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MA COME È MIAMI, OLTRE LA FIERA?

Ce lo racconta una che il sistema dell’arte di Miami (e non solo) lo conosce bene. A partire dal Bass Museum che Cubiñá dirige e che riapre presto

 

 

Silvia Karman Cubiñá dal 2008 è il direttore esecutivo del Bass Museum of Art di Miami Beach. È anche, dal 2002, il direttore fondatore del The Moore Space a Miami, spazio riconosciuto a livello internazionale per l’arte contemporanea, fondato dai collezionisti Rosa de la Cruz e Craig Robins. Prima di questi impegni a Miami, Cubiñá è stata un curatore indipendente e poi curatore aggiunto di InoVA, l’Institute of Visual Arts dell’Università del Wisconsin, nel Milwaukee. Precedentemente, ha ricoperto degli incarichi al Mexican Museum di San Francisco e al Cuban Museum of Art, di Miami. Ha fatto parte della giuria del prestigioso Hugo Boss Award organizzato al Guggenheim Museum nell’edizione del 2006. Nel 2007, è stata uno dei finalisti del Walter Hopps Award for Curatorial Achievement, ed è stata uno dei dieci curatori scelti a frequentare il Center for Curatorial Leadership a New York, un programma accreditato di formazione per i curatori dei musei. L’abbiamo intervistata sul futuro di Miami a partire dalla edizione di ArtBasel Miami Beach che si è conclusa domenica con un occhio alla riapertura del Bass Museum prevista per la prossima primavera.
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La Miami Mountain di Ugo Rondinone, appena installata in un angolo a sud est di Collins Park di Miami, è uno dei più importanti momenti artistici della stagione. Composta da cinque, massi di pietra calcarea del Nevada, ciascuna dotata di un diverso colore fluorescente, disposti verticalmente per un totale di 41 metri di altezza; così imponente da levarti il fiato e farti perdere tra le composizioni astratte che si scagliano nel cielo. Commissionata dal Bass Museum, Miami Mountain è l’ultimo lavoro della serie di Rondinone dopo l’iconica esposizione delle sette Mountains nel deserto del Nevada e il primo del suo genere ad essere acquisito da un museo. Mi puoi dire qualcosa di più?
«L’acquisizione di Miami Mountain segna un preciso momento di svolta per la nostra istituzione e per il suo rinnovamento. Non abbiamo mai avuto un fondo simile, questa importante novità ci permetterà di raccogliere una collezione d’arte con un taglio preciso. Miami Mountain è solo l’inizio; ed è paragonabile ad un faro per la nostra città».
Puoi introdurci il programma dei prossimi mesi del Bass Museum?
«Siamo molto entusiasti di riaprire l’edificio, mettendo in mostra il nostro nuovo spazio. Si aprirà ufficialmente nella primavera del 2017. Nel frattempo, la nostra sezione dedicata alla didattica continua a guidare la programmazione nella Miami Beach Regional Library, affiancandola al programma di sensibilizzazione all’arte all’interno della comunità. La nostra squadra ha preparato una mostra incentrata sulla Miami Mountain per il nostro spazio espositivo all’interno della libreria. Da aggiungere al ricco calendario dei progetti del Bass, la collaborazione con il settore dell’Art Basel Public anche per questo anno riconfermata. La mostra catalizza sempre una grande attenzione mediatica; dodici delle venti sculture incluse potranno essere visitate nel Collins Park fino a marzo del prossimo anno. Nell’arco di questo periodo saranno organizzati dibattiti, e conferenze a tema».
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L’arte ha il potere di ispirare ed attivare una comunità?
«Assolutamente si, l’arte è uno dei più forti catalizzatori, capace di unire una comunità nel profondo; creando continue sinergie e sodalizi. Con Miami Mountain, e con il neon Eternity Now di Sylvie Fleury, il Bass presenta la nostra collezione oltre il muro del museo, per potere essere goduta da parte dei residenti di Miami Beach e dai visitatori; impegnandosi con ogni passante per stimolare il coinvolgimento».
Come pensate di consolidare il profilo del Bass, avendo tanti musei competitivi nella città, forse ritagliandovi sempre più spazio durante Miami Art Basel?
«L’inizio e la fine, sono solo categorie tecniche. L’arte ha il potere di attrarre e di ispirare le persone e convincerle a visitare il museo. The Bass mette l’arte contemporanea al centro dell’esperienza del visitatore e il nostro nuovo edificio, realizzato da Arata Isozaki e David Gauld, rifletterà il processo di rinnovamento con l’aggiunta di quattro nuove gallerie. Inoltre, ospiterà la più grande struttura educativa d’arte della zona, offrendo ai visitatori e ai soci un numero di eventi e di attività ben ramificate e strutturate, assolutamente per tutti!»
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Gli artisti si stanno sempre più muovendo oltre il “white cube” per attivare nuovi spazi e luoghi ben oltre i limiti dei circuiti espositivi tradizionali. Come si fa a spiegare la capacità onnivora dell’arte attraversando diverse forme, spazi e luoghi?
«L’arte contemporanea è fluida ed organica, si evolve sempre ai mutevoli contesti. Al Bass espandiamo l’interpretazione dell’arte contemporanea ai suoi più ampi parametri possibili, incorporando nel programma espositivo discipline della cultura contemporanea, come il design, la moda e l’architettura. Proponendo l’arte al di là dei muri del museo, presentando sculture pubbliche e opere d’arte interattive».
Quale futuro vuoi vedere realizzato nel sistema dell’arte contemporanea a Miami?
«Nel mio sogno Miami incrementerà l’espansione dei propri musei aumentando sempre più il suo pubblico; il potere dell’arte farà crescere notevolmente l’indotto e la sensibilità delle persone. Spero saremo in grado di raggiungere e a fare visitare i musei, anche, alle persone più diffidenti».
Camilla Boemio

COM’È BOLOGNA DOPO MORANDI?

 

È quanto cerca di raccontare la mostra curata da Renato Barilli. Perché Morandi è uno spartiacque tra un prima e un dopo. E dopo arriva una generazione di artisti molto diversi

 

Viene presentata da Renato Barilli come la continuazione ideale della mostra “Da Cimabue a Morandi” che Vittorio Sgarbi attivò nello stesso palazzo Fava due anni fa, un viaggio a partire dagli immediati precedenti della “scuola bolognese del Trecento” fino al genius loci inverato da Giorgio Morandi. Bologna dopo Morandi si appoggia alla stessa organizzazione di Genus Bononiae e alla volontà del suo Presidente Fabio Roversi Monaco, cui si deve la connessione e l’incentivazione di alcuni musei della città e solide  esposizioni che portano in questa Bologna un po’ appannata ventate di dibattiti come quello, recente, legato alla mostra sulla Street Art.
E certo, ora, si attende con curiosità e aspettative la nuova edizione di Arte Fiera diretta da Angela Vettese appena arrivata alla sua direzione, l’ampliamento dell’Opificio Golinelli in cui si lavora (anche) sulla relazione tra arte e scienza, gli ulteriori rilanci sulla fotografia industriale del MAST, creato dall’imprenditrice Isabella Seragnoli, tutti luoghi in cui chiarezza progettuale e lungimiranza si innestano su possibilità e passioni di un versante per così dire “privato”, a fronte della miserevole penuria di risorse economiche e umane dei musei statali e delle idee poche ma confuse dedicate al MAMBO.
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Il titolo della mostra di Barilli è già chiaro, “Bologna dopo Morandi” (fino all’8 gennaio), che vuol dire essere stato, Giorgio Morandi, la linea di demarcazione tra un prima e un poi. E naturalmente, se nella pittura l’artista che per tutta la vita dipinse con rare eccezioni nella casa di via Fondazza e a Grizzana – chiamata Grizzana Morandi grazie a un referendum popolare che connesse nome a nome – fu figura di tale assoluto rilievo artistico e umano, parallelamente per la critica d’arte il nome che segna un prima e un poi è quello di Francesco Arcangeli, che diresse la Galleria d’Arte Moderna dal 1958 al 1968, in una città segnata da studiosi che hanno contribuito a creare la storia dell’arte italiana: Cesare Gnudi e Carlo Volpe, Eugenio Riccomini e Andrea Emiliani, e per breve ma significativo tempo Roberto Longhi, che in Morandi individuò una sostanza pervenuta dalla chiarissima sintesi di Piero della Francesca, proiettata nell’analisi silenziosa e fattiva di cosa potesse essere la pittura “dopo” Picasso e il picassismo, imperante in Italia e oltre a ridosso  della fine della seconda guerra mondiale.
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Arcangeli, dunque, e l’Ultimo Naturalismo, quell’informale padano – «la natura vista dall’occhio della gallina», ridacchiava Morandi – ampiamente documentato da Barilli con particolare attenzione e opere cospicue, dove la materia pittorica diventa gesto ribollente di un rapporto aggressivo con il dato naturale, in raggiungimenti ricordevoli rabbiosi assoluti, come in Moreni, Vacchi, Bendini,  espansivi e succosi come in Morlotti, Mandelli, Romiti, con cui poi si confronteranno, tra gli altri, Mario Nanni e Ilario Rossi. Una mostra che procede per sezioni tematiche verso i nostri giorni, e fa sosta intorno al 1980, quando lo stesso Barilli, assieme a Francesca Alinovi e Roberto Daolio – e siamo nel momento della Transavanguardia di Bonito Oliva, del Magico Primario di Flavio Caroli, dell’Anacronismo di Maurizio Calvesi – unisce in un’esposizione presso la Galleria d’Arte Moderna i Nuovi Nuovi, “corrente” che nella mostra di palazzo Fava è presente con artisti diversi: con, ad esempio i cesellati, favolistici estetici pezzi di Bruno Benuzzi, o con le rappresentazioni disegnatissime multiple minerali di Marcello Jori, compagno di strada di Andrea Pazienza, che qui ci fa sognare con splendidi disegni, il fantastico fumettista che aveva disegnato il suo primo orso a diciotto mesi e che a Bologna studia al DAMS, morto giovanissimo, nello stesso 1988 che si porta via a trentasette anni la genialità pittorica e fotografica di Piero Manai («Uso la polaroid -diceva in occasione della sua mostra “L’insostenibile visione dell’essere” – perché riporta la fotografia alle sue origini. Non avendo negativo, la foto scattata è un pezzo unico»).
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Ma ad affrontare gli anni dal 2000 in poi si arriva in realtà con testimonianze frammentarie e parziali e in alcuni casi poco significative. Sarà questo un buon motivo per pensare ad un’esposizione ulteriore, che parta dagli inizi del nuovo millennio, e che dia conto di quegli incroci e formalizzazioni di pensieri che a Bologna, dalla musica e dal fumetto e dal cinema, così radicati nella sua tradizione, transitano nel video, nella fotografia, nella performance, nella scultura nel disegno, nella pittura e nell’installazione e divengono relazione col mondo.
Eleonora Frattarolo

What_is_the_Future_of_Art? Concorso per giovani artisti

Città: Venezia

Scadenza: 01/01/2017
Future of Art è un concorso per giovani artisti. Future of Art è nato in un mondo che, che, se fosse chiaro, l’arte non esisterebbe. Future of Art scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni. Future of Art ci consente di trovare noi stessi e di perdere noi stessi nello stesso momento. Con Future of Art puoi mandare luce dentro le tenebre dei cuori degli uomini. Future of Art è in incidente dal quale non si esce mai illesi.


Future of Art, Open call for young artists
è un bando per la partecipazione ad una mostra dedicata a pittura, incisione, scultura, video, installazioni, performance e fotografia e molto altro.

Qualunque medium artistico è accettato. La selezione delle opere, la pubblicazione di un catalogo sia cartaceo che digitale, l’organizzazione, la gestione e la comunicazione dell’evento espositivo sono a cura del collettivo Were Wolf Web.

Dopo la mostra collettiva verrà scelto dalla giuria un vincitore. Al primo classificato verrà data la possibilità di esporre ad una personale a Londra premiato con 5.000 euro da spendere in buoni di materiali per artisti. Il tema del concorso è il futuro dell’arte.

Allegati:

ENJOY MIAMI!

Qualità altissima, con i soliti noti. Ma l’Art Basel a stelle e strisce colpisce ancora, e forte. Ecco la nostra ricognizione, senza dimenticare quel che c’è fuori

 

Le liste della spesa con chi offre cosa, in questo caso, servono a poco. Anche perché i numeri parlano, ancora una volta, da soli. 269 gallerie in totale, per quattro sezioni più “Kabinett”, ovvero veri e propri corner (all’interno di una dozzina di gallerie) dedicati a piccoli solo show, tra scoperte e celebrazioni. Fa poca differenza con il resto, in realtà, perché anche questa nuova edizione di Art Basel Miami si conferma grandiosa. E non è solo la ciclopica quantità di gallerie partecipanti, nel grandissimo spazio del Miami Beach Convention Center, ma è una qualità che continuamente distoglie l’attenzione da uno stand all’altro, in una gara continua a chi propone l’installazione più accattivante, il pezzo più bello, e anche il miglior allestimento. O anche l’illuminazione, perché no.
La sensazione, insomma, è ottima, e viene confermata anche durante la conferenza stampa, non solo dal direttore “America” per Basilea Noah Horowitz, che parla di un’ascesa delle gallerie brasiliane, e cita un po’ di artisti, da Robert Longo ad Anri Sala, così come Joan Jonas da Raffaella Cortese – nella sezione “Nova” – con un progetto appositamente creato, Stream or River Flight or Pattern II, fino a Villeglé o Rotella. A parte però gli hightlights della fiera, di cui vi racconteremo più sotto, c’è anche da tenere conto dell’opinione di chi Art Basel la permette: la banca UBS con Mark Spiegel, Global Manager della fiera, e anche il sindaco di Miami, Jimmy Morales.
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Certo, si annunciano introiti e visitatori (d’altronde siamo pur sempre negli Stati Uniti, e il “successo” è il primo criterio di paragone) ma quel che va comunque riconosciuto è che grazie ad Art Basel in questa città, che nel resto dell’anno vive lunghi periodi “off”, se si esclude la presenza dei turisti, si sono accese delle grandi possibilità legate al contemporaneo. Come più volte abbiamo rimarcato, insomma, Art Basel ha portato energia e una rete che ha creato qualcosa come oltre 20 fiere collaterali, oltre alle aperture congiunte delle splendide collezioni private, dalla Margulies alla Rubell fino alla Cisneros. L’unico che forse brilla un poco meno, in questo paesaggio assolato, è il bellissimo Peréz Art Museum, schiacciato un po’ troppo da una programmazione che guarda molto ai Caraibi e meno al Nord America, ma va bene lo stesso.
Detto questo, cosa c’è da vedere in questa Art Basel che già dall’apertura ha visto un fiume umano mettersi in fila agli ingressi? Praticamente tutto il meglio del contemporaneo, ed è per questo che noi vi consigliamo due modi per prendere la fiera per le corna: il primo è andare a colpo sicuro, alla ricerca degli stand e degli artisti o galleristi che state cercando; il secondo è in maniera “europea”, ovvero con il metodo della flâneurie.
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Attenzione: anche questo giro non scoprirete nulla di particolarmente nuovo; i nomi degli artisti che da una parte all’altra del mondo (e di Art Basel) sono decisamente conosciuti: Doug Aitken su diverse pareti, Lawrence Weiner, diversi Ghada Amer oltre a tanta pittura americana, comprensiva di grandi Maestri, da Rauschenberg a Keith Haring.
Ad ogni modo non ci si sputa sopra, anzi: andiamo alla scoperta tra i corridoi e vedrete delle francesi Karstene Greve, Thaddaeus Ropac (che mette in dialogo Alex Katz con Erwin Wurm, e che ha alcuni Baselitz degni di nota) e Almine Rech, sempre una garanzia, così come Chantal Crousel, almeno negli allestimenti ariosi e misurati.
La maglia nera a riguardo, invece, va a Gagosian. Il gallerista americano non solo ha affollato la stand di Basquiat, Hirst, Andreas Gursky e anche Piero Manzoni, ma ha piazzato in bella vista, sul lato corridoio, il gigante diamante blu cobalto di Jeff Koons, e ha ricreato una discutibile pavimentazione in parquet chiaro. Con le sue disponibilità ci aspettavamo più fantasia ed eleganza.
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Va invece decisamente meglio al lato opposto, alla newyorchese Cheim & Read: Alice Neel, Jake Pierson, Louise Bourgeois, mixate con gusto e sobrietà, un po’ come accade anche da Matthew Marks che ha, tra gli altri, Ellsworth Kelly. Passate anche da Andrea Rosen, se siete in zona, che tra vari Felix Gonzalez-Torres ha anche un piccolo Senza Titolo scuro, del 1977, di Carol Rama, con un frammento di una delle sue gomme di bicicletta.
Raffinato anche lo spazio di Marian Goodman, con Penone e Spalletti, e della Skarstedt, con Eric Fischl e la sua recente produzione, mentre un altro pollice verso è per la Fondazione Beyeler, che affida la cura della sua area di rappresentanza a Toilet Paper, ovvero Cattelan e Ferrari: invasione di spaghetti, cucine economiche e strofinacci, oltre ai soliti tappeti che l’anno scorso decoravano la lounge ad Untitled Art Fair: non se ne può più.
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Due menzioni speciali invece per “Kabinett”. Alexander Gray di New York riscopre il pittore Hugh Steers. Anche in questo caso, come per Patrick Angus alle pareti della tedesca Fuchs ad Untitled, siamo di fronte a un giovane talento stroncato dall’AIDS negli anni ’90. Anche qui uomini, da soli o in coppia, spesso in compagnia dei loro letti e degli spettri legati a quella malattia che colpì come un flagello la comunità gay mondiale quasi trent’anni fa. Il lato queer, però, c’entra poco. Siamo di fronte anche in questo caso a dell’ottima pittura, oltre alla denuncia. Infine Tom Sachs, che dopo averci deliziato al Brooklyn Museum la scorsa primavera, ad Art Basel regala un angolo di jazz, che esce da una sua “radio-camion” nel corner che gli riserva Sperone Westwater. Enjoy Miami, enjoy the sun, enjoy Art Basel and enjoy the art.
Matteo Bergamini

LA CULTURA NON HA CASA

Era stato designato come possibile Ministro ai Beni Culturali nella formazione del Governo Renzi. Poi niente di fatto per lo scrittore Alessandro Baricco. Che da Roma, per la presentazione dell’opera di Peter Eoeteves lancia una piccola lezione contro la paura.
In Europa tutto va male: c’è la Brexit, c’è il nazionalismo imperante, c’è chi tira su i muri, c’è chi non vuole nemmeno dare passaggi in bla bla car a cittadini non residenti nel Paese (Ungheria). Ogni giorni le tribune politiche dei giornali parlano di tragedie economiche, di fondi bruciati in borsa, di capitomboli imminenti, dopo la “moda” dello spread e del rating odioso.
A volte, però, bisognerebbe anche guardare un poco la realtà dei fatti, specialmente ascoltando un poco chi di finanza e di economia e di politica se ne occupa attraverso altre strade: gli artisti.
Spezziamo una lancia, davvero, a favore della categoria, come ha fatto Alessandro Baricco in occasione della presentazione romana dell’opera del Maestro ungherese (toh!) Peter Eoetvoes, tratta dal suo romanzo “Senza sangue”, in concerto a Santa Cecilia da stasera al 3 dicembre.
E sì, d’accordo, Baricco non è un Nobel, come non lo erano Dylan e Fo fintanto che non sono stati premiati; Baricco è un autore “mainstream”; a Baricco potete fare tutte le critiche che volete, ma sul fatto che la cultura inneschi dialogo, questo no, non è utopia: «Un ungherese prende il libro di un italiano, lo fa suo, poi lo fa qui con un’orchestra italiana ma lo fa anche in Germania, lo ha fatto ad Amburgo. Nello stesso momento in Catalogna degli spagnoli stanno lavorando per farne un film. Questa è Europa che accade», ha ricordato lo scrittore. E aggiungiamo: vediamo le opere degli artisti francesi anche se siamo italiani, facciamo migliaia di chilometri per vedere che accade oltre gli oceani, osserviamo la situazione dell’India, della Cina e del Brasile, con lo scopo non ultimo di raccogliere un po’ di “diversità” per noi. Questo fa la cultura, che non conosce confini ma cerca il dialogo, nonostante nessuno parli la stessa lingua madre. L’Europa, e il mondo, fanno anche questo. Non solo il terrorismo quotidiano sulla fine della storia. E ogni tanto, romanticamente e ingenuamente, bisognerebbe ricordarlo un po’ a tutti. (MB) da exibart

 

 

FILM NEWS THE TALENT HEATHER PHILLIPSON WINS THE 2016 FILM LONDON JARMAN AWARD FOR VIDEO ART

Heather Phillipson, 100% OTHER FIBRES, 2016. COURTESY THE ARTIST

Heather Phillipson, 100% OTHER FIBRES, 2016.

COURTESY THE ARTIST

Film London announced today that Heather Phillipson has won its 2016 Film London Jarman Award, given annually to an artist working with film and video. Phillipson, who is based in London, has won £10,000 (about $12,400). Like her fellow nominees, she will also be commissioned to create a work for Channel 4’s “Random Acts” short-films program.

Phillipson considers her videos elusive ways of visually recreating the feeling of reading poetry. (She writes poetry in addition to producing visual art.) Often shown in the form of immersive environments, Phillipson’s fast-paced works combined the frantic aesthetic of the internet with the generic look of advertising and stock imagery. Her videos, which are currently on view in the basement of the New Museum in New York, also tend to include poodles.

Phillipson’s win is something of a surprise, given her stiff competition—Rachel Maclean, who will be representing Scotland in the upcoming Venice Biennale, and Sophia Al Maria, who recently had a critically acclaimed show at the Whitney Museum in New York, were among the nominees. Cécile B. Evans, Shona Illingworth, and Mikhail Karikis were also nominated.

In a statement, Adrian Wootton, Chief Executive of Film London and the British Film Commission, praised Phillipson “for a body of work that is complex, anarchic, and deftly views global events through a very personal lens.” Her collages of images, sounds, and words, Wooton continued, boast a “sense of pacing and rhythm as you might expect from someone who is also a poet and musician.” From ARTNEWS

TESTIMONE PER CASO: L’AVANA DOPO FIDEL

Donato Piccolo è nella capitale cubana per presentare la sua mostra. Ma la morte del Lider maximo ha bloccato tutto. Ecco come hanno reagito lui e la città a questa notizia epocale

 

 

 

Ieri, domenica 27 novembre, Donato Piccolo doveva inaugurare una mostra al Centro de Desarollo de las Artes Visuales dell’Avana, intitolata “Unnatural” In occasione della 19° Settimana della Cultura Italiana a Cuba, doveva, insomma, presentare il suo lavoro che dalla scienza prende a prestito alcune modalità e visioni. Doveva, perché con la morte di Fidel Castro di mostra per ora non se ne parla. L’abbiamo raggiunto a Cuba e ci siamo fatti raccontare a caldo come la città (e lui) vive questo cruciale momento storico.
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Puoi raccontarci anzitutto qual è l’atmosfera e lo stato d’animo dei cubani e qual è il tuo? Quando nel 2012 ero a La Habana per lavorare alla 11° Bienal de La Habana, uno dei momenti più emozionanti fu la festa del 1 maggio. Partecipai al corteo e alla manifestazione in Plaza de la Revoluciòn. Tutti gli abitanti erano coinvolti nella preparazione della manifestazione. Immagino che la situazione dal punto di vista emotivo oggi sia enormemente più forte.
«Oggi mi sono affacciato al balcone della casa dove mi trovo nella ciudad Vieja e non ho sentito le maracas che di solito sono la causa del mio risveglio, nè le urla dell’uomo del carretto che vende la guajava, niente musica latina e nemmeno il sole che cuoce senza pietà la strada. La signora che di solito mi prepara la colazione mi dice: “Fidel esta muerto!”. Io non capisco , me lo ripete due volte e poi si gira per non vedere il mio sguardo indagatore. Credo stia veramente male. Le generazioni del passato lo amavano. Fidel, ha dato loro speranza e possibilità di sopravvivere, credo. Ma la questione è molto piu complessa di quanto posso capire, credo, e la gente non ne parla facilmente. Allora cerco di pensare alla mia mostra, anche se tutti i musei de La Habana per rispetto per la “scomparsa di Fidel”, resteranno chiusi per lutto nazionale per 9 giorni. Mi domando se riuscirò a finire la mostra e ad inaugurarla. Una telefonata dell’Ambasciata italiana mi ha avvertito dell’impossibilità d’inaugurare domenica. Vorrei finire di allestire la mostra, che probabilmente alla fine vedrò solo io. Mi chiedo il senso di tutto questo e mi sembra d’intuire che l’evoluzione di un pensiero spesso non è sociale ma universale, nel senso che assorbe il mondo e lo rielabora in maniera differente da quelle che sono le nostre aspettative. Alla fine sono riuscito a farmi aprire il museo e a finire l’installazione per un pubblico inesistente. Credo che fare arte sia come un atto di preghiera, ognuno con la sua modalità in maniera silenziosa e personale. L’ultima notizia è che la mostra aprirà la prossima settimana e credo anche quella di Anish Kapoor alla Galleria Continua».
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Per la tua mostra hai lavorato con la direttrice del Centro Dayalis Gonzales Perdomo e con Jorge Fernandez Torres, direttore della Biennale e del Museo d’Arte Contemporanea de La Habana. Con quest’ultimo ho lavorato sia alla Biennale del 2012 che in occasione della prima edizione del Premio Maretti a Cuba nel 2013 e, conoscendo la natura del suo lavoro decisamente orientato sui rapporti tra arte e sociale e politica, immagino che la notizia della morte di Castro sia stata da lui vissuta con particolare emozione. Hai già avuto modo di parlarci?
«Di solito non mi piace parlare delle reazioni di altre persone forse perché non ne voglio condividere le emozioni. Ma Dayalis e Jorge sono persone di grande cultura, vera, e non sono condizionati dal sistema dell’arte e dalle minchiate varie che distolgono dal vero scopo per cui una persona decide di occuparsi di arte.  Dayalis ho avuto il piacere di averla come curatrice della mia mostra e con lei ho condiviso riflessioni ed utopie artistiche interessanti. Con Jorge ho avuto modo di conversare molte volte sull’evoluzione dei codici linguistici e le rivoluzioni del pensiero di fronte ad un ottimo piatto di ropa vieja. Ma non sono ancora riuscito a vederlo dopo la morte del Comandante».
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Lavori da anni sul rapporto tra arte e scienza, tra natura e artificio, utilizzando anche concetti e tecnologie molto attuali e stimolando la riflessione sulle ricadute che hanno nel quotidiano. Ti trovi però in un Paese, che soprattutto per le conseguenze dell’embargo, non ha grande dimestichezza con le tecnologie. Come pensi che reagirà il pubblico cubano di fronte al tuo lavoro? Sperando che alla fine riesca a vedere la tua mostra.
«Qui ovviamente sono visto come un marziano, e vedendo la situazione del Paese è comprensibile. Siamo in un luogo dove tutto è introvabile. Se ora porto la barba non è perché mi sento più vicino allo spirito dei “barbudos”, ma banalmente perché non sono riuscito a trovare una lametta. È davvero difficile avere anche le cose più normali della nostra quotidianità. Le persone spacciano wifi per strada come fosse droga, mi sembra di essere in un romanzo di Ray Bradbury. Ti sto scrivendo da un computer cubano che sembra un nostro pc degli anni Ottanta, con i caratteri giganti e dove la punteggiatura della tastiera non corrisponde a quella del monitor. Un disastro, ma che sopporto volentieri perché Cuba è anche questo e forse lo sarà ancora per qualche tempo.Qui non hanno nulla, ma quel nulla è tanto, forse più di quello che possediamo noi. La cultura della proprietà è reale, nel senso che se uno ha qualcosa, lo possiede veramente. Hanno la dignità e la consapevolezza dell’Essere descritta nella “Lettera dell’immortalità” di De Dominicis: Avere può diventare Essere se in quell’Avere c’è la sua storia. Pensavo solo di allestire una mostra, ma in realtà il container che avrebbe dovuto portare le opere non è arrivato in tempo. Un classico, come ricordo che è capitato anche a te. Quindi ho dovuto rimboccarmi le maniche e preparare una nuova mostra con opere nuove in un tempo incredibilmente breve. Per fortuna c’è qui con me il mio editore Manfredi e ho avuto il prezioso supporto di Mario Mazzoli, il mio gallerista. Non meno importanti sono stati gli amici cubani che mi hanno aiutato a muovermi nella città: Elio, Wilay, Yaumara, Annina (e la mia compagnia di avventure Celia Noemi). Sono infatti andato per le strade e nelle case delle persone a cercare materiale elettrico e meccanico con i quali ho costruito strani oggetti capaci di alimentare campi magnetici generatori. Ho comprato un ciclotaxi per creare una struttura meccanica in movimento. Mi sono trovato a capire questo popolo attraverso le cose che hanno e che possono offrire, forse è un modo di vedere la loro cultura da un altro punto di vista, in un certo senso più intimistico, almeno per me».
Raffaele Gavarro da exibart

Особенное на Ватиканской выставке в Третьяковке

В Москве, сопровождаемая беспрецедентными обстоятельствами, открылась выставка «Roma Aeterna. Шедевры Пинакотеки Ватикана. Беллини, Рафаэль, Караваджо»

Пинакотека Ватикана. Зал XII. Courtesy of Vatican Museums
Пинакотека Ватикана. Зал XII. Courtesy of Vatican Museums

В этой выставке много беспрецедентного. Это и 42 экспоната из постоянной экспозиции (на открытии говорилось, что в Государственную Третьяковскую галерею приехало едва ли не 10% Ватиканской пинакотеки), редко покидающих родные и почти буквально намоленные стены. Это и политическая составляющая, патронирующая нынешние художественные гастроли на самом высоком государственном уровне (Третьяковке и куратору Аркадию Ипполитову удалось привезти в Москву почти все заказанные в Ватикане работы, из-за чего чреда религиозных сюжетов оборачивается практически непрерывной историей развития стилей в итальянском искусстве с XII по XVIII век). Это и особое сценографическое решение выставочной территории — с огромным, изнутри подсвеченным логотипом и фальшстенами, меняющими привычную геометрию залов на третьем этаже Инженерного корпуса Третьяковской галереи (оформление «Roma Аeterna» делалось под руководством Сергея Чобана и Агнии Стерлиговой). Один из них, подобно архитектурному плану храма Святого Петра, имеет восьмиугольную форму, а другой, подобно площади перед главной ватиканской базиликой, — округлую.

Свод правил

Не имеют аналогов также и строжайшие правила аккредитации и фотографирования на выставке. На пресс-показе журналистов неоднократно предупреждали (и даже заставили подписать особую расписку о ненарушении требований, выставленных руководством Ватиканских музеев), что картины нельзя снимать целиком или тем более по частям. Можно только в интерьере, на фоне стены, а еще лучше, чтобы в кадр попадало сразу несколько полотен. Телевизионщикам запретили наезжать на произведения телекамерами и брать живопись крупными планами. Это, впрочем, и само по себе достаточно проблематично из-за специфического экспозиционного оформления двух главных залов, доверху обшитых деревянными панелями. Для того чтобы уберечь картины от посетителей, дизайнеры сделали плавные, но высокие плинтусы, отодвигающие экспонаты на расстояние чуть больше вытянутой руки. Из-за чего все они приобретают дополнительную ауру («даль близкого», если вспомнить определение Вальтера Беньямина), окончательно превращаясь в сакральные объекты религиозного поклонения.

Свет и цвет

В итоге к шедеврам особенно не приблизишься — за исключением разве что крошечных гризайлей Рафаэля, выставленных в отдельной витрине, и астрономического цикла болонца Донато Крети. Его восемь картин показывают в дополнительном, достаточно освещенном третьем зале. Меньше повезло картинам барочных времен, занявших самый большой зал, где царит полумрак.

Экспозиционное освещение, которым музейщики постоянно играют на привозных проектах, создает дополнительные сложности восприятия. Конечно, крайне эффектно, когда световые лучи, направленные на картины, превращают их в окна горнего мира. Однако у такого подхода есть много недостатков, связанных с непобедимыми бликами и расползающимися внутри рам слепыми пятнами. (То, что может быть оправданным при показе светотени Караваджо и караваджистов, перестает работать с экспонатами небольших размеров, рассказывающими какие-то особенно сюжетные истории с массой миниатюрных деталей.) На нынешней выставке, помимо проторенессансных и ренессансных картин Пьетро Лоренцетти, Алессо ди Андреа, Мариотто ди Нардо, Джованни ди Паоло, это особо относится к горизонтально вытянутой двухметровой композиции «Чудеса святого Винченцо Феррера» болонского мастера Эрколе де Роберти, занявшей отдельную выгородку.

В первом зале, где освещение нормальное, расположены самые старые — и даже древние — экспонаты. Именно здесь показывают две работы Перуджино, большие композиции Джованни Беллини (пинакль «Оплакивание Христа с Иосифом Аримафейским, Никодимом и Марией Магдалиной») и люнетта Карло Кривелли, а также еще более ранних Фра Беато Анджелико, Джентиле да Фабриано и Маргаритоне д’Аррецо, чей «Святой Франциск Ассизский» XIII века еще не самая ранняя работа на выставке (эпиграфом к ней вывешен весьма византиеподобный «Христос Благословляющий» римской школы XII века). Однако самым заметным украшением первого зала являются три фрагмента фрески Мелоццо да Форли с ангелами, играющими на музыкальных инструментах (в Ватиканской пинакотеке таких отдельных эпизодов, некогда единой росписи «Вознесение Христа», хранится 14 штук). Это именно их изящные эмблематические лики вынесены на афиши, билборды, баннеры и обложку каталога.

Экспликации внизу и именные билеты

Теперь, когда пресс-показы прошли и залы Третьяковки заполняют обычные посетители, будет интересно посмотреть, как сработают надписи и экспликации, расположенные на плинтусах: будут ли они видны в густом зрительском потоке? И наконец, совершенно новая ситуация возникла с продажей билетов, позволяющих проходить на третий этаж Инженерного корпуса в Лаврушинском переулке. Онлайн-продажи билетов на ватиканскую выставку попросту нет, об этом написано на сайте музея. Обычные, бумажные, билеты раскуплены до 31 декабря этого года. С 15 декабря кассы Третьяковской галереи начнут продавать билеты на сеансы 2017 года (выставка продлится до 19 февраля). И эти билеты будут именными, так как, во время проведения предыдущих ажиотажных выставок, Валентина Серова и Ивана Айвазовского, сопровождавшихся большими очередями, музейщики столкнулись с многочисленными перекупщиками, предлагавшими билеты по ценам, завышенным в несколько раз.

KLIMT EXPERIENCE A FIRENZE

DAL 26 NOVEMBRE 2016 AL 2 APRILE 2017

Ritratto di Adele Bloch-Bauer I, Gustav Klimt
Firenze – Contemplare capolavori come “Il Bacio” e “L’Abero della Vita” immergendosi tra i suoi ori è la promessa che Klimt Experience esaudirà dal 26 novembre al 2 aprile presso l’Auditorium di Santo Stefano al Ponte a Firenze.

Una monumentale rappresentazione delle opere e degli episodi della vita del maestro viennese riempirà di proiezioni le architetture della ex chiesa sconsacrata e convertita in spazio museale con un percorso ideato e prodotto dal Gruppo Crossmedia e con le cure di Sergio Risaliti.

Negli stessi ambienti, il pubblico ha già potuto apprezzare percorsi multimediali dello stesso genere Van Gogh Alive e Da Vinci Alive. Un curriculum che rende la sede il luogo ideale per assistere ad una nuova rassegna tesa a sintetizzare contenuti ed effetti spettacolari, divulgazione e intrattenimento ad oltre 40 milioni di pixel.

L’impatto visivo si affiderà infatti al sistema Matrix X-Dimension che proietterà sugli undici megaschermi allestiti più di 700 immagini in una sequenza di multiproiezioni in video mapping che avvolgeranno gli spettatori in un abbraccio inedito con i dipinti dell’enigmatico Klimt.

Nella zona introduttiva saranno anche a disposizione proposte di approfondimento con tavoli interattivi touch screen e la Klimt VR Experience, che grazie Oculus Samsung Gear VR sviluppati da Orwell, consentirà un accesso privilegiato all’interno di alcune opere che potranno essere sviscerate tridimensionalmente.

L.S.

25/11/2016

LA BATTAGLIA DEI SESSI IN ARTE “Da Franz von Stuck a Frida Kahlo”

Ieri era la giornata mondiale contro il femminicidio, ma sappiamo che, al di là della ritualità mediatica, la battaglia va avanti tutto l’anno. E che la questione del “genere” è un tema aperto e non risolto. Anche nell’arte.
La mostra che si è aperta tre giorni fa allo Städel Museum di Francoforte, dal titolo un po’ ruffiano ma efficace “La battaglia dei sessi. Da Franz von Stuck a Frida Kahlo”, mette in gioco il punto di vista dell’arte. Che non è particolarmente avanzato, sebbene attraente, perché le varie dicotomie “attivo/passivo”, “razionale/emozionale”, “maschile/femminile” sono molto presenti e spesso in modo tradizionale. E la realtà delle donne nell’arte è un fatto molto recente.
Le opere in mostra però sono belle e vi proponiamo alcune immagini.

 

EDVARD MUNCH, ASHES (1925)

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Vittorio Ballato è un artista in costante evoluzione.

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