La verdiano (432)

Alla conferenza internazionale dello Schiller Institut tenutasi a Oberwesel (Germania) il 24-25 luglio 1999, il maestro Arturo Sacchetti ha presentato il suo progetto per le celebrazioni verdiane a Busseto nel centenario dalla morte del grande compositore italiano (2001). Sacchetti, rinomato organista, direttore di coro ed orchestra, già direttore artistico di Radio Vaticana ed attualmente direttore del Festival Perosiano a Tortona, ha preso la parola durante la sessione musicale, insieme ad Anno Hellenbroich, direttore del coro e orchestra dello Schiller che sta preparando la Passione secondo San Giovanni di Bach, su cui è intervenuto, e Liliana Gorini, che ha presentato il Lied di Johannes Brahms “Mainacht” come esempio dell’uso del colore vocale. Il Mo. Sacchetti è stato assistito durante la sua presentazione dalla moglie, la pianista ed organista Natalia Kotsioubinskaia, e dal primo oboe della sua orchestra a Tortona, Giampiero Del Santi, che hanno eseguito alcuni esempi da sonate di Ponchielli e Rossini per oboe e pianoforte nelle due accordature, quella altissima odierna (La=444 Hz) e quella voluta da Giuseppe Verdi nel 1884 (La=432 Hz), nonché un passaggio dalla famosa aria di Aida “O cieli azzurri” insieme al soprano Liliana Gorini, per far sentire la differenza di colore e la morbidezza del suono con l’accordatura verdiana. Lo stesso esempio era stato eseguito dal soprano verdiano Antonella Banaudi alla conferenza tenutasi nel Salone Barezzi nel febbraio 1997, per presentare Canto e Diapason, a cui avevano partecipato, oltre al Mo. Sacchetti, il famoso tenore Carlo Bergonzi, che sostiene l’iniziativa dello Schiller per il La verdiano dal 1988, il famoso baritono Piero Cappuccilli e Lyndon H. LaRouche. Pubblichiamo stralci dell’intervento del Mo.

Sacchetti:
“Dopo quest’audizione sarà apparsa chiaramente la differenza tra i due tipi di accordatura. Il vero problema, per l’ accordatura a 430 Hz è rappresentato dagli strumenti musicali. Soltanto quando gli strumenti musicali potranno riprodurre questo tipo di accordatura, le voci, sia solo che corali, potranno adeguarsi. Ciò che è certo: non è possibile passare in poco tempo da un’accordatura alta ad un’accordatura bassa a 430 Hz. Sia gli strumenti a corda, abituati a un certo tipo di trazione della corda, sia gli strumenti ad ancia, che hanno necessità di ance costruite apposta per questo tipo di accordatura, richiedono strumenti dell’epoca verdiana, o copie. Al momento attuale non siamo ancora nella condizione di applicare questo tipo di accordatura nel nostro paese. È un percorso che deve iniziare. Ma l’aspetto più importante è spiegare ai musicisti perché questo tipo di accordatura presenta dei vantaggi rispetto all’accordatura alta. Con un’accordatura a 430 Hz, un’accordatura verdiana, bassa, questi sono i vantaggi: il colore innanzi tutto, perché l’accordatura alta rende i suoni molto aspri e brillanti. Per colore intendo quello degli strumenti, ma di conseguenza quello delle voci. La fusione tra gli strumenti è una realizzazione difficilissima per un direttore d’orchestra: questa diventa quasi impossibile con gli strumenti ad accordatura alta. L’accordatura alta degli strumenti stimola la celerità, cioè la rapidità del ritmo. Non soltanto, ma influisce sulla dinamica. 

“Vorrei ora brevemente illustrare il progetto di Busseto, per le celebrazioni verdiane. La redazione di questo progetto è stata ispirata dall’azione che penso conosciate di Lyndon LaRouche, la cui opera, apparsa in italiano col titolo Canto e Diapason, ha posto in evidenza il rapporto tra accordatura e varie voci (soprano, mezzosoprano, tenore, baritono e basso). Il progetto di Busseto tende a riproporre il recupero delle opere di Verdi secondo l’accordatura originale, 430-432 Hz. Il progetto è rigoroso perché prevede la costituzione di un parco di strumenti accordati a 430 Hz. Questa dotazione strumentale è posta a disposizione di musicisti per un corso di formazione professionale. L’aspetto strumentale riguarda gli strumentisti e direttori d’orchestra. Dopo un periodo di studio per la pratica di questi strumenti accordati a 430 Hz, si inseriranno i vocalisti dell’Accademia di perfezionamento del Mo. Carlo Bergonzi. Da questa esperienza comune si perverrà all’allestimento di alcune opere, opere legate a Busseto per motivi particolari: l’opera I due Foscari composta a Busseto, in Casa Barezzi, Giovanna di Guzman versione italiana dei Vespri siciliani, unica opera rappresentata al Teatro Ducale di Parma, unica in Emilia. Alcuni allestimenti di opere degli anni Ottanta, risalenti all’epoca della presa di posizione di Verdi sull’innalzamento del diapason, Simon Boccanegra, Don Carlos e Otello. Questo è il progetto verdiano che tende come finalità a costituire per la prima volta un’orchestra con accordatura a 430 Hz. E a questa accostare le voci, sia solo che corali, per l’applicazione di questo tipo di accordatura. Questo progetto certamente scatenerà molte polemiche. Soprattutto perché esiste una parte del mondo musicale internazionale che sostiene l’accordatura alta. Senza motivazioni scientifiche, ma sostenendo che soprattutto le voci si debbano adattare o adeguare all’accordatura alta. In ogni caso il risultato dell’esecuzione nell’accordatura alta odierna non è coerente con il mondo sonoro dell’epoca ottocentesca. Quindi non solo per quanto riguarda le opere di Verdi, ma il mondo musicale dell’Ottocento, strumentale, sinfonico, cameristico, oratoriale e teatrale, oggi non corrisponde alla realtà dell’epoca.

Questa realtà è un tradimento della verità creativa dei compositori.
I cantanti più famosi hanno sostenuto per questo motivo la nostra iniziativa per tornare al La verdiano.
Sono stati frequentissimi i casi in cui il cantante chiamava in camerino il primo oboe per ascoltare l’accordatura e decideva di non cantare.

Quindi noi ci auguriamo con questo progetto di riuscire a sensibilizzare i musicisti affinché questo problema venga affrontato scientificamente, musicalmente, soprattutto nel rispetto della verità, dell’intento creativo ed anche degli interpreti.”

Fonte: lalboincantato, movisol.org e altro sul web

Abbinamenti di frequenze sonore, colori e chakra

 

Conoscendo le sette note musicali, i sette colori e i sette Chakra, viene quasi spontaneo accostare queste diverse manifestazioni energetiche (frequenze matematiche). Vediamo se quest’operazione si può basare su qualcosa di comprensibile o se invece è pura filosofia astratta.

 

Molti fenomeni naturali seguono una legge chiamata legge dell’ottava, insegnata tra gli altri dal maestro Gurdjieff, in cui si evidenziano sette livelli principali in ogni evento, che continuano ricominciando un’altra serie a partire dall’ottavo ma in un modo un pò diverso. Pensiamo ad esempio alle note musicali, che ricominciano dopo l’ottava, ma con frequenza raddoppiata. Oppure gli elementi chimici, i colori o i giorni della settimana hanno un simile comportamento. Persino le cellule del corpo umano hanno un ciclo completo di sette anni. Insomma, questo schema del sette più uno è sicuramente qualcosa che accomuna note musicali, colori e Chakra.

I Chakra

I sette Chakra sono centri principali di energie sottili, con diverse caratteristiche, che si manifestano nella natura umana. Anche i colori e i suoni sono forme d’energia, che, come ho già avuto modo di spiegare, sono molto più simili di quello che si possa pensare (vedi teoria delle Super stringhe). Nella tradizione i sette Chakra sono abbinati a sette colori, che più o meno possiamo trovare indicati allo stesso modo nelle opere che ne parlano:

1 – Primo Chakra, “Muladhra”, rosso.

2 – Secondo Chakra, “Svadhthana”, arancio.

3 – Terzo Chakra, “Manipura”, giallo.

4 – Quarto Chakra, “Anahata”, verde.

5 – Quinto Chakra, “Vishuddi”, azzurro o blu.

6 – Sesto Chakra, “Anja”, viola o indaco.

7 – Settimo Chakra, “Sahasrara”, tra violetto e bianco.

Possiamo notare che i colori sono nello stesso ordine in cui compaiono nell’arcobaleno e nello spettro dei colori visibili, cioè in un ordine crescente di frequenza vibratoria. Il problema è come abbinare a questi colori le sette note musicali. Alcuni pensano di partire dalla nota DO col primo Chakra e poi proseguire fino al settimo con la nota SI seguendo la scala di DO maggiore (DO, RE, MI, FA, SOL, LA SI, DO). Questo approccio è un pò arbitrario e non è basato su considerazioni di carattere energetico tranne che per l’ordine crescente. In altre interpretazioni ci si può basare sul fenomeno degli armonici naturali, e quindi abbinando i sette Chakra ai primi sette armonici di un suono di base, ma anche qui il problema è la scelta della nota di partenza.

Il Nada Yoga risolve questo problema indicando una diversa nota di base per ogni individuo chiamata “tonica personale“. Questo potrebbe essere interessante, però i colori sono gli stessi per tutti e non dimentichiamo che anche le frequenze in cui viviamo sono le stesse per tutti, ad esempio siamo tutti soggetti alla frequenza del campo elettromagnetico terrestre, cioè la famosa frequenza di Schumann di 7,83 Hz. In questa visione ad alcuni questa frequenza dovrebbe fare bene e ad altri no.

Per quanto mi riguarda preferisco un approccio più matematico, in quanto siamo tutti soggetti alle stesse leggi. Partendo dalla frequenza di una nota musicale, possiamo raddoppiare questa frequenza calcolandone l’ottava fino ad arrivare allo spettro delle frequenze dei colori visibili, da 400 a 800 Thz circa (il prefisso Tera sta per un Bilione, cioè 1000 miliardi di Hz).

Abbinamenti di frequenze sonore, colori e chakra

  1. Chakra “Muladhra” – Nota SOL (384 Hz) – Colore Rosso (400-484 THz) – Frequenza 40ima ottava: 422.212.465.065.984 Hz – 
  2. Chakra “Svadhthana” – Nota LA (432 Hz) – Colore Arancio (480-510 THz) – Frequenza 40ima ottava: 474.989.023.199.232 Hz – 
  3. Chakra “Manipura” – Nota SI (480 Hz) – Colore Giallo (510-540 THz) – Frequenza 40ima ottava: 527.765.581.332.480 Hz – 
  4. Chakra “Anahata” – Nota DO (512 Hz) – Colore Verde (540-610 THz) – Frequenza 40ima ottava: 562.949.953.421.312 Hz – 
  5. Chakra “Vishuddi” – Nota RE (576 Hz) – Colore Blu (610-670 THz) – Frequenza 40ima ottava: 633.318.697.598.976 Hz –
  6. Chakra “Anja” – Nota MI (640 Hz) – Colore Viola (670-750 THz) – Frequenza 40ima ottava: 703.687.441.776.640 Hz – 
  7. Chakra “Sahasrara – Nota FA# (720 Hz) – Violetto (oltre 750 THz) – Frequenza 40ima ottava: 791.648.371.998.720 Hz – 

Come potete vedere ogni frequenza della nota di partenza è stata raddoppiata fino a raggiungere la quarantesima ottava, in cui abbiamo lo spettro dei colori visibili. Ora possiamo accostare il colore alla nota di base e quindi al Chakra, in un modo che è basato su considerazioni matematiche. Preferisco questo approccio perché noi esseri umani viviamo immersi nella matematica, essendo la realtà un grande Universo di energia e vibrazioni che noi interpretiamo limitatamente attraverso i nostri sensi. Le frequenze ottenute rientrano tutte nello spettro del relativo colore, tranne il LA, che comunque genera un valore prossimo a 480 THz, cioè una zona di transizione da rosso ad arancio, dato che il passaggio da un colore all’altro avviene gradualmente. Quella che si ottiene con questo sistema è la scala di SOL maggiore (SOL, LA, SI, DO, RE, MI, FA#, SOL). Fonte: www.musica-spirito.it

24° CONVEGNO Globalità dei Linguaggi per la non Violenza. Diritti Umani, Educazione e Cura

Anche quest’anno per la ventiquattresima volta si terra a Roma, nei giorni 4,5,6 di ottobre, presso la Sala Teatro padiglione 90 in piazza S. Maria della Pietà, il convegno nazionale sulla Globalità dei Linguaggi per la Nonviolenza, diritti umani, educazione e cura.

Interverranno personalità illustri del mondo dell’arte, della musica e dalla scienza.

In questa edizione avrò l’onore di intervenire parlando di armonici nel campo della musicoterapia, facendo una performance col Didgeridoo ed il Canto Armonico e di Gola.

Di seguito la locandina e il programma dettagliato:

 

 

Asana Yoga per sbloccare il settimo Chakra

 

 

 

Sahasrara è il nome del nostro settimo Chakra, esattamente l’ultimo dei nostri centri energetici, posto sulla sommità del capo e per questo motivo denominato anche “Chakra della corona”.

Non governa nessun organo, essendo quasi del tutto sganciato dal corpo fisico, ma permette comunque all’ipofisi e alla corteccia cerebrale di funzionare correttamente ed è collegato al rapporto che abbiamo con ciò che riguarda la spiritualità, la conoscenza suprema, ciò che di più puro possiamo provare.

È raffigurato da un fiore di loto viola e bianco composto metaforicamente da mille petali, che schiudendosi simboleggiano il raggiungimento della nostra crescita sia spirituale che personale.

È per questo che Sahasrara significa “mille”, che è anche un numero dall’elevato valore spirituale nella cultura orientale.

L’elemento connesso al settimo Chakra è il metallo, mentre i colori sono ovviamente il bianco e il viola, gli stessi del fiore di loto che lo rappresenta.

Scopriamo cosa succede quando Sahasrara è bloccato e mal funzionante, e nell’ambito dello Yoga elenchiamo le migliori Asana per il settimo Chakra.

Cosa succede quando il settimo Chakra è bloccato?

Se ci accorgiamo di non riuscire più a pensare lucidamente, soffriamo spesso di mal di testa, sviluppiamo delle fobie o delle psicosi, significa che il nostro settimo Chakra non funziona correttamente, ed è dunque bloccato.

Trattandosi di un Chakra energicamente potentissimo, i disagi dati da un suo squilibrio non sono propriamente di blanda natura, tutt’altro.

La nostra crescita personale risulta intaccata, diventiamo materialisti ed estremamente attaccati alle cose terrene, tralasciando l’aspetto spirituale nella nostra vita, e quindi evitando tutto quello che non può essere spiegato con la ragione. La morte ci fa paura, appunto perché temiamo l’ignoto.

Quando invece il settimo Chakra funziona come deve funzionare, con tutta l’energia che è in grado di sprigionare e che è libera di fluire, tutto cambia e siamo in grado di raggiungere il punto più alto della nostra crescita, nonché della nostra conoscenza.
Di conseguenza, migliora la nostra comprensione, la nostra capacità di apprendere, e ci rende più consapevoli e liberi di agire al di là di ogni ostacolo.

È dunque molto importante che anche l’ultimo dei nostri sette centri energetici, Sahasrara, come tutti gli altri, sia ben bilanciato, equilibrato, perché un suo blocco può davvero limitarci fortemente nel condurre la nostra vita.
Lo Yoga in questo può aiutare e, come abbiamo già anticipato, andiamo a elencare qui di seguito quattro Asana particolarmente indicate per il settimo Chakra.

Padmasana (la posizione del loto) 

Padmasana è la posizione madre, la cosiddetta posizione del loto, che si assume durante la Meditazione.
Essa infatti ci mette in relazione con l’universo e con il nostro Io più profondo
, stimolando quindi il nostro settimo Chakra. Ecco come fare:

  • Sedetevi a gambe distese sul tappetino.
  • Piegate il ginocchio destro fino a posizionare il piede corrispettivo sulla coscia sinistra, il più vicino possibile all’inguine.
  • Fate la stessa cosa con l’altro piede, che va appunto ugualmente posizionato sulla coscia destra. L’operazione richiede una certa flessibilità, quindi pur essendo una Asana tutto sommato semplice, per alcuni principianti potrebbe volerci più tempo e pazienza per riuscire a posizionare le gambe in questo modo.
  • Per quanto riguarda braccia e mani, unite pollice e indice di entrambe.
  • Mantenente la posizione finché volete e potete.

Sirsasana (la posizione sulla testa) 

Sirsasana (la posizione sulla testa) 

Sirsasana è una posizione abbastanza impegnativa, che consigliamo di eseguire sotto l’attenta supervisione di un maestro oppure solamente a chi ha raggiunto un livello ormai avanzato nella pratica dello Yoga.
È una delle Asana più efficaci per il settimo Chakra. Vediamo come fare:

  • Assicuratevi che il tappetino sia non troppo sottile per creare una base di appoggio adeguatamente spessa e non scivolosa, oppure piegatelo in due.
  • Inginocchiatevi con i glutei poggiati sui talloni e chinatevi in avanti poggiando i gomiti a terra: le braccia devono essere perpendicolari al pavimento.
  • Unite le dita, formando con le mani una specie di coppetta che è anche il vertice del triangolo formato con gli avambracci.
  • Poggiate la testa sui palmi delle mani, cercando il punto di appoggio più adatto a voi.
  • Sollevate il bacino, distendendo le gambe.
  • Chi è alle prime armi può anche fermarsi qui, chi invece ha le possibilità per farlo può proseguire nel sollevare le gambe e raggiungere la completa posizione verticale invertita, dove solo la testa e gli avambracci sostengono il peso del corpo.
  • Mantenente Sirsasana finché potete, dopodiché uscite lentamente e con accortezza dalla posizione.

Sarvangasana (posizione della candela)

Posizione Yoga Sarvangasana – Posizione della candela

Questa Asana ci apre alla spiritualità, alla purezza e all’intuizione. Si esegue in questo modo:

  • Sdraiati sul tappetino, verifica che la testa e la colonna vertebrale siano allineate, tieni le gambe dritte con i piedi uniti
  • Tieni li braccia lungo i fianchi, rilassa tutto il corpo
  • Contrai i muscoli addominali e con l ‘aiuto delle braccia solleva lentamente le gambe in verticale, mantenendole tese
  • Inspira nella posizione di partenza
  • Lentamente solleva i glutei e la colonna vertebrale, portando il tronco in posizione verticale
  • Gira il palmo delle mani verso l’alto, piega i gomiti e metti le mani sulla gabbia toracica per sostenere la schiena. I gomiti son alla stessa larghezza delle spalle
  • Spingi il torace in avanti in mod che si crei una pressione stabile contro il mento
  • Nella posizione finale le gambe son verticali, unite e formano una linea retta col tronco
  • Chiudi gli occhi e rilassa tutto il corpo e respira lentamente e profondamente
  • Tieni la posizione per 5 respiri, se sei più esperto anche per 3/5 minuti

Viparita Karani (la posizione invertita) 

 

L’Asana Viparita Karani, è utile nel riattivare il settimo Chakra come tutte le posizioni invertite, poiché stimola le nostre percezioni interiori. Ecco come si esegue:

  • Sedetevi a terra, sul tappetino, di fronte a un muro ampio e libero da oggetti.
  • Posizionatevi in modo da poter distendere la schiena per terra e sollevare le gambe che devono invece appoggiarsi totalmente al muro rimanendo verticali. Anche i glutei devono essere a contatto con la parete.
  • Con il vostro corpo, dunque, formate un angolo di 90°.
  • La testa è ben appoggiata a terra, e l’obbiettivo è quello di rilassarvi: respirate normalmente e mantenente la posizione il più possibile, per almeno 5 – 10 minuti.

SESTO CHAKRA: COME ARMONIZZARE E SBLOCCARE IL TERZO OCCHIO

 

Il sesto chakra, in sanscrito Ajna. Significa sapere, percepire. E’ il chakra posizionato tra le sopracciglia, molto più noto come terzo occhio. E’ in relazione con la capacità di usare tutta l’immaginazione creativa e di vedere oltre le apparenze. Interessa gli occhi, l’ipofisi o la ghiandola pituitaria, il sistema nervoso centrale e il sistema ormonale.

E’ in questo chakra che noi riusciamo a superare l’ego, a controllare la coscienza ed elaborare le immagini in modo coerente. E’ qui che avviene la nostra comprensione del mondo delle energie sottili.

Ajna è il chakra del sesto senso, dell’intuzione, della chiarezza e della vista. Nel corso di questo articolo vediamo appunto cos’è il sesto chakra, cosa accade quando funziona troppo o troppo poco, come armonizzarlo grazie alla cristalloterapia e il Reiki.

 

Corrispondenze del sesto chakra

 

Ajna è forse il chakra più famoso perché la sua apertura è spesso associata all’acquisizione di poteri soprannaturali, la vista spirituale che ci permette di vedere cose che le persone comuni non sono invece capaci di vedere. A livello esoterico ciò che invece affascina e rende il sesto chakra al centro dell’attenzione è il fatto che qui, le due nadi principali Ida e Pingala si riuniscono. La loro unione rappresenta l’incontro del principio maschile e quello femminile.

Colore: Indaco e viola.

Nome sanscrito: Ajna

Dove si trova: tra le sopracciglia

Elemento: Luce

Parte del corpo: occhi, sistema nervoso e sistema ormonale

Senso: il sesto senso

Ghiandola: ipofisi o ghiandola pituitaria

Loto: due petali, infatti sta a rafforzare la dualità che si unisce, Ida e Pingala che s’incontrano.

Numero: 2

Pietre collegate: tutte le pietre viola.

Pianeta: Giove

Divinità: due sono le divinità. Hakini Shakti, dea della meditazione e Shiva, dio della distruzione.

Mantra: OM

Parola chiave: Io vedo

Quando il sesto chakra è in equilibrio

Quando il sesto chakra è in equilibrio si ha una buona visione di ciò che ci circonda, ma anche di quello che accade dentro di noi. Possediamo un’intuizione forte, di quelle che difficilmente si sbagliano. La nostra mente può contare sulla chiarezza ma anche sull’immaginazione creativa. Ajna armonico indica una sintonizzazione buona con il proprio Sè superiore.

Il sesto chakra in armonia ci dona consapevolezza di chi siamo, di quella che è la realtà e i nostri veri bisogni. Siamo centrati nel qui e ora, la mente e aperta e noi si riesce finalmente a essere i padroni di noi stessi. Si riesce a vedere oltre l’apparenza e questo significa anche smettere di restare ancorati ai beni materiali, si supera la paura della morte, le fobie e tante cose che ci paralizzano e ci separano dal raggiungere le nostre vere potenzialità.

Il sesto chakra è bloccato?

 

E’ il terzo occhio che ci permette di guardare oltre le apparenze ma delle volte il velo lo copre e offusca la nostra vita. Si diventa chiusi, non intuitivi e incapace di vedere sia le cose materiali sia quelle spirituali che accadono intorno a noi.

Quando funziona poco tendiamo a preoccuparci per ogni cosa, abbiamo paura di cose che non sono ancora successe e che probabilmente non accadranno. Alcune volte ci sentiamo inutili, depressi, apatici e sfiduciati. Anche quando è bloccato può comunque dare segni di iperattività come nervosismo e insonnia.

Molte persone non riescono più a riconoscere i propri sentimenti e hanno come la sensazione di non provare nulla. Tende a vivere in mondi illusori per non vedere la realtà.

Il sesto chakra funziona troppo?

Il terzo occhio può funzionare troppo. I sintomi fisici sono il classico mal di testa, ma può dare anche disturbi psicoemotivi, insonnia, stanchezza e problemi alla vista. La testa è come se fosse pesante. Si è impazienti, ambiziosi in modo maniacale e con la tendenza di esaltare le nostre doti. Spesso non si è capaci di assumerci le nostre responsabilità e si preferisce far ricadere gli errori sulle spalle degli altri. Si tende a distrarci molto facilmente.

Come riequilibrare il sesto chakra

Come si riequlibria il sesto chakra? Il modo migliore per equilibrarlo un po’ alla volta è dedicarsi alle pratiche meditative e magari allo yoga. Durante i vostri esercizi potete adoperare anche l’aromaterapia. Mettete nel diffusore ambientale alcune gocce di olio essenziale di anice, di angelica, di salvia o di elicriso. Può esservi di aiuto anche il massaggio ayurvedico oppure gli esercizi dei cinque tibetani.

Per quanto riguarda il Reiki invece, dovete eseguire i vostri trattamenti giornalieri proprio nel punto dove si trova il sesto chakra. Quando effettuate un bilanciamento dei centri energetici, soffermatevi un po’ di più tra le sopracciglia.

Potete combinare il Reiki con la cristalloterapia, semplicemente adoperando le pietre durante il trattamento Reiki. Dovete posizionare la pietra che scegliete proprio tra le sopracciglia.

Pietre collegate al sesto chakra

Potete usare l’ametista, forse la pietra più nota per stimolare questo chakra. Aumenta le percezioni extrasensoriali. C’è l’acquamarina, utile sia per il quinto che per il sesto chakra. Migliora la comunicazione con il nostro Sé interiore. Nel mondo delle agate troviamo quella viola, per l’empatia, e l’agata occhio di shiva, che appunto sembra un bellissimo occhio. C’è l’ametrino, l’azzurrite (usata dai sensitivi e dai medium proprio per rafforzare la seconda vista) e la celestina, conosciuta anche come la pietra degli angeli. Aiuta a far riemergere dall’inconscio ciò che vi è nascosto da tempo. Ancora potete usare la fluorite viola che stimola l’equilibrio del terzo chakra, aumenta l’intuizione ed è utile per favorire gli stati meditativi. Potete provare anche con lo zaffiro, la labradorite, la sugilite, la tormalina blu, il lapislazzuli e l’alessandrite.

Potete decidere di alternare queste pietre, fino a quando non trovate quella più adatta a voi. Ovviamente all’inizio potete studiarvele un po’ per vedere con quale partire, in base alle loro descrizioni capite se possono o meno fare a caso vostro.

Esercizi fisici per riequilibrare il sesto chakra

  • Rilassatevi scuotete braccia e gambe, sedete sula pavimento con la schiena eretta e quindi effettuate per alcuni minuti la respirazione alternata (vedi chakra base).
  • Assumete la posizione del quadrupede e alternate per sette volte i movimenti “groppa del cavallo/schiena del gatto”.

Aprire sesto Chakra

  • Posizione fetale: partendo da seduti sui talloni, fate scendere lentamente il busto in avanti finché la fronte tocca il pavimento. Le braccia sono distese accanto al corpo con i palmi rivolti verso l’alto; respirate profondamente un po’ di volte concentrandovi sulla vostra fronte, poi risollevate lentamente il busto vertebra dopo vertebra fino a tornare con la schiena eretta. Ponete le mani sulla parte posteriore del collo per sorreggere delicatamente la testa aprite gli occhi e guardate in alto per qualche secondo. Ripetete l’esercizio per altre tre volte.

Chakra posizioni meditazione

  • Da seduti assumete la seguente posizione: le dita medie, distese, sono rivolte in avanti e si toccano così come le punte dei pollici che però sono rivolte verso il petto. Le altre dita saranno piegate e faranno combaciare successivamente le seconde falangi. Inspirate e pronunciate ripetutamente espirando il mantra “ksham” ripetendo l’esercizio sette volte.

 Meditazione posizione delle mani

  • Armonizzazione meditativa: sdraiatevi in posizione supina, chiudete gli occhi e rilassatevi; posate il  palmo della mano sinistra al centro della fronte e la destra sopra di essa (la posizione della mano dovrebbe seguire naturalmente la linea degli avambracci). Tenete le mani appoggiate delicatamente alla fronte per qualche minuto, quindi immaginate che una energia blu penetri dal vostro chakra e inondi il vostro corpo mentre espirate. Continuate così per 5 minuti almeno poi posate le mani lungo i fianchi palme a terra e rimanete così, rilassandovi ancora un po’.

Fate quello che volete, non vi serve il permesso.

   

Siete voi a dovere decidere cosa fare e come farlo, non restate ad aspettare l’approvazione degli altri.

Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Non fatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo essi sanno chi volete diventare davvero. Tutto il resto è secondario.

Steve Jobs

 

 

Siete liberi di fare quello che volete? Avete la sensazione di dover chiedere il permesso per avere la vita che desiderate? E se vi dicessimo che non vi serve alcun permesso se non il vostro?

Il mondo del dovrebbe essere

Viviamo in un mondo con canoni stabiliti. Ci insegnano che bisogna mangiare più insalata e meno cioccolata per essere belli, tanto per fare un esempio. Cresciamo credendo che ci sia un mondo ideale e che il nostro scopo sia quello di raggiungerlo.

La realtà è ben diversa, il mondo che abbiamo imparato a cercare non è reale. È giunto il momento di smettere di credere che potremo essere felici solo con la casa e la famiglia perfetta.

Sapete cosa desiderate davvero nella vita?

Molti vivono credendo di poter realizzare i propri sogni, quando in realtà cercano solo quello che hanno imparato a cercare.

Una volta capito questo, vi renderete conto che la prima cosa che vi serve per avere la vita che volete è sapere cosa volete. Poi è facile tracciare un percorso e fissare dei traguardi.

Quando è stata l’ultima volta che vi siete chiesti cosa volevate?

È incredibile quante cose facciamo per essere accettati. Come andare a quella festa, pur sapendo che non ci divertiremo oppure intraprendere un percorso di studi che altri hanno “suggerito”.

Quando siamo piccoli, impariamo che certi comportamenti sono accettati, mentre altri sono inopportuni. Cresciamo con l’idea che bisogna fare ciò che è giusto per essere accettati.

Così, passiamo la vita riempiendoci di obblighi e di traguardi che nemmeno ci interessano o vogliamo. Con il tempo, la nostra essenza si perde in qualche luogo che non ricordiamo più.

Qualche volta vi siete chiesti cosa volete?

 

 

Spezzate il circolo

È facile credere che una volta raggiunte tutte le mete prefissate dagli altri, possiate dedicarvi alle vostre.

Il problema è che tutto questo è come una palla di neve che, a meno che non lo vogliate, non smetterà di crescere. Ma come fare? Non c’è una formula magica, ma questi consigli potrebbero aiutarvi:

  1. Pensate alla vostra vita e cercate di capire se siete felici o vorreste fare qualcosa di diverso. Mettete da parte il rumore esterno e concentratevi su di voi. Pensate a cosa fareste se ora poteste scegliere qualsiasi cosa. Se vi immaginate a fare quello che già state facendo e siete felici, allora continuate a farlo. Siete tra le persone fortunate che hanno la vita che desiderano.
  2. Fate una lista di cose che vi impediscono di avere la vita che volete. Se nel punto precedente vi siete resi conto di volere una vita diversa, pensate a come deve essere questa vita. Poi fate una lista delle cose che vi fanno rimanere attaccati a ciò che vi rende infelici.
  3. Quali alternative avete per raggiungere quello che volete? Ora che sapete cosa volete e cosa vi impedisce di raggiungerlo, cercate delle alternative per unire le due cose. Se volete essere padroni del vostro tempo e stare in compagnia della vostra famiglia, valutate la possibilità di aprire una vostra attività nel tempo libero.
  4. Seguite il vostro cammino. È la parte più complessa di tutto il processo. Consiste nel mettere in pratica le alternative. Molte persone preferiscono non farlo perché ormai sono abituate alla loro zona di comfort. In realtà, non succederà nulla se non seguite il processo, ma se lo fate, vi assicuriamo che i risultati saranno incredibili.

L’unico permesso che vi serve

Alla fine, sembra che vi serva davvero il permesso di qualcuno per fare quello che volete. Si tratta della persona più importante della vostra vita e dovete sempre tenerla presente. Se non lo fate, la sua voce vi perseguiterà dicendovi che qualcosa non va.

Avete indovinato chi è questa persona così importante a cui dovete chiedere il permesso? Se ancora non l’avete capito, stiamo parlando di voi.

Proprio così, l’unica cosa che vi serve per prendere il controllo della vostra vita è decidervi di fare le cose. Non aspettatevi che la strada da percorrere sia semplice, non lo è mai. Fonte la menteemeravigliosa.it

SBLOCCARE IL QUINTO CHAKRA CON 5 ESERCIZI YOGA

  

 

 

Il quinto chakra Vishuddha , conosciuto anche come chakra della gola, è la nostra voce. Governa la capacità di esprimerci, ascoltare e comunicare con gli altri. Ci sfida a pensare e riflettere su ciò che diciamo e ciò che trasmettiamo al mondo, ci aiuta a comprendere qual è la nostra verità e quanto siamo disposti a condividerla. La relazioni sociali sono oneste, aperte e spontanee quando il chakra Vishuddha non è ostacolato.

Quando il quinto chakra è aperto e bilanciato la nostra capacità di comunicare e ascoltare è al suo picco massimo.

Per bilanciare questo chakra, lo yoga suggerisce di concentrarsi sulla parte superiore della schiena e sulla gola per aprire i canali verso questo importante centro energetico.

Cosa succede se il quinto chakra è bloccato?

Se il tuo chakra della gola è bloccato potresti trovarti vittima dell’incapacità di comunicare efficacemente quando ne hai più bisogno e non esprimere o perseguire i tuoi bisogni e desideri. Forse desideri ardentemente realizzare i tuoi sogni e vivere con uno scopo forte e chiaro, ma sembri non essere in grado di arrivare fino in fondo. Questi sono segni comuni che il chakra della gola non funziona al suo livello ottimale.

I sintomi non fisici di questo blocco possono essere più prevalenti. Tra i segni più comuni ci sono:

  • Paura di parlare
  • Incapacità di esprimere e articolare i propri pensieri
  • Timidezza
  • Incoerenza nelle parole e nelle azioni
  • Ansia sociale
  • Inibizione della creatività
  • Testardaggine
  • Distacco

Un blocco nel chakra del cuore può anche portare a sintomi fisici nella zona del corpo da esso governata, ad esempio:

  • Mal di gola cronico
  • Frequenti mal di testa
  • Problemi dentali
  • Ulcere della bocca
  • Raucedine
  • Problemi alla tiroide
  • Laringite
  • Dolore al collo

Di conseguenza, il blocco può anche avere un impatto sulla salute fisica. Quando sperimenti tali segni di disagio fisico, le pratiche di guarigione focalizzate sulla parte superiore del corpo, in particolare sul collo e sulle spalle, possono portare sollievo e consentire all’energia di muoversi più liberamente.

Esercizi yoga per sbloccare il quinto chakra

Sukhasana con stretching del collo

Un quinto chakra non equilibrato spesso è causa di tensione nel collo e nella mascella. Ad esempio può capitarti spesso di digrignare i denti o avere le spalle tese.

Inizia sedendo comodamente in Sukhasana e posiziona un blocco da yoga sotto le natiche, se necessario. Inclina leggermente la testa da un lato all’altro, osservando se c’è tensione. Successivamente ruota lentamente la testa prima in senso orario e poi antiorario, allungando più che puoi i lati e la parte posteriore del collo. Assicurati anche che la mascella sia rilassata. Continua per 1-2 minuti.

Matsyasana (Fish pose)

Matsyasana

Questa posa è estremamente utile per aprire la gola e il petto, stimolare la tiroide e rafforzare i muscoli della schiena.

Inizia sdraiandoti a pancia in su e poggia i palmi delle mani sulle cosce, poco sotto i fianchi. Mantieni le mani in questa posizione per tutta la durata di quest’asana. Ora immagina che ci sia una calamita in mezzo al petto che ti tira su. Inspirando, inizia lentamente a sollevare il petto verso l’alto. La corona della testa, o la parte posteriore della testa, deve toccare il pavimento e gli avambracci rimangono rilassati. Mantieni questa posa per 2-4 respirazioni e poi torna a terra lentamente. Se senti tensione all’altezza del collo o nella gola, abbassa lievemente il torace e prova a poggiare la testa in un’angolazione diversa.

Salamba Sarvangasana

La posa della “candela” è portentosa per riallineare i nervi che scorrono nel collo e stimolare la tiroide. La posa calma la mente mentre dà energia al corpo. Poiché è anche un’inversione, il sangue inizia a circolare meglio lungo tutto il corpo e la mente diventa più lucida.

Puoi iniziare a ridosso di una parete, appoggiando le gambe sul muro e le anche vicino al muro. Punta la pianta dei piedi contro il muro e poggia le mani saldamente a terra. Da qui puoi iniziare a sollevare lentamente i fianchi, appoggiando saldamente i piedi sul muro. Una volta su, puoi portare le mani dietro la parte bassa della schiena per sostenerla e sollevare una gamba alla volta, o entrambe le gambe, nella posa finale.

Stai attento a restare perfettamente fermo per tutta la durata dell’asana. Mantieni la posa per 2-4 respiri, poi scendi a terra lentamente appoggiando i piedi sul muro e abbassandoti sul tappetino. Se avverti qualsiasi tipo di dolore o fastidio al collo, interrompi la posa.

Purvottanasana (Upward plank)

Purvottanasana

Purvottanasana porta un allungamento di spallecollo e parte superiore della schiena, liberando la tensione da tutta la parte anteriore del corpo.

Per assumere questa posa, inizia con la seduta in Dandasana e posiziona le mani dietro i fianchi, con le dita puntate verso di te. Inspira profondamente e, dopo aver espirato, premi sulle mani e solleva i fianchi, puntando i piedi a terra e stendendo le gambe. Cerca di aprire il petto verso il cielo e, se il tuo collo è comodo, puoi abbassare delicatamente la testa. Lascia il collo in posizione neutra se avverti qualche fastidi. Mantieni l’asana per 2-3 respiri e poi esci dalla posa abbassando i fianchi e tornando a sederti a terra.

Balasana (Child pose)

Balasana

La posa del bambino è un’asana meravigliosa e rigenerante che distende la parte superiore della schiena, il collo e la gola. Puoi tenere le ginocchia unite o separate, a seconda di come ti senti più a tuo agio. STendi bene le braccia davanti a te e tieni le mani aperte e sderenti al tappetino. Puoi anche posizionare un cuscino sotto i fianchi per rendere la posa più confortevole. Cerca di lasciar andare tutte le tensioni che senti accumulate nella schiena e rilassati con ogni respiro. Mantieni la posa per circa un minuto.

Durante questi esercizi cerca sempre di immaginare la libertà che senti quando sei in grado di essere te stesso, dire la verità e comunicare al meglio delle tue possibilità in ogni situazione e con ogni persona. Ripeti questo mantra nella tua testa:

Ho il diritto di dire la mia verità. Amo condividere le mie esperienze e la mia saggezza. Sono in pace.

fonte meditazionezen.it

VAL DEMONE, TRA GELSI E BACHI DA SETA

 

 

“Ti salutu fonti di mari,/ ccà mi manna lu Signuri:/ tu m’ha dari lu to beni,/ jò ti lassù lu me mali.”

Dal medioevo ai primi anni del secolo scorso, la sera precedente la festa dell’Ascensione la gente di Messina correva a frotte verso la spiaggia, si inginocchiava e ripeteva per nove volte di segui­to, a ogni flutto, questa curiosa preghiera.

Immediatamente dopo tutti raccoglievano un pugno di sabbia. «L’arena raccolta [andavano] poi a gittarla su tutti i tetti delle persone che [allevavano] il baco da seta, gridando con gioia: Setti liviri a cannizzu».

Un bell’augurio davvero! Sette libbre di bozzoli a gratic­cio era molto di più di quanto mediamente rendesse la bachi­coltura; senza considerare gli anni di mancata produzione per un qualsiasi capriccio dell’oscuro santo che proteggeva i bachi, San Giobbe, tradituri per sua indole e fin troppo tole­rante verso le fattucchiere che mandavano il malocchio ai filu­gelli.

Ho voluto prendere le mosse da quest’antico rito di puri­ficazione tutto messinese, documentato da Tommaso Cannizzaro (1838 -1912), per sottolineare la grande rilevanza economica e socio­culturale di un’attività, la bachi-sericoltura, che è stata per secoli il fiore all’occhiello dell’economia della città dello Stretto e del suo hinterland contadino, fino al punto da influenzare i comportamenti di gente che nulla aveva a che vedere con bachi e filande. L’allevamento del baco da seta non era un segreto per nessuno nella Messina medioevale e moderna: sapevano tutti che la bigattiera era ospitata tra le pareti domestiche di tanta povera gente che aveva così un’oc­casione per sbarcare bene o male il lunario. Tutti conosceva­no le ansie e le speranze delle donne che badavano ai filugel­li con la stessa attenzione che le mamme dedicano ai loro bambini. E non si scandalizzavano se le uova del mutevole insetto, amorevolmente avvolte in un panno di lino, venivano fatte scovare tra i seni delle bachicoltrici. Anzi, avevano per queste donne lo stesso rispetto che solitamente si porta alle gestanti

Non era nemmeno segreto per nessuno, a Messina e nel­ Val Demone, la metamorfosi dei filugelli: appena nati cominciavano a brucare le foglie che le donne avevano smi­nuzzato nei graticci; crescevano a vista d’occhio e, dopo quattro mute, si rinchiudevano in bozzoli formati dalla loro stessa bava, per uscirne una quindicina di giorni appresso sotto forma di farfalla. Questo salto di qualità potevano però solo farlo pochi esemplari cui era affidata la continuità della specie: mentre il grosso dei bozzoli veni­va inviato alla svelta alle filande per estrarne la seta, le poche farfalle cui era concesso di sgusciare dall’involucro non per­devano tempo ad accoppiarsi per deporre nell’arco di poche ore le uova, e subito dopo morire.

Ora, se è assodata la larga diffusione nel Messinese della cultura bachi-sericola, non è facile ricostruirne la genesi, anche se si può ipotizzare che la città dello Stretto sia stata una delle prime stazioni europee dell’antica via della seta che, com’è noto, si cominciò a tracciare in Cina ben 2600 anni prima dell’era cristiana. Sappiamo da Confucio che in Cina la plurimillenaria avventura sericola ebbe inizio all’epo­ca dell’imperatore Ho-Ang-Ti il quale, fortemente impressio­nato della metamorfosi dei filugelli, incaricò la moglie Si-Ling-Ki di studiarne il comportamento. Dopo averli osserva­ti per alcuni giorni, l’imperatrice prese a dipanare i bruchi e a utilizzarne il filo tessuto. L’allevamento dei primi bachi (forse direttamente sui gelsi) fu la tappa successiva di una scoperta che avrebbe consacrato Si-Ling-ki «Dea della seta» e i Cinesi «Seri». Seres, li chiamavano infatti i Romani all’epoca di Augusto, quando i cittadini dell’Urbe vennero a contatto con i primi mercanti provenienti dall’Impero Celeste e la seta divenne il tessuto preferito dalle matrone.

A quell’epoca già da millenni in Cina esistevano grandiose fabbriche imperiali che producevano stoffe di seta da utilizzare nei cerimoniali di corte, ma anche nelle funzioni di rappresentanza internazionale, se è vero che alcuni dei drappi più belli erano inviati in dono a sovrani stranieri. Della seta i Cinesi fecero addirittura moneta di scambio e prodotto strategico, il cui segreto fu gelosamente custodito nei recessi della corte imperiale e tutelato da una legislazione così severa da prevedere pene durissime per chi avesse abbattuto piante di gelso e la condanna a morte atroce per chiunque avesse svelato il processo produttivo dell’attività serica.

Bisognava che passassero tremila anni dalla scoperta dell’imperatrice Si-Ling-Ki perché ne venissero a conoscenza il Giappone e l’India, «grazie all’astuzia di una principessa cinese andata in sposa al re del Turkestan la quale, per non rinunciare ai suoi abiti di seta, nascose nei capelli le uova del prezioso animale». O, perlomeno, così vuole la leggenda.

Bisanzio i primi bachi da seta fecero ingresso ai tempi di Giustinano, ben nascoste dentro le canne dei bastoni di due monaci che lo stesso imperatore aveva inviato in Asia a diffondere il messaggio cristiano. Nel Nord Africa e nel resto d’Europa la bachicoltura fu introdotta dagli Arabi. I paesi europei che se ne avvantaggiarono per primi furono però i Normanni. I quali favorirono l’incremento dei gelseti a scapito del cotone e, nello stesso tempo, svilupparono anche l’industria della seta, utilizzando manodopera specializzata proveniente dalla Grecia. «A Vienna – nota Denis Mack Smith – esiste ancora un bel manto di seta in cui è ricamata un’iscrizione in lingua araba ove è detto che era stato tessuto nella fabbrica reale di Palermo nel 1133-34: questo laboratorio si trovava nel palaz­zo e vi lavoravano, oltre a operai della seta, orefici e gioiel­lieri». Da Palermo l’industria serica si diffuse prima in tutta la Sicilia e successivamente nel resto dell’Italia, per esser poi estesa alla Provenza, a Marsiglia, a Lione e ad altre regioni d’Europa.

L’area siciliana dove l’attività bachi-sericola si sviluppò meglio fu, però, il Val Demone. E non è da escludere che nel palazzo reale di Messina, inaugurato verso il 1140, «sia sorto, a somiglianza del laboratorio di Palermo, un edificio per indumenti reali» che, con ogni probabilità, produceva panni anche per i Messinesi, considerato che nel 1160 Guglielmo concesse loro l’esenzione dall’obbligo di comprarli dalla corte. L’attività serica a Messina continuò ad essere fiorente sotto gli Svevi e gli Aragonesi. Subì un grave ridimensiona­mento dopo la cacciata degli Ebrei (1492), che detenevano il monopolio della produzione e della commercializzazione dei prodotti serici. Ma si riprese presto con l’immissione di capitali e manodopera provenienti da Lucca e da Catanzaro.

Nel 1530 Carlo V concesse ai Messinesi i Capitoli della seta, una importante regolamentazione del processo produtti­vo, gestita in stretto rapporto con il Tribunale del Real Patri­monio dai Consoli dell’arte, autorizzati ad effettuare ispezio­ni «a tutte hore», multare i contravventori e, all’occorrenza, bruciare «in più lochi» la merce scadente. Ma già prima, nel 1517, la regina Giovanna aveva accordato ai Messinesi il privilegio di esportare la seta a Cagliari e a Siviglia. Filippo IV stabilì addirittura che tutta la seta siciliana fosse esportata dal porto di Messina. Si sviluppò di conseguenza una prestigiosa attività manifatturiera che riceveva importanti committenze dal clero e dalla nobiltà. Messina fu inoltre beneficiata di una fiera franca della seta che attirava un numero considerevole di mercanti stranieri, soprattutto genovesi, biscaglini e norvegesi.

Nel 1664 la città dello Stretto perse il privilegio dell’e­sportazione esclusiva della seta, per l’atteggiamento antispa­gnolo dei suoi abitanti. Le conseguenze furono disastrose sia in termini economici che di ordine pubblico. Comunque, l’at­tività serica bene o male continuò. Si riprese decisamente sotto i Borboni, grazie ai nuovi Capitoli concessi dalla Coro­na nel 1736 e al parziale ripristino del privilegio del porto di Messina, da cui era obbligatorio esportare la seta prodotta nel Val Demone, che costituiva la stragrande maggioranza della produzione serica siciliana.

A dimostrazione della obbligatorietà di questa disposizio­ne, basti ricordare che, richiamando un apposito «Real biglietto» del 13 dicembre 1753, un Bando e Comandamento del Marchese di Trentino, maestro razionale del Tribunale del Real Patrimonio, subito dopo stabilì che tutti gli abitanti del Val Demone dovessero «forzatamente immettere le loro Sete in detta città di Messina, e volendole estrarre, lo [dovevano] fare dal medesimo Porto con pagare grana 30 per ogni libra per l’estrazione, oltre a grana quattro a libra pel pelo [ossia per il trasporto su animali da soma], e gli altri diritti di Regia Dogana, e contravvenendo a tale ordine, si [intendessero] non solo nella perdita delle Sete, ma di dover pagare ancora onze cento per quilibet contravvenzione, a beneficio della Regia Corte […] che in caso di furtiva estrazione di Sete dalli descritti luoghi […] per infra e fuori Regno oltre alle pene di sopra espresse, [avrebbero perduto] gli Estraenti e condutto­ri le Mule, Cavalli, Somari, Carri, Carrette, Bovi ed altri, sopra le quali [si fossero trasportate] dette Sete, e le barche sopra le quali si fossero imbarcate le Sete, o navigate per estrarsi».

Il terremoto del 1783 segnò l’inizio della decadenza dell’attività bachi-sericola. Alla vigilia dell’unità d’Italia si cominciarono ad avvertire i segni di un diffuso disimpegno produttivo dei gelsicoltori, per effetto dell’atrofia di cui erano stati colpiti i bachi (pebrina). Molti proprietari cominciarono ad estirpare i gelsi e a piantare gli agrumi. E frattanto nell’Italia settentrionale s’introducevano nuove razze originarie dell’Estremo Oriente. La malattia che aveva attaccato i bachi in Sicilia fu debellata solo nel 1874. Ma la bachicoltura nel Messinese non scomparve, grazie all’iniziativa di un coraggioso industriale inglese, Tommaso Hallan, «che impiantò sistemi meccanici nelle filande» per produrre la seta greggia. Ma già cinque prima la Camera di Commercio di Messina aveva creato un ufficio di coordinamento delle attività connesse all’esportazione dei bozzoli in Francia e nelle città industriali del nord Italia.  Alla fine del secolo c’erano nove filande, sette delle quali a vapore, con circa mille addetti, in gran parte di sesso femminile. Ma il calo della produzione fu inevitabile: dai 22.000 quintali di bozzoli che si producevano nel 1855 si passò ai 17.000 nel 1880, che si ridussero a 15.545 nel 1888 e a 400 a fine secolo. In queste condizioni non può stupire più di tanto se a partire dal 1898 a Gazzi, villaggio a sud di Messina, una grande filanda che dava lavoro a 650 operaie mal pagate, divenne teatro di un continuo stato d’agitazione delle lavoratrici che reclamavano migliori condizioni di vita e di lavoro. La situazione precipitò nel 1904: «un clamoroso sciopero, come non s’era mai visto a Messina, bloccò letteralmente il territorio a sud della città». E la protesta, «che sapeva più di ribellione politica che di rivendicazione sociale», si estese a tutte le altre filande, con tutte le conseguenze del caso. A segnare l’inizio della fine della residua produzione di seta grezza in Sicilia fu il terremoto del 1908.

Pur nondimeno, in alcuni villaggi di Messina (Gesso, Pezzolo, Santa Margherita, Giampilieri, Massa San Giorgio, ecc.) la bachicoltura sopravvisse di un ventennio alla secon­da guerra mondiale, anche perché i sensali di Roccalumera continuavano a fare incetta di bozzoli per conto di una filan­da. Chi scrive alcuni anni fa ha avuto modo di raccogliere informazioni da un’anziana contadina di Pezzolo dalla quale ha appreso che fino al 1957 lei stessa allevava bachi da seta: possedeva una bigattiera capiente di trecannizzi e covava le uova con i seni. Inoltre è stato messo a parte di tanti partico­lari curiosi sull’atmosfera che si respirava nei villaggi quan­do veniva il momento di vendere i bozzoli, grazie alle infor­mazioni che, bontà sua, gli passò quello stesso giorno il par­roco di Gesso. Il quale, tra l’altro, possedeva una cotta di seta confezionata in casa, che gli era stata regalata dai familiari il giorno che fu ordinato sacerdote. Oltre a pochi scampoli di memoria e a qualche documen­to d’archivio, ormai non rimane granché della bachicoltura messinese: molte filande sono crollate; se ne sono salvate pochissime, rifunzionalizzate, però. Una, a valle di Galati Mamertino, ospita un ristorante. Un’altra, sita nel Capoluogo, è sede del Museo Regionale di Messina. Sopravvivono qua e là alcune piante di gelso, cui ormai è riservato il triste desti­no di proiettare l’ombra sull’ignavia di una classe dirigente che nulla ha saputo o voluto fare per salvare i tratti salienti dell’identità culturale delle operose comunità che hanno reso famosa nel mondo la tradizione serica messinese.

Eppure, soprattutto nei Peloritani, il paesaggio agrario racconta ancora egregiamente questa storia di lunghissima durata. Se sono venuti a mancare i gelseti, resistono le terraz­ze in muratura a secco (armacie) faticosamente costruite dai contadini per mettervi a dimora le piante di gelso. Questo importante patrimonio etno-antropologico è il precipitato sto­rico di vecchie angherie feudali e di patti agrari particolar­mente vessatori che «facevano obbligo al colono di eseguire, insieme alle opere di manutenzione delle strade poderali e delle armacie, i lavori per una buona conservazione della casa colonica». La stessa dimora contadina testimonia anco­ra dell’allevamento del baco da seta«Serrata alla base dal­l’esiguità dimensionale – osserva Maria Teresa Alleruzzo di Maggio – la casa ha dovuto svilupparsi in altezza, talvolta di tre piani sopra il terreno, dovendo disporre di più locali nei quali ospitare nei mesi primaverili le impalcature lignee a tor­retta (pannalori), su cui vengono disposti orizzontalmente numerosi tramezzi per l’allevamento del baco».

Ma cosa non si faceva per amore del baco da seta (vermu). Se ne face­vano benedire le uova nei venerdì di marzo. Si pregava San’Antonio Abateperché lo proteggesse dal fuoco e dalle formiche, San Zaccaria per preservarlo dai topi. Si cercava di muovere a pietà lo stesso filugello; certe donne di Naso arri­vavano al punto di entrare nella bigattiera perfettamente nude, dicendo ai bachi: vermu, sugnu a nuda, vestimi tu».

Le preghiere, i segni di croce, i riti magici erano all’ordi­ne del giorno. Quando il baco stava per fare la muta, le donne prendevano le necessarie precauzioni, posavano cioè sui gra­ticci tutti i ferri arcuati che riuscivano a procurarsi, «ordina­riamente falci, ronche e roncigli», ma anche uova di galline. Nelle case dove si allevava il baco c’era sempre «un bel paio di corna incastonate al muro»; attaccati all’estremità dei can-nizzi, «teste d’aglio, gruzzoli di sale, conchiglie, denti di porco ed altri ninnoli»; ai muri tante immagini sacre. Si bru­ciava tutti i giorni l’incenso recitando arcaiche orazioni. Si traevano auspici «circa la buona o cattiva produzione della “nutricata” persino dalla vista di una meteora, di una biscia, di un rospo o di una lucertola». E si gioiva, si ringraziava Dio, ci si disperava, ma si sapeva che era tutta questione di fortu­na. «Beato chi ha sorte», si credeva che fosse solito dire lo stesso San Giobbe, lavandosene le mani come Pilato. Rimane il fatto però che, baciate dalla buona sorte o segnate dalla sfortuna, nella provincia di Messina le donne continuarono ad allevare il baco da seta fino a pochi decenni addietro. C’è da chiedersi allora se in quell’area la bachicoltura non possa tornare ad essere un’attività produttiva.

All’inter­rogativo cercò di rispondere un convegno di alto profilo scientifico tenuto il 30 novembre 1984 nel villaggio Salice del comune di Messina con il patrocinio della Presidenza della Regione Siciliana. In quell’occasione uno dei relatori fece notare che bisognava prima ripristinare i gelseti. E aggiunse: «Anco­ra qua e là cresce qualche albero, risparmiato dagli incendi e dall’incuria dell’uomo. Ma occorrerà presto organizzare i vivai le cui produzioni rispondano a rigorosi requisiti geneti­ci e sanitari. Quindi provvedere alla distribuzione agli agri­coltori ne facciano richiesta».

Non se n’è fatto niente, finora. Conforta tuttavia sapere che nel frattempo qualche comune pedemontano dei Nebrodi si è attrezzato per conservare i segni della gloriosa tradizione sericola. A Sant’Angelo di Brolo, per esempio, c’è un Museo di arte sacra all’interno del quale sono conservati dei paramenti di seta prodotti in loco o in altri centri del Messinese. A Ficarral’amministrazione comunale ha addirittura istituito da alcuni anni, ancorché solo a fini dimostrativi e didattici, la “Casa del baco” dove si allevano i filugelli con li stessi metodi di cui «rimane ancora oggi testimonianza nella memoria degli anziani, nei canti popolari e nel lessico familiare». C’è allora da sperare che gli esempi di questo tipo si moltiplichino e diventino presto oggetto di fruizione turistica e laboratori di innovazione progettuale per le iniziative di sviluppo locale. fonte ilcantieredelbaco.

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