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24° CONVEGNO Globalità dei Linguaggi per la non Violenza. Diritti Umani, Educazione e Cura

Anche quest’anno per la ventiquattresima volta si terra a Roma, nei giorni 4,5,6 di ottobre, presso la Sala Teatro padiglione 90 in piazza S. Maria della Pietà, il convegno nazionale sulla Globalità dei Linguaggi per la Nonviolenza, diritti umani, educazione e cura.

Interverranno personalità illustri del mondo dell’arte, della musica e dalla scienza.

In questa edizione avrò l’onore di intervenire parlando di armonici nel campo della musicoterapia, facendo una performance col Didgeridoo ed il Canto Armonico e di Gola.

Di seguito la locandina e il programma dettagliato:

 

 

Asana Yoga per sbloccare il settimo Chakra

 

 

 

Sahasrara è il nome del nostro settimo Chakra, esattamente l’ultimo dei nostri centri energetici, posto sulla sommità del capo e per questo motivo denominato anche “Chakra della corona”.

Non governa nessun organo, essendo quasi del tutto sganciato dal corpo fisico, ma permette comunque all’ipofisi e alla corteccia cerebrale di funzionare correttamente ed è collegato al rapporto che abbiamo con ciò che riguarda la spiritualità, la conoscenza suprema, ciò che di più puro possiamo provare.

È raffigurato da un fiore di loto viola e bianco composto metaforicamente da mille petali, che schiudendosi simboleggiano il raggiungimento della nostra crescita sia spirituale che personale.

È per questo che Sahasrara significa “mille”, che è anche un numero dall’elevato valore spirituale nella cultura orientale.

L’elemento connesso al settimo Chakra è il metallo, mentre i colori sono ovviamente il bianco e il viola, gli stessi del fiore di loto che lo rappresenta.

Scopriamo cosa succede quando Sahasrara è bloccato e mal funzionante, e nell’ambito dello Yoga elenchiamo le migliori Asana per il settimo Chakra.

Cosa succede quando il settimo Chakra è bloccato?

Se ci accorgiamo di non riuscire più a pensare lucidamente, soffriamo spesso di mal di testa, sviluppiamo delle fobie o delle psicosi, significa che il nostro settimo Chakra non funziona correttamente, ed è dunque bloccato.

Trattandosi di un Chakra energicamente potentissimo, i disagi dati da un suo squilibrio non sono propriamente di blanda natura, tutt’altro.

La nostra crescita personale risulta intaccata, diventiamo materialisti ed estremamente attaccati alle cose terrene, tralasciando l’aspetto spirituale nella nostra vita, e quindi evitando tutto quello che non può essere spiegato con la ragione. La morte ci fa paura, appunto perché temiamo l’ignoto.

Quando invece il settimo Chakra funziona come deve funzionare, con tutta l’energia che è in grado di sprigionare e che è libera di fluire, tutto cambia e siamo in grado di raggiungere il punto più alto della nostra crescita, nonché della nostra conoscenza.
Di conseguenza, migliora la nostra comprensione, la nostra capacità di apprendere, e ci rende più consapevoli e liberi di agire al di là di ogni ostacolo.

È dunque molto importante che anche l’ultimo dei nostri sette centri energetici, Sahasrara, come tutti gli altri, sia ben bilanciato, equilibrato, perché un suo blocco può davvero limitarci fortemente nel condurre la nostra vita.
Lo Yoga in questo può aiutare e, come abbiamo già anticipato, andiamo a elencare qui di seguito quattro Asana particolarmente indicate per il settimo Chakra.

Padmasana (la posizione del loto) 

Padmasana è la posizione madre, la cosiddetta posizione del loto, che si assume durante la Meditazione.
Essa infatti ci mette in relazione con l’universo e con il nostro Io più profondo
, stimolando quindi il nostro settimo Chakra. Ecco come fare:

  • Sedetevi a gambe distese sul tappetino.
  • Piegate il ginocchio destro fino a posizionare il piede corrispettivo sulla coscia sinistra, il più vicino possibile all’inguine.
  • Fate la stessa cosa con l’altro piede, che va appunto ugualmente posizionato sulla coscia destra. L’operazione richiede una certa flessibilità, quindi pur essendo una Asana tutto sommato semplice, per alcuni principianti potrebbe volerci più tempo e pazienza per riuscire a posizionare le gambe in questo modo.
  • Per quanto riguarda braccia e mani, unite pollice e indice di entrambe.
  • Mantenente la posizione finché volete e potete.

Sirsasana (la posizione sulla testa) 

Sirsasana (la posizione sulla testa) 

Sirsasana è una posizione abbastanza impegnativa, che consigliamo di eseguire sotto l’attenta supervisione di un maestro oppure solamente a chi ha raggiunto un livello ormai avanzato nella pratica dello Yoga.
È una delle Asana più efficaci per il settimo Chakra. Vediamo come fare:

  • Assicuratevi che il tappetino sia non troppo sottile per creare una base di appoggio adeguatamente spessa e non scivolosa, oppure piegatelo in due.
  • Inginocchiatevi con i glutei poggiati sui talloni e chinatevi in avanti poggiando i gomiti a terra: le braccia devono essere perpendicolari al pavimento.
  • Unite le dita, formando con le mani una specie di coppetta che è anche il vertice del triangolo formato con gli avambracci.
  • Poggiate la testa sui palmi delle mani, cercando il punto di appoggio più adatto a voi.
  • Sollevate il bacino, distendendo le gambe.
  • Chi è alle prime armi può anche fermarsi qui, chi invece ha le possibilità per farlo può proseguire nel sollevare le gambe e raggiungere la completa posizione verticale invertita, dove solo la testa e gli avambracci sostengono il peso del corpo.
  • Mantenente Sirsasana finché potete, dopodiché uscite lentamente e con accortezza dalla posizione.

Sarvangasana (posizione della candela)

Posizione Yoga Sarvangasana – Posizione della candela

Questa Asana ci apre alla spiritualità, alla purezza e all’intuizione. Si esegue in questo modo:

  • Sdraiati sul tappetino, verifica che la testa e la colonna vertebrale siano allineate, tieni le gambe dritte con i piedi uniti
  • Tieni li braccia lungo i fianchi, rilassa tutto il corpo
  • Contrai i muscoli addominali e con l ‘aiuto delle braccia solleva lentamente le gambe in verticale, mantenendole tese
  • Inspira nella posizione di partenza
  • Lentamente solleva i glutei e la colonna vertebrale, portando il tronco in posizione verticale
  • Gira il palmo delle mani verso l’alto, piega i gomiti e metti le mani sulla gabbia toracica per sostenere la schiena. I gomiti son alla stessa larghezza delle spalle
  • Spingi il torace in avanti in mod che si crei una pressione stabile contro il mento
  • Nella posizione finale le gambe son verticali, unite e formano una linea retta col tronco
  • Chiudi gli occhi e rilassa tutto il corpo e respira lentamente e profondamente
  • Tieni la posizione per 5 respiri, se sei più esperto anche per 3/5 minuti

Viparita Karani (la posizione invertita) 

 

L’Asana Viparita Karani, è utile nel riattivare il settimo Chakra come tutte le posizioni invertite, poiché stimola le nostre percezioni interiori. Ecco come si esegue:

  • Sedetevi a terra, sul tappetino, di fronte a un muro ampio e libero da oggetti.
  • Posizionatevi in modo da poter distendere la schiena per terra e sollevare le gambe che devono invece appoggiarsi totalmente al muro rimanendo verticali. Anche i glutei devono essere a contatto con la parete.
  • Con il vostro corpo, dunque, formate un angolo di 90°.
  • La testa è ben appoggiata a terra, e l’obbiettivo è quello di rilassarvi: respirate normalmente e mantenente la posizione il più possibile, per almeno 5 – 10 minuti.

SESTO CHAKRA: COME ARMONIZZARE E SBLOCCARE IL TERZO OCCHIO

 

Il sesto chakra, in sanscrito Ajna. Significa sapere, percepire. E’ il chakra posizionato tra le sopracciglia, molto più noto come terzo occhio. E’ in relazione con la capacità di usare tutta l’immaginazione creativa e di vedere oltre le apparenze. Interessa gli occhi, l’ipofisi o la ghiandola pituitaria, il sistema nervoso centrale e il sistema ormonale.

E’ in questo chakra che noi riusciamo a superare l’ego, a controllare la coscienza ed elaborare le immagini in modo coerente. E’ qui che avviene la nostra comprensione del mondo delle energie sottili.

Ajna è il chakra del sesto senso, dell’intuzione, della chiarezza e della vista. Nel corso di questo articolo vediamo appunto cos’è il sesto chakra, cosa accade quando funziona troppo o troppo poco, come armonizzarlo grazie alla cristalloterapia e il Reiki.

 

Corrispondenze del sesto chakra

 

Ajna è forse il chakra più famoso perché la sua apertura è spesso associata all’acquisizione di poteri soprannaturali, la vista spirituale che ci permette di vedere cose che le persone comuni non sono invece capaci di vedere. A livello esoterico ciò che invece affascina e rende il sesto chakra al centro dell’attenzione è il fatto che qui, le due nadi principali Ida e Pingala si riuniscono. La loro unione rappresenta l’incontro del principio maschile e quello femminile.

Colore: Indaco e viola.

Nome sanscrito: Ajna

Dove si trova: tra le sopracciglia

Elemento: Luce

Parte del corpo: occhi, sistema nervoso e sistema ormonale

Senso: il sesto senso

Ghiandola: ipofisi o ghiandola pituitaria

Loto: due petali, infatti sta a rafforzare la dualità che si unisce, Ida e Pingala che s’incontrano.

Numero: 2

Pietre collegate: tutte le pietre viola.

Pianeta: Giove

Divinità: due sono le divinità. Hakini Shakti, dea della meditazione e Shiva, dio della distruzione.

Mantra: OM

Parola chiave: Io vedo

Quando il sesto chakra è in equilibrio

Quando il sesto chakra è in equilibrio si ha una buona visione di ciò che ci circonda, ma anche di quello che accade dentro di noi. Possediamo un’intuizione forte, di quelle che difficilmente si sbagliano. La nostra mente può contare sulla chiarezza ma anche sull’immaginazione creativa. Ajna armonico indica una sintonizzazione buona con il proprio Sè superiore.

Il sesto chakra in armonia ci dona consapevolezza di chi siamo, di quella che è la realtà e i nostri veri bisogni. Siamo centrati nel qui e ora, la mente e aperta e noi si riesce finalmente a essere i padroni di noi stessi. Si riesce a vedere oltre l’apparenza e questo significa anche smettere di restare ancorati ai beni materiali, si supera la paura della morte, le fobie e tante cose che ci paralizzano e ci separano dal raggiungere le nostre vere potenzialità.

Il sesto chakra è bloccato?

 

E’ il terzo occhio che ci permette di guardare oltre le apparenze ma delle volte il velo lo copre e offusca la nostra vita. Si diventa chiusi, non intuitivi e incapace di vedere sia le cose materiali sia quelle spirituali che accadono intorno a noi.

Quando funziona poco tendiamo a preoccuparci per ogni cosa, abbiamo paura di cose che non sono ancora successe e che probabilmente non accadranno. Alcune volte ci sentiamo inutili, depressi, apatici e sfiduciati. Anche quando è bloccato può comunque dare segni di iperattività come nervosismo e insonnia.

Molte persone non riescono più a riconoscere i propri sentimenti e hanno come la sensazione di non provare nulla. Tende a vivere in mondi illusori per non vedere la realtà.

Il sesto chakra funziona troppo?

Il terzo occhio può funzionare troppo. I sintomi fisici sono il classico mal di testa, ma può dare anche disturbi psicoemotivi, insonnia, stanchezza e problemi alla vista. La testa è come se fosse pesante. Si è impazienti, ambiziosi in modo maniacale e con la tendenza di esaltare le nostre doti. Spesso non si è capaci di assumerci le nostre responsabilità e si preferisce far ricadere gli errori sulle spalle degli altri. Si tende a distrarci molto facilmente.

Come riequilibrare il sesto chakra

Come si riequlibria il sesto chakra? Il modo migliore per equilibrarlo un po’ alla volta è dedicarsi alle pratiche meditative e magari allo yoga. Durante i vostri esercizi potete adoperare anche l’aromaterapia. Mettete nel diffusore ambientale alcune gocce di olio essenziale di anice, di angelica, di salvia o di elicriso. Può esservi di aiuto anche il massaggio ayurvedico oppure gli esercizi dei cinque tibetani.

Per quanto riguarda il Reiki invece, dovete eseguire i vostri trattamenti giornalieri proprio nel punto dove si trova il sesto chakra. Quando effettuate un bilanciamento dei centri energetici, soffermatevi un po’ di più tra le sopracciglia.

Potete combinare il Reiki con la cristalloterapia, semplicemente adoperando le pietre durante il trattamento Reiki. Dovete posizionare la pietra che scegliete proprio tra le sopracciglia.

Pietre collegate al sesto chakra

Potete usare l’ametista, forse la pietra più nota per stimolare questo chakra. Aumenta le percezioni extrasensoriali. C’è l’acquamarina, utile sia per il quinto che per il sesto chakra. Migliora la comunicazione con il nostro Sé interiore. Nel mondo delle agate troviamo quella viola, per l’empatia, e l’agata occhio di shiva, che appunto sembra un bellissimo occhio. C’è l’ametrino, l’azzurrite (usata dai sensitivi e dai medium proprio per rafforzare la seconda vista) e la celestina, conosciuta anche come la pietra degli angeli. Aiuta a far riemergere dall’inconscio ciò che vi è nascosto da tempo. Ancora potete usare la fluorite viola che stimola l’equilibrio del terzo chakra, aumenta l’intuizione ed è utile per favorire gli stati meditativi. Potete provare anche con lo zaffiro, la labradorite, la sugilite, la tormalina blu, il lapislazzuli e l’alessandrite.

Potete decidere di alternare queste pietre, fino a quando non trovate quella più adatta a voi. Ovviamente all’inizio potete studiarvele un po’ per vedere con quale partire, in base alle loro descrizioni capite se possono o meno fare a caso vostro.

Esercizi fisici per riequilibrare il sesto chakra

  • Rilassatevi scuotete braccia e gambe, sedete sula pavimento con la schiena eretta e quindi effettuate per alcuni minuti la respirazione alternata (vedi chakra base).
  • Assumete la posizione del quadrupede e alternate per sette volte i movimenti “groppa del cavallo/schiena del gatto”.

Aprire sesto Chakra

  • Posizione fetale: partendo da seduti sui talloni, fate scendere lentamente il busto in avanti finché la fronte tocca il pavimento. Le braccia sono distese accanto al corpo con i palmi rivolti verso l’alto; respirate profondamente un po’ di volte concentrandovi sulla vostra fronte, poi risollevate lentamente il busto vertebra dopo vertebra fino a tornare con la schiena eretta. Ponete le mani sulla parte posteriore del collo per sorreggere delicatamente la testa aprite gli occhi e guardate in alto per qualche secondo. Ripetete l’esercizio per altre tre volte.

Chakra posizioni meditazione

  • Da seduti assumete la seguente posizione: le dita medie, distese, sono rivolte in avanti e si toccano così come le punte dei pollici che però sono rivolte verso il petto. Le altre dita saranno piegate e faranno combaciare successivamente le seconde falangi. Inspirate e pronunciate ripetutamente espirando il mantra “ksham” ripetendo l’esercizio sette volte.

 Meditazione posizione delle mani

  • Armonizzazione meditativa: sdraiatevi in posizione supina, chiudete gli occhi e rilassatevi; posate il  palmo della mano sinistra al centro della fronte e la destra sopra di essa (la posizione della mano dovrebbe seguire naturalmente la linea degli avambracci). Tenete le mani appoggiate delicatamente alla fronte per qualche minuto, quindi immaginate che una energia blu penetri dal vostro chakra e inondi il vostro corpo mentre espirate. Continuate così per 5 minuti almeno poi posate le mani lungo i fianchi palme a terra e rimanete così, rilassandovi ancora un po’.

Fate quello che volete, non vi serve il permesso.

   

Siete voi a dovere decidere cosa fare e come farlo, non restate ad aspettare l’approvazione degli altri.

Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Non fatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo essi sanno chi volete diventare davvero. Tutto il resto è secondario.

Steve Jobs

 

 

Siete liberi di fare quello che volete? Avete la sensazione di dover chiedere il permesso per avere la vita che desiderate? E se vi dicessimo che non vi serve alcun permesso se non il vostro?

Il mondo del dovrebbe essere

Viviamo in un mondo con canoni stabiliti. Ci insegnano che bisogna mangiare più insalata e meno cioccolata per essere belli, tanto per fare un esempio. Cresciamo credendo che ci sia un mondo ideale e che il nostro scopo sia quello di raggiungerlo.

La realtà è ben diversa, il mondo che abbiamo imparato a cercare non è reale. È giunto il momento di smettere di credere che potremo essere felici solo con la casa e la famiglia perfetta.

Sapete cosa desiderate davvero nella vita?

Molti vivono credendo di poter realizzare i propri sogni, quando in realtà cercano solo quello che hanno imparato a cercare.

Una volta capito questo, vi renderete conto che la prima cosa che vi serve per avere la vita che volete è sapere cosa volete. Poi è facile tracciare un percorso e fissare dei traguardi.

Quando è stata l’ultima volta che vi siete chiesti cosa volevate?

È incredibile quante cose facciamo per essere accettati. Come andare a quella festa, pur sapendo che non ci divertiremo oppure intraprendere un percorso di studi che altri hanno “suggerito”.

Quando siamo piccoli, impariamo che certi comportamenti sono accettati, mentre altri sono inopportuni. Cresciamo con l’idea che bisogna fare ciò che è giusto per essere accettati.

Così, passiamo la vita riempiendoci di obblighi e di traguardi che nemmeno ci interessano o vogliamo. Con il tempo, la nostra essenza si perde in qualche luogo che non ricordiamo più.

Qualche volta vi siete chiesti cosa volete?

 

 

Spezzate il circolo

È facile credere che una volta raggiunte tutte le mete prefissate dagli altri, possiate dedicarvi alle vostre.

Il problema è che tutto questo è come una palla di neve che, a meno che non lo vogliate, non smetterà di crescere. Ma come fare? Non c’è una formula magica, ma questi consigli potrebbero aiutarvi:

  1. Pensate alla vostra vita e cercate di capire se siete felici o vorreste fare qualcosa di diverso. Mettete da parte il rumore esterno e concentratevi su di voi. Pensate a cosa fareste se ora poteste scegliere qualsiasi cosa. Se vi immaginate a fare quello che già state facendo e siete felici, allora continuate a farlo. Siete tra le persone fortunate che hanno la vita che desiderano.
  2. Fate una lista di cose che vi impediscono di avere la vita che volete. Se nel punto precedente vi siete resi conto di volere una vita diversa, pensate a come deve essere questa vita. Poi fate una lista delle cose che vi fanno rimanere attaccati a ciò che vi rende infelici.
  3. Quali alternative avete per raggiungere quello che volete? Ora che sapete cosa volete e cosa vi impedisce di raggiungerlo, cercate delle alternative per unire le due cose. Se volete essere padroni del vostro tempo e stare in compagnia della vostra famiglia, valutate la possibilità di aprire una vostra attività nel tempo libero.
  4. Seguite il vostro cammino. È la parte più complessa di tutto il processo. Consiste nel mettere in pratica le alternative. Molte persone preferiscono non farlo perché ormai sono abituate alla loro zona di comfort. In realtà, non succederà nulla se non seguite il processo, ma se lo fate, vi assicuriamo che i risultati saranno incredibili.

L’unico permesso che vi serve

Alla fine, sembra che vi serva davvero il permesso di qualcuno per fare quello che volete. Si tratta della persona più importante della vostra vita e dovete sempre tenerla presente. Se non lo fate, la sua voce vi perseguiterà dicendovi che qualcosa non va.

Avete indovinato chi è questa persona così importante a cui dovete chiedere il permesso? Se ancora non l’avete capito, stiamo parlando di voi.

Proprio così, l’unica cosa che vi serve per prendere il controllo della vostra vita è decidervi di fare le cose. Non aspettatevi che la strada da percorrere sia semplice, non lo è mai. Fonte la menteemeravigliosa.it

SBLOCCARE IL QUINTO CHAKRA CON 5 ESERCIZI YOGA

  

 

 

Il quinto chakra Vishuddha , conosciuto anche come chakra della gola, è la nostra voce. Governa la capacità di esprimerci, ascoltare e comunicare con gli altri. Ci sfida a pensare e riflettere su ciò che diciamo e ciò che trasmettiamo al mondo, ci aiuta a comprendere qual è la nostra verità e quanto siamo disposti a condividerla. La relazioni sociali sono oneste, aperte e spontanee quando il chakra Vishuddha non è ostacolato.

Quando il quinto chakra è aperto e bilanciato la nostra capacità di comunicare e ascoltare è al suo picco massimo.

Per bilanciare questo chakra, lo yoga suggerisce di concentrarsi sulla parte superiore della schiena e sulla gola per aprire i canali verso questo importante centro energetico.

Cosa succede se il quinto chakra è bloccato?

Se il tuo chakra della gola è bloccato potresti trovarti vittima dell’incapacità di comunicare efficacemente quando ne hai più bisogno e non esprimere o perseguire i tuoi bisogni e desideri. Forse desideri ardentemente realizzare i tuoi sogni e vivere con uno scopo forte e chiaro, ma sembri non essere in grado di arrivare fino in fondo. Questi sono segni comuni che il chakra della gola non funziona al suo livello ottimale.

I sintomi non fisici di questo blocco possono essere più prevalenti. Tra i segni più comuni ci sono:

  • Paura di parlare
  • Incapacità di esprimere e articolare i propri pensieri
  • Timidezza
  • Incoerenza nelle parole e nelle azioni
  • Ansia sociale
  • Inibizione della creatività
  • Testardaggine
  • Distacco

Un blocco nel chakra del cuore può anche portare a sintomi fisici nella zona del corpo da esso governata, ad esempio:

  • Mal di gola cronico
  • Frequenti mal di testa
  • Problemi dentali
  • Ulcere della bocca
  • Raucedine
  • Problemi alla tiroide
  • Laringite
  • Dolore al collo

Di conseguenza, il blocco può anche avere un impatto sulla salute fisica. Quando sperimenti tali segni di disagio fisico, le pratiche di guarigione focalizzate sulla parte superiore del corpo, in particolare sul collo e sulle spalle, possono portare sollievo e consentire all’energia di muoversi più liberamente.

Esercizi yoga per sbloccare il quinto chakra

Sukhasana con stretching del collo

Un quinto chakra non equilibrato spesso è causa di tensione nel collo e nella mascella. Ad esempio può capitarti spesso di digrignare i denti o avere le spalle tese.

Inizia sedendo comodamente in Sukhasana e posiziona un blocco da yoga sotto le natiche, se necessario. Inclina leggermente la testa da un lato all’altro, osservando se c’è tensione. Successivamente ruota lentamente la testa prima in senso orario e poi antiorario, allungando più che puoi i lati e la parte posteriore del collo. Assicurati anche che la mascella sia rilassata. Continua per 1-2 minuti.

Matsyasana (Fish pose)

Matsyasana

Questa posa è estremamente utile per aprire la gola e il petto, stimolare la tiroide e rafforzare i muscoli della schiena.

Inizia sdraiandoti a pancia in su e poggia i palmi delle mani sulle cosce, poco sotto i fianchi. Mantieni le mani in questa posizione per tutta la durata di quest’asana. Ora immagina che ci sia una calamita in mezzo al petto che ti tira su. Inspirando, inizia lentamente a sollevare il petto verso l’alto. La corona della testa, o la parte posteriore della testa, deve toccare il pavimento e gli avambracci rimangono rilassati. Mantieni questa posa per 2-4 respirazioni e poi torna a terra lentamente. Se senti tensione all’altezza del collo o nella gola, abbassa lievemente il torace e prova a poggiare la testa in un’angolazione diversa.

Salamba Sarvangasana

La posa della “candela” è portentosa per riallineare i nervi che scorrono nel collo e stimolare la tiroide. La posa calma la mente mentre dà energia al corpo. Poiché è anche un’inversione, il sangue inizia a circolare meglio lungo tutto il corpo e la mente diventa più lucida.

Puoi iniziare a ridosso di una parete, appoggiando le gambe sul muro e le anche vicino al muro. Punta la pianta dei piedi contro il muro e poggia le mani saldamente a terra. Da qui puoi iniziare a sollevare lentamente i fianchi, appoggiando saldamente i piedi sul muro. Una volta su, puoi portare le mani dietro la parte bassa della schiena per sostenerla e sollevare una gamba alla volta, o entrambe le gambe, nella posa finale.

Stai attento a restare perfettamente fermo per tutta la durata dell’asana. Mantieni la posa per 2-4 respiri, poi scendi a terra lentamente appoggiando i piedi sul muro e abbassandoti sul tappetino. Se avverti qualsiasi tipo di dolore o fastidio al collo, interrompi la posa.

Purvottanasana (Upward plank)

Purvottanasana

Purvottanasana porta un allungamento di spallecollo e parte superiore della schiena, liberando la tensione da tutta la parte anteriore del corpo.

Per assumere questa posa, inizia con la seduta in Dandasana e posiziona le mani dietro i fianchi, con le dita puntate verso di te. Inspira profondamente e, dopo aver espirato, premi sulle mani e solleva i fianchi, puntando i piedi a terra e stendendo le gambe. Cerca di aprire il petto verso il cielo e, se il tuo collo è comodo, puoi abbassare delicatamente la testa. Lascia il collo in posizione neutra se avverti qualche fastidi. Mantieni l’asana per 2-3 respiri e poi esci dalla posa abbassando i fianchi e tornando a sederti a terra.

Balasana (Child pose)

Balasana

La posa del bambino è un’asana meravigliosa e rigenerante che distende la parte superiore della schiena, il collo e la gola. Puoi tenere le ginocchia unite o separate, a seconda di come ti senti più a tuo agio. STendi bene le braccia davanti a te e tieni le mani aperte e sderenti al tappetino. Puoi anche posizionare un cuscino sotto i fianchi per rendere la posa più confortevole. Cerca di lasciar andare tutte le tensioni che senti accumulate nella schiena e rilassati con ogni respiro. Mantieni la posa per circa un minuto.

Durante questi esercizi cerca sempre di immaginare la libertà che senti quando sei in grado di essere te stesso, dire la verità e comunicare al meglio delle tue possibilità in ogni situazione e con ogni persona. Ripeti questo mantra nella tua testa:

Ho il diritto di dire la mia verità. Amo condividere le mie esperienze e la mia saggezza. Sono in pace.

fonte meditazionezen.it

VAL DEMONE, TRA GELSI E BACHI DA SETA

 

 

“Ti salutu fonti di mari,/ ccà mi manna lu Signuri:/ tu m’ha dari lu to beni,/ jò ti lassù lu me mali.”

Dal medioevo ai primi anni del secolo scorso, la sera precedente la festa dell’Ascensione la gente di Messina correva a frotte verso la spiaggia, si inginocchiava e ripeteva per nove volte di segui­to, a ogni flutto, questa curiosa preghiera.

Immediatamente dopo tutti raccoglievano un pugno di sabbia. «L’arena raccolta [andavano] poi a gittarla su tutti i tetti delle persone che [allevavano] il baco da seta, gridando con gioia: Setti liviri a cannizzu».

Un bell’augurio davvero! Sette libbre di bozzoli a gratic­cio era molto di più di quanto mediamente rendesse la bachi­coltura; senza considerare gli anni di mancata produzione per un qualsiasi capriccio dell’oscuro santo che proteggeva i bachi, San Giobbe, tradituri per sua indole e fin troppo tole­rante verso le fattucchiere che mandavano il malocchio ai filu­gelli.

Ho voluto prendere le mosse da quest’antico rito di puri­ficazione tutto messinese, documentato da Tommaso Cannizzaro (1838 -1912), per sottolineare la grande rilevanza economica e socio­culturale di un’attività, la bachi-sericoltura, che è stata per secoli il fiore all’occhiello dell’economia della città dello Stretto e del suo hinterland contadino, fino al punto da influenzare i comportamenti di gente che nulla aveva a che vedere con bachi e filande. L’allevamento del baco da seta non era un segreto per nessuno nella Messina medioevale e moderna: sapevano tutti che la bigattiera era ospitata tra le pareti domestiche di tanta povera gente che aveva così un’oc­casione per sbarcare bene o male il lunario. Tutti conosceva­no le ansie e le speranze delle donne che badavano ai filugel­li con la stessa attenzione che le mamme dedicano ai loro bambini. E non si scandalizzavano se le uova del mutevole insetto, amorevolmente avvolte in un panno di lino, venivano fatte scovare tra i seni delle bachicoltrici. Anzi, avevano per queste donne lo stesso rispetto che solitamente si porta alle gestanti

Non era nemmeno segreto per nessuno, a Messina e nel­ Val Demone, la metamorfosi dei filugelli: appena nati cominciavano a brucare le foglie che le donne avevano smi­nuzzato nei graticci; crescevano a vista d’occhio e, dopo quattro mute, si rinchiudevano in bozzoli formati dalla loro stessa bava, per uscirne una quindicina di giorni appresso sotto forma di farfalla. Questo salto di qualità potevano però solo farlo pochi esemplari cui era affidata la continuità della specie: mentre il grosso dei bozzoli veni­va inviato alla svelta alle filande per estrarne la seta, le poche farfalle cui era concesso di sgusciare dall’involucro non per­devano tempo ad accoppiarsi per deporre nell’arco di poche ore le uova, e subito dopo morire.

Ora, se è assodata la larga diffusione nel Messinese della cultura bachi-sericola, non è facile ricostruirne la genesi, anche se si può ipotizzare che la città dello Stretto sia stata una delle prime stazioni europee dell’antica via della seta che, com’è noto, si cominciò a tracciare in Cina ben 2600 anni prima dell’era cristiana. Sappiamo da Confucio che in Cina la plurimillenaria avventura sericola ebbe inizio all’epo­ca dell’imperatore Ho-Ang-Ti il quale, fortemente impressio­nato della metamorfosi dei filugelli, incaricò la moglie Si-Ling-Ki di studiarne il comportamento. Dopo averli osserva­ti per alcuni giorni, l’imperatrice prese a dipanare i bruchi e a utilizzarne il filo tessuto. L’allevamento dei primi bachi (forse direttamente sui gelsi) fu la tappa successiva di una scoperta che avrebbe consacrato Si-Ling-ki «Dea della seta» e i Cinesi «Seri». Seres, li chiamavano infatti i Romani all’epoca di Augusto, quando i cittadini dell’Urbe vennero a contatto con i primi mercanti provenienti dall’Impero Celeste e la seta divenne il tessuto preferito dalle matrone.

A quell’epoca già da millenni in Cina esistevano grandiose fabbriche imperiali che producevano stoffe di seta da utilizzare nei cerimoniali di corte, ma anche nelle funzioni di rappresentanza internazionale, se è vero che alcuni dei drappi più belli erano inviati in dono a sovrani stranieri. Della seta i Cinesi fecero addirittura moneta di scambio e prodotto strategico, il cui segreto fu gelosamente custodito nei recessi della corte imperiale e tutelato da una legislazione così severa da prevedere pene durissime per chi avesse abbattuto piante di gelso e la condanna a morte atroce per chiunque avesse svelato il processo produttivo dell’attività serica.

Bisognava che passassero tremila anni dalla scoperta dell’imperatrice Si-Ling-Ki perché ne venissero a conoscenza il Giappone e l’India, «grazie all’astuzia di una principessa cinese andata in sposa al re del Turkestan la quale, per non rinunciare ai suoi abiti di seta, nascose nei capelli le uova del prezioso animale». O, perlomeno, così vuole la leggenda.

Bisanzio i primi bachi da seta fecero ingresso ai tempi di Giustinano, ben nascoste dentro le canne dei bastoni di due monaci che lo stesso imperatore aveva inviato in Asia a diffondere il messaggio cristiano. Nel Nord Africa e nel resto d’Europa la bachicoltura fu introdotta dagli Arabi. I paesi europei che se ne avvantaggiarono per primi furono però i Normanni. I quali favorirono l’incremento dei gelseti a scapito del cotone e, nello stesso tempo, svilupparono anche l’industria della seta, utilizzando manodopera specializzata proveniente dalla Grecia. «A Vienna – nota Denis Mack Smith – esiste ancora un bel manto di seta in cui è ricamata un’iscrizione in lingua araba ove è detto che era stato tessuto nella fabbrica reale di Palermo nel 1133-34: questo laboratorio si trovava nel palaz­zo e vi lavoravano, oltre a operai della seta, orefici e gioiel­lieri». Da Palermo l’industria serica si diffuse prima in tutta la Sicilia e successivamente nel resto dell’Italia, per esser poi estesa alla Provenza, a Marsiglia, a Lione e ad altre regioni d’Europa.

L’area siciliana dove l’attività bachi-sericola si sviluppò meglio fu, però, il Val Demone. E non è da escludere che nel palazzo reale di Messina, inaugurato verso il 1140, «sia sorto, a somiglianza del laboratorio di Palermo, un edificio per indumenti reali» che, con ogni probabilità, produceva panni anche per i Messinesi, considerato che nel 1160 Guglielmo concesse loro l’esenzione dall’obbligo di comprarli dalla corte. L’attività serica a Messina continuò ad essere fiorente sotto gli Svevi e gli Aragonesi. Subì un grave ridimensiona­mento dopo la cacciata degli Ebrei (1492), che detenevano il monopolio della produzione e della commercializzazione dei prodotti serici. Ma si riprese presto con l’immissione di capitali e manodopera provenienti da Lucca e da Catanzaro.

Nel 1530 Carlo V concesse ai Messinesi i Capitoli della seta, una importante regolamentazione del processo produtti­vo, gestita in stretto rapporto con il Tribunale del Real Patri­monio dai Consoli dell’arte, autorizzati ad effettuare ispezio­ni «a tutte hore», multare i contravventori e, all’occorrenza, bruciare «in più lochi» la merce scadente. Ma già prima, nel 1517, la regina Giovanna aveva accordato ai Messinesi il privilegio di esportare la seta a Cagliari e a Siviglia. Filippo IV stabilì addirittura che tutta la seta siciliana fosse esportata dal porto di Messina. Si sviluppò di conseguenza una prestigiosa attività manifatturiera che riceveva importanti committenze dal clero e dalla nobiltà. Messina fu inoltre beneficiata di una fiera franca della seta che attirava un numero considerevole di mercanti stranieri, soprattutto genovesi, biscaglini e norvegesi.

Nel 1664 la città dello Stretto perse il privilegio dell’e­sportazione esclusiva della seta, per l’atteggiamento antispa­gnolo dei suoi abitanti. Le conseguenze furono disastrose sia in termini economici che di ordine pubblico. Comunque, l’at­tività serica bene o male continuò. Si riprese decisamente sotto i Borboni, grazie ai nuovi Capitoli concessi dalla Coro­na nel 1736 e al parziale ripristino del privilegio del porto di Messina, da cui era obbligatorio esportare la seta prodotta nel Val Demone, che costituiva la stragrande maggioranza della produzione serica siciliana.

A dimostrazione della obbligatorietà di questa disposizio­ne, basti ricordare che, richiamando un apposito «Real biglietto» del 13 dicembre 1753, un Bando e Comandamento del Marchese di Trentino, maestro razionale del Tribunale del Real Patrimonio, subito dopo stabilì che tutti gli abitanti del Val Demone dovessero «forzatamente immettere le loro Sete in detta città di Messina, e volendole estrarre, lo [dovevano] fare dal medesimo Porto con pagare grana 30 per ogni libra per l’estrazione, oltre a grana quattro a libra pel pelo [ossia per il trasporto su animali da soma], e gli altri diritti di Regia Dogana, e contravvenendo a tale ordine, si [intendessero] non solo nella perdita delle Sete, ma di dover pagare ancora onze cento per quilibet contravvenzione, a beneficio della Regia Corte […] che in caso di furtiva estrazione di Sete dalli descritti luoghi […] per infra e fuori Regno oltre alle pene di sopra espresse, [avrebbero perduto] gli Estraenti e condutto­ri le Mule, Cavalli, Somari, Carri, Carrette, Bovi ed altri, sopra le quali [si fossero trasportate] dette Sete, e le barche sopra le quali si fossero imbarcate le Sete, o navigate per estrarsi».

Il terremoto del 1783 segnò l’inizio della decadenza dell’attività bachi-sericola. Alla vigilia dell’unità d’Italia si cominciarono ad avvertire i segni di un diffuso disimpegno produttivo dei gelsicoltori, per effetto dell’atrofia di cui erano stati colpiti i bachi (pebrina). Molti proprietari cominciarono ad estirpare i gelsi e a piantare gli agrumi. E frattanto nell’Italia settentrionale s’introducevano nuove razze originarie dell’Estremo Oriente. La malattia che aveva attaccato i bachi in Sicilia fu debellata solo nel 1874. Ma la bachicoltura nel Messinese non scomparve, grazie all’iniziativa di un coraggioso industriale inglese, Tommaso Hallan, «che impiantò sistemi meccanici nelle filande» per produrre la seta greggia. Ma già cinque prima la Camera di Commercio di Messina aveva creato un ufficio di coordinamento delle attività connesse all’esportazione dei bozzoli in Francia e nelle città industriali del nord Italia.  Alla fine del secolo c’erano nove filande, sette delle quali a vapore, con circa mille addetti, in gran parte di sesso femminile. Ma il calo della produzione fu inevitabile: dai 22.000 quintali di bozzoli che si producevano nel 1855 si passò ai 17.000 nel 1880, che si ridussero a 15.545 nel 1888 e a 400 a fine secolo. In queste condizioni non può stupire più di tanto se a partire dal 1898 a Gazzi, villaggio a sud di Messina, una grande filanda che dava lavoro a 650 operaie mal pagate, divenne teatro di un continuo stato d’agitazione delle lavoratrici che reclamavano migliori condizioni di vita e di lavoro. La situazione precipitò nel 1904: «un clamoroso sciopero, come non s’era mai visto a Messina, bloccò letteralmente il territorio a sud della città». E la protesta, «che sapeva più di ribellione politica che di rivendicazione sociale», si estese a tutte le altre filande, con tutte le conseguenze del caso. A segnare l’inizio della fine della residua produzione di seta grezza in Sicilia fu il terremoto del 1908.

Pur nondimeno, in alcuni villaggi di Messina (Gesso, Pezzolo, Santa Margherita, Giampilieri, Massa San Giorgio, ecc.) la bachicoltura sopravvisse di un ventennio alla secon­da guerra mondiale, anche perché i sensali di Roccalumera continuavano a fare incetta di bozzoli per conto di una filan­da. Chi scrive alcuni anni fa ha avuto modo di raccogliere informazioni da un’anziana contadina di Pezzolo dalla quale ha appreso che fino al 1957 lei stessa allevava bachi da seta: possedeva una bigattiera capiente di trecannizzi e covava le uova con i seni. Inoltre è stato messo a parte di tanti partico­lari curiosi sull’atmosfera che si respirava nei villaggi quan­do veniva il momento di vendere i bozzoli, grazie alle infor­mazioni che, bontà sua, gli passò quello stesso giorno il par­roco di Gesso. Il quale, tra l’altro, possedeva una cotta di seta confezionata in casa, che gli era stata regalata dai familiari il giorno che fu ordinato sacerdote. Oltre a pochi scampoli di memoria e a qualche documen­to d’archivio, ormai non rimane granché della bachicoltura messinese: molte filande sono crollate; se ne sono salvate pochissime, rifunzionalizzate, però. Una, a valle di Galati Mamertino, ospita un ristorante. Un’altra, sita nel Capoluogo, è sede del Museo Regionale di Messina. Sopravvivono qua e là alcune piante di gelso, cui ormai è riservato il triste desti­no di proiettare l’ombra sull’ignavia di una classe dirigente che nulla ha saputo o voluto fare per salvare i tratti salienti dell’identità culturale delle operose comunità che hanno reso famosa nel mondo la tradizione serica messinese.

Eppure, soprattutto nei Peloritani, il paesaggio agrario racconta ancora egregiamente questa storia di lunghissima durata. Se sono venuti a mancare i gelseti, resistono le terraz­ze in muratura a secco (armacie) faticosamente costruite dai contadini per mettervi a dimora le piante di gelso. Questo importante patrimonio etno-antropologico è il precipitato sto­rico di vecchie angherie feudali e di patti agrari particolar­mente vessatori che «facevano obbligo al colono di eseguire, insieme alle opere di manutenzione delle strade poderali e delle armacie, i lavori per una buona conservazione della casa colonica». La stessa dimora contadina testimonia anco­ra dell’allevamento del baco da seta«Serrata alla base dal­l’esiguità dimensionale – osserva Maria Teresa Alleruzzo di Maggio – la casa ha dovuto svilupparsi in altezza, talvolta di tre piani sopra il terreno, dovendo disporre di più locali nei quali ospitare nei mesi primaverili le impalcature lignee a tor­retta (pannalori), su cui vengono disposti orizzontalmente numerosi tramezzi per l’allevamento del baco».

Ma cosa non si faceva per amore del baco da seta (vermu). Se ne face­vano benedire le uova nei venerdì di marzo. Si pregava San’Antonio Abateperché lo proteggesse dal fuoco e dalle formiche, San Zaccaria per preservarlo dai topi. Si cercava di muovere a pietà lo stesso filugello; certe donne di Naso arri­vavano al punto di entrare nella bigattiera perfettamente nude, dicendo ai bachi: vermu, sugnu a nuda, vestimi tu».

Le preghiere, i segni di croce, i riti magici erano all’ordi­ne del giorno. Quando il baco stava per fare la muta, le donne prendevano le necessarie precauzioni, posavano cioè sui gra­ticci tutti i ferri arcuati che riuscivano a procurarsi, «ordina­riamente falci, ronche e roncigli», ma anche uova di galline. Nelle case dove si allevava il baco c’era sempre «un bel paio di corna incastonate al muro»; attaccati all’estremità dei can-nizzi, «teste d’aglio, gruzzoli di sale, conchiglie, denti di porco ed altri ninnoli»; ai muri tante immagini sacre. Si bru­ciava tutti i giorni l’incenso recitando arcaiche orazioni. Si traevano auspici «circa la buona o cattiva produzione della “nutricata” persino dalla vista di una meteora, di una biscia, di un rospo o di una lucertola». E si gioiva, si ringraziava Dio, ci si disperava, ma si sapeva che era tutta questione di fortu­na. «Beato chi ha sorte», si credeva che fosse solito dire lo stesso San Giobbe, lavandosene le mani come Pilato. Rimane il fatto però che, baciate dalla buona sorte o segnate dalla sfortuna, nella provincia di Messina le donne continuarono ad allevare il baco da seta fino a pochi decenni addietro. C’è da chiedersi allora se in quell’area la bachicoltura non possa tornare ad essere un’attività produttiva.

All’inter­rogativo cercò di rispondere un convegno di alto profilo scientifico tenuto il 30 novembre 1984 nel villaggio Salice del comune di Messina con il patrocinio della Presidenza della Regione Siciliana. In quell’occasione uno dei relatori fece notare che bisognava prima ripristinare i gelseti. E aggiunse: «Anco­ra qua e là cresce qualche albero, risparmiato dagli incendi e dall’incuria dell’uomo. Ma occorrerà presto organizzare i vivai le cui produzioni rispondano a rigorosi requisiti geneti­ci e sanitari. Quindi provvedere alla distribuzione agli agri­coltori ne facciano richiesta».

Non se n’è fatto niente, finora. Conforta tuttavia sapere che nel frattempo qualche comune pedemontano dei Nebrodi si è attrezzato per conservare i segni della gloriosa tradizione sericola. A Sant’Angelo di Brolo, per esempio, c’è un Museo di arte sacra all’interno del quale sono conservati dei paramenti di seta prodotti in loco o in altri centri del Messinese. A Ficarral’amministrazione comunale ha addirittura istituito da alcuni anni, ancorché solo a fini dimostrativi e didattici, la “Casa del baco” dove si allevano i filugelli con li stessi metodi di cui «rimane ancora oggi testimonianza nella memoria degli anziani, nei canti popolari e nel lessico familiare». C’è allora da sperare che gli esempi di questo tipo si moltiplichino e diventino presto oggetto di fruizione turistica e laboratori di innovazione progettuale per le iniziative di sviluppo locale. fonte ilcantieredelbaco.

SBLOCCARE IL QUARTO CHAKRA CON 5 ESERCIZI YOGA

 

 

Anahata, conosciuto anche come chakra del cuore, è il chakra che unisce i nostri centri energetici inferiori e superiori e rappresenta il fulcro dei nostri sentimenti più puri, come amore, compassione e gioia. Dal momento che si trova esattamente al centro del cuore, le posizioni yoga benefiche per sbloccarlo e riequilibrarlo sono quelle che aprono il petto, la cassa toracica e le spalle.

Quando il quarto chakra Anahata è aperto e bilanciato ci sentiamo pervasi da generosità, apertura verso gli altri ed empatia: diventiamo naturalmente capaci di amare e donare la parte migliore di noi stessi al prossimo senza secondi fini, sentendoci in comunione con il mondo.

 

Cosa succede se il quarto chakra è bloccato?

Un chakra del cuore bloccato si manifesta principalmente attraverso la mancanza di amore e compassione. Fattori come lo stress e il dolore emotivo – di solito causati da brutti ricordi, rotture, traumi emozionali – possono bloccare il quarto chakra rendendoci difficile creare e mantenere relazioni sane.

I sintomi di un quarto chakra non bilanciato includono:

  • Solitudine
  • Timidezza e ansia sociale
  • Eccessiva rigidità verso noi stessi e gli altri
  • Rancore
  • Incapacità di dare o ricevere liberamente
  • Sospetto e paura, specialmente nelle amicizie e nelle relazioni romantiche

Un blocco nel chakra del cuore può anche portare a sintomi fisici come cattiva circolazioneproblemi cardiaci e malattie respiratorie come l’asma. Se sperimenti costantemente questo tipo di disagi fisici nella tua vita, liberare il chakra del cuore può aiutarti a lenire questi malesseri e condurre una vita sana, sia emotivamente che fisicamente.

Esercizi yoga per sbloccare il quarto chakra

Marjaryasana (Cat pose)

rotazioni fianchi yoga

Per riscaldare i muscoli del torace e della parte superiore della schiena, la cow pose è un buon punto di partenza. Quando la nostra intenzione è aprire il cuore, dobbiamo anche concentrarci sulle spalle e sui muscoli della parte superiore della schiena per assicurarci che siano liberi da da tensioni e che sostengano l’apertura del torace.

Inizia a gattoni, appoggiandoti sui palmi delle mani e sulle ginocchia, il dorso dei piedi che aderisce al tappetino. Mantieni le spalle all’altezza dei polsi e le anche all’altezza delle ginocchia. Inspirando, inizia a sollevare la testa e il coccige verso l’alto. Durante l’espirazione, inarca la schiena, spingi sulle scapole e guarda in basso. Concentrati nel portare le scapole il più vicino possibile tra loro sull’inspirazione e il più lontano possibile l’una dall’altra sull’espirazione.

Ripeti per 6 volte prima di passare alla posa successiva.

Anahatasana

Anahatasana

Questa posa di Yin yoga è ottima per aprire le spalle e ammorbidire la zona del cuore. Crea anche una leggera curvatura nella parte superiore della schiena.

Inizia mettendoti a gattoni, poggiando il tuo peso su mani e ginocchia. Da questa posizione, porta lentamente le mani in avanti e lascia che il tuo petto cada naturalmente verso il pavimento. I fianchi dovrebbero essere all’altezza delle ginocchia e le mani alla stessa larghezza delle spalle. Rimani in questa posa per 2-3 minuti respirando profondamente e poi, se lo desideri, controbilancia con una child pose per 30 secondi.

Se hai problemi con il collo, evita questa posa. Se avverti del formicolio alle braccia, regola la loro posizione e allontanale le une dalle altre. Il formicolio potrebbe essere un segno di un nervo compresso, per cui assicurati di cambiare posizione appena inizi ad avvertirlo. Puoi anche appoggiare il petto su un blocco da yoga per rendere la posa più semplice da mantenere.

Bhujangasana (Cobra pose)

Saluto al sole

Questa posa rafforza l’intera area delle spalle e fornisce un’ottima apertura per il torace.

Per iniziare la posa, sdraiati a pancia in giù assicurandoti che i piedi siano alla larghezza dei fianchi, le punte dei piedi che premono contro il pavimento. Metti le mani sotto le spalle e al contempo premi il tuo osso pubico sul pavimento per stabilizzare la zona lombare. Inspirando, inizia a sollevare il petto dal pavimento finché non senti di non poter andare più in alto senza compromettere la stabilità dell’asana. Tieni le spalle rilassate. Fai due respiri lunghi e stabili e poi torna a terra mentre espiri. Ripeti per altre 5 volte.

Evita questa posizione se sei incinta o hai subito un intervento chirurgico addominale. Se hai problemi con i polsi, rimani sui gomiti (nella posa della Sfinge) oppure appoggia i gomiti su un blocco per ottenere una curva più profonda.

Ustrasana (Camel pose)

Ustrasana

Molto potente per l’apertura del cuore, la posizione del cammello è una perfetta contro-posa per la vita moderna, in cui tendiamo a stare seduti a lungo e incurvarci in avanti. Se siamo stati feriti nella vita, inconsciamente cerchiamo di proteggere l’area del cuore chiudendo il torace e inarcando la parte superiore del corpo. Quest’asana è utilissima per contrastare questa tendenza.

Inizia questa posa con le ginocchia sul pavimento e le gambe leggermente divaricate, il dorso dei piedi ben aderente a terra. Metti le mani sulla parte posteriore dei fianchi, con le dita rivolte verso il basso. Mentre inspiri, solleva il torace, le scapole e inarca la parte superiore della schiena. Quando ti senti pronto, metti le mani una alla volta sui talloni. Assicurati che i tuoi fianchi rimangano all’altezza delle ginocchia. Abbassa delicatamente la testa all’indietro se ti sembra comodo per il collo. Rimani in questa posizione per 3 respiri lunghi e costanti, poi esci lentamente dall’asana rimettendo le mani sui fianchi.

Se ti è difficile mantenere la posizione, puoi tenere le mani appoggiate alla parte inferiore della schiena. Puoi anche puntare le dita dei piedi a terra per sollevare i talloni, rendendo la posa più accessibile. Se soffri di lombalgia o lesioni al collo, evita questa posizione.

Setu Banshasana (Bridge)

Bridge pose

La posizione del ponte aumenta la forza della parte inferiore del corpo, e allo stesso tempo apre il torace.

Per iniziare, sdraiati a pancia in su. Piega le ginocchia in modo da posizionare i piedi il più vicino possibile ai fianchi. Ora afferra saldamente le caviglie con entrambe le mani e mentre espiri comincia a sollevare i fianchi, a partire dal coccige e lentamente alzando tutta la colonna vertebrale da terra. Premi le gambe contro il pavimento e solleva i fianchi. Se ti senti a tuo agio, puoi anche posizionare le mani sotto la schiena intrecciando le dita per avvicinare tra loro le scapole.

Mantieni la posizione per 2-3 respiri lunghi e stabili, poi lascia la presa e abbassa lentamente i fianchi fino a toccare di nuovo il tappetino.

Per un ulteriore supporto, puoi anche posizionare un blocco o un sostegno sotto l’osso sacro.

Mentre apri il tuo petto con queste posizioni, concentrati sull’apertura energica del tuo cuore, rivolgendo i tuoi pensieri all’amore e alla compassione. Ripeti nella tua testa:

“Sono aperto all’amore, provo compassione e connessione con gli altri, sono pronto a dare e ricevere amore”

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CALL FOR ARTISTS

Alla ricerca di sé … Call For Artists, per i giovani artisti in mostra, la forma e i materiali sono il contenuto, il simbolismo, la tridimensionalità, la materia, prendono vita creando nuove relazioni con lo spazio che le accoglie.
Si manifesta un dialogo tra generazioni e poetiche diverse, in cui si possono individuare due tendenze generali, una che gioca tra bidimensione e tridimensione quasi a creare nuovi linguaggi espressivi, e l’altra si fonda sull’idea di una tridimensione che guarda anche all’architettura e al territorio.

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L’uso sapiente della luce, inoltre, stabilisce un ulteriore legame tra le opere esposte, tra passione e studio, intuizione e sperimentazione, tecnica ed immaginazione, gli artisti compongono le proprie visioni di raffinata qualità, l’uso dei colori dei materiali diventa riflettente, cangiante, mutevole, creando ricche articolazioni e volumi. Le opere diverse per stile, metodo e stampa si completano tramite alcuni fattori come la luminosità, il colore, nelle diverse volumetrie, creando e moltiplicando gli effetti visivi, la vena creativa è inesauribile, da origine a quell’eclettismo e quell’energia che solo qui in Sicilia troviamo.

Dalla pittura all’areografia, dal fumetto digitale alla fotografia, infine la scultura, tra le pareti di Nucleika, lo staff giovane e talentuoso si è dato da fare, per dare spazio ai nuovi artisti emergenti, spesso poco valorizzati e talvolta sconosciuti.
La sperimentazione sul proprio lavoro, rivela i percorsi inconsci ed emozionali, spontanei di ognuno, da interpretare razionalmente a posteriori per ogni singolo artista, che studiando i vari aspetti compositivi, linguistici relativi al dinamismo prospettico creano la propria immagine.

Questi lavori sono: espressivi, coinvolgenti, acuti, stupefacenti, in una parola originali. La loro produzione artistica è interessante per l’accostamento dei materiali anche se non compatibili tra loro, che creano effetti realistici, figurativi ed a volte astratti per un interpretazione assolutamente personale.

Questo processo per ogni singola persona dovrebbe portare alla conquista del tanto agognato “Stile” trovando la dimensione espressiva più congeniale per ogni artista, che scava tra suggestioni e reminiscenze, creando e demolendo i luoghi comuni, diventando portatori di bellezza e di grandi rivoluzioni.
L’Arte è un lungo cammino che bisogna percorrere da soli, si possono condividere con gli altri solo gli stessi paesaggi, gli strumenti e le mete, dove i mondi reali e quelli immaginari degli uomini si sovrappongono, senza limiti, in una ricerca evocativa, quasi enigmatica dell’immagine, che genera effetti stranianti e paradossali creando una dimensione surreale quasi poetica.

“Eclettico” non è solo il risultato di un insieme di opere concepite da menti diverse e realizzate con tecniche diverse, ma piuttosto è il prodotto di uno sforzo congiunto, della voglia di farsi conoscere e di regalare al pubblico un momento di bellezza del patrimonio artistico del nostro territorio, restituendo al fruitore una fetta di cultura visiva contemporanea.
Gli ideatori di questo progetto, hanno scelto con cura gli artisti, maturando la selezione, attraverso i diversi modi di rappresentazione della realtà, il modus operandi di ognuno, dalla pittura su legno alla scultura contemporanea, continuando con l’illustrazione e il disegno tradizionale, la fotografia e la stampa digitale. Non trascurando il legame alla nostra terra e ai colori immortalati negli scatti, che narrano l’evoluzione del nostro tessuto sociale, e la continua trasformazione del nostro ambiente.

Quello che accomuna queste opere è il linguaggio e l’espressione artistica moderna, fuori dai canoni classici e in grado di comunicare emozioni tangibili.
Mi auguro che con l’impegno, la sensibilità, il duro lavoro, possa risorgere ogni giorno la cultura qui a Catania, con l’organizzazione di eventi come questo, dove la bellezza Eclettica trionfa sulla banalità.

 Daniela Maria Costa

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la mostra è visitabile dal lunedì al venerdì dalle 11:00 alle 18:00

sabato su appuntamento
 
 
Il team di nucleika adora l’arte in tutte le sue varianti. E adora l’idea di condividere lo spazio quotidiano con chi ha voglia di esprimere la propria visione del mondo attraverso l’arte.

Per il terzo anno, non abbiamo esitato a riproporre l’iniziativa che accompagna l’inizio della primavera, con una chiamata agli artisti, un’invito democratico, pop, variegato e aperto a tutti. Con sorpresa e soddisfazione anche quest’anno, hanno risposto in tanti, tra pittori, fotografi, illustratori e scultori. Soddisfazione, alimentata dall’idea che il mezzo artistico è sempre una fotografia dell’attuale società in cui viviamo e delle diverse generazioni che abitano il pianeta, e vedere numerosi talenti regala delle buone sensazioni umane. 35 sono i creativi che vi faremo notare, 35 differenti visioni d’artista, che nelle loro speciali differenze renderanno unico il nostro spazio, facendoci notare ed osservare, oggi più che mai, la bellezza e l’originalità della diversità che è linfa vitale nell’arte e nella vita quotidiana.

Alessandra Violacea

La nostra piccola ma sentita iniziativa “Call for artists” giunge al suo terzo anno di vita, una piccola idea nata all’interno dello studio e che oggi diventa più solida e partecipata.
Sembra ieri quando timidamente ci chiedevamo se gli artisti avrebbero risposto alla nostra chiamata e le conferme anno dopo anno non sono mancate. Abbiamo lavorato anche quest’ anno per promuovere quel tessuto artistico che muove la nostra città, che sembra godere di un rinnovato fermento nel campo della pittura, della fotografia, dell’illustrazione e della scultura.

 

La convinzione che l’arte e la cultura siano il motore aggregante la nostra comunità locale ci ha spinto, anche oggi, con più vigore di prima a pianificare e realizzare questa mostra d’arte, accogliendo all’interno degli spazi Nucleika numerosi e svariati artisti nel campo pittorico, fotografico e scultoreo.
Le opere provengono da artisti locali e trattano temi legati al nostro territorio, opere che sono e resteranno testimoni del tempo corrente con le sue sfaccettature che il nostro territorio si porta dietro.

 

Le opere in mostra sono ben 56 e sono il risultato di un’attenta valutazione da parte dei nostri membri; la caratura artistica è molto alta e lo spettatore potrà sperimentare personalmente un percorso evocativo di atmosfere, ambienti e costumi di un passato- presente che affonda le sue radici nella nostra isola Sicilia dando così forma al futuro per la nostra piccola comunità in costante cambiamento. Questa mostra è e sarà, dunque, un momento di arricchimento culturale, un’occasione di conoscenza ed avvicinamento all’arte per il pubblico. Un grande merito per aver fortemente voluto e sostenuto la mostra “Call for Artists” sin dal suo embrionale pensiero va a Lucia Pisana, scenografa, praticamente brava in tutto e all’eclettica e un po’ pazzerella Alessandra Sciarrone, ma il loro più grande merito va assolutamente ritrovato nell’ indefessa capacità di sopportare ancora il sottoscritto.

FONTE: NUCLEIKA.IT

Luis Renzi

Il crocifisso Ligneo di Sant’Angelo di Brolo, Fra’ Umile da Petralia e Fra Innocenzo

 

 

Il 2 e 3 Maggio, a Sant’Angelo di Brolo, viene venerato e festeggiato il SS. Crocifisso, una scultura lignea del 1600 di immensa bellezza e drammaticità.

Per ricordare la storia di questo capolavoro vi pubblico qui di seguito un “racconto”, il quale ho trovato di grande interesse, di Antonio Fasolo.

                                                             ____________________________________________
 
 
Dopo aver effettuato qualche ricerca mi ricordai con sorpresa che la prima volta, un crocifisso del genere lo avevo contemplato ad Assisi. Tutta francescana la cura in cui si esalta l’estrema sofferenza di Dio incarnato comune ai crocefissi di fra’Innocenzo.
 
La seconda volta che vidi quel crocifisso fu circa sei mesi fa, nella località dove mi trovavo a trascorrere un breve periodo di ferie, Sant’Angelo di Brolo in provincia di Messina, il paese d’origine di mio padre, collocato in posizione strategica tra mare e montagna ed al centro di un itinerario storico artistico tutt’altro che trascurabile.
Fu là, nella chiesa appartenuta un tempo al convento di San Francesco, ormai abbandonato ed ora in fase di restauro, che m’imbattei nel commovente e drammatico crocifisso di Frate Innocenzo da Petralia. Ebbi allora la curiosa ma precisa sensazione di aver già visto una scultura quasi identica in qualche altro luogo. Mi colpì in particolare la triplice espressione che il volto di Gesù assumeva a secondo delle angolazioni da cui lo guardavo: al centro quasi sorridente, a sinistra sofferente, a destra con i lineamenti statici caratteristici del rigor mortis.
Dopo aver effettuato qualche ricerca mi ricordai con sorpresa che la prima volta, un crocifisso del genere lo avevo contemplato ad Assisi, all’interno del convento di San Damiano. Anche allora un frate che mi faceva da guida mi fece notare appunto la triplice espressione del volto, che pareva assumere il Cristo, a secondo del l’angolazione dello sguardo dell’osservatore…

Ma la mia ricerca era appena iniziata…. Dopo una breve occhiata sul Web mi accorsi che in altre chiese dell’Italia Meridionale erano venerati crocifissi identici, come in quel di Cutro (Crotone) dove l’opera, risalente al XVII sec. era attribuita invece allo scultore francescano. frate Umile da Petralia! Quest’ultimo come ebbi modo di apprendere, si chiamava in realtà Giovanni Francesco Pintorno, ed era nato a Petralia Soprana, feudo del Duca di Montalto, vicino Palermo, intorno al 1600. In una famiglia numerosa di ben 16 figli, Giovanni Francesco apprese sin da piccolo il mestiere del padre che era scultore ed artigiano. Maturata la vocazione religiosa, nel novembre del 1623, si fece Frate Francescano col nome di Fra’ Umile da Petralia Soprana. Secondo la tradizione egli dedicava le sue giornate alla preghiera, alla meditazione ed al digiuno, nonché ovviamente alla sua grande passione: la scultura , nell’ambito della quale amava più di ogni altra cosa raffigurare il Cristo in Croce. Pare abbia scolpito più d’una trentina di crocifissi, la maggior parte custoditi in chiese della Sicilia o del resto del Meridione, ma anche altrove. Divenne ben presto famoso per la sua bravura ed il suo valore, molte opere infatti gli venivano commissionate anche da altre zone dell’Italia e persino dall’Estero.

Il nostro Fra’ Innocenzo, invece, che pare fosse contemporaneo e conterraneo del suo più noto confratello francescano “Frate Umile da Petralia Soprana”, lavorò soprattutto nelle Marche e nell’Umbria dove realizzò numerosi Crocifissi, a grandezza naturale, altamente drammatici, come quelli di Loreto (Basilica Santa Casa), Assisi appunto (Convento di S.Damiano), Gubbio (Chiesa di S. Girolamo). Altri suoi Crocifissi si trovano a Pesaro, Fabriano, Ascoli Piceno, Senigallia, Cagli, Gradara, S. Lorenzo in Campo, Porretta Terme, , Furnari, Monreale. Due suoi Crocifissi si trovano perfino nell’isola di Malta (Cattedrale di Medina) – (Chiesa di Santa Maria di Gesù di La Valletta).
Frate Innocenzo da Petralia, di cui si sconoscono al momento il nome al secolo, la data di nascita e di morte, eseguì anche statue di Madonne, Santi, e pregevoli reliquiari. Famosa è la Madonna col Bambino
che si conserva oggi nella chiesa di Santa Caterina di Sambuca di Sicilia.
E’ davvero singolare che due scultori nati nello stesso paese, praticamente coetanei, divenuti entrambi religiosi francescani, entrambi utilizzassero la medesima (o quasi) tecnica sculturea. I loro pregevoli crocifissi lignei dalla possente drammaticità e bellezza, diedero luogo ad un vasto movimento artistico che andò ad accrescere il già sostanzioso numero delle loro splendide creazioni scultoree.

Tutta francescana è la cura con cui si esalta l’estrema sofferenza del Dio incarnato. La corona di spine ben piantata sul capo, il corpo nudo e martoriato da ferite ed ematomi, il capo chino verso destra, le ginocchia flesse verso sinistra, in modo che la linea anatomica contribuisse ad esaltare la tensione del corpo che quasi si avvinghia alla croce tra gli spasimi dell’agonia. Ben visibili e di grande e crudo realismo sono pure i solchi provocati dalle funi alle caviglie ed ai polsi, i lividi, le piaghe, l’abbondante fuoriuscita di sangue dal costato ed, almeno in un caso, ben documentato (quello della Basilica Santuario di Sant’Antonio in Afragola) i chiodi che non sono inseriti nel palmo delle mani, bensì nei polsi, cosa inconsueta per l’epoca, e particolare a mio parere di grandissimo interesse.

Non va dimenticato, inoltre, che i due artisti lavorarono anche in collaborazione come dimostra il Crocifisso custodito nella chiesa di Santa Maria di Gesù a Collesano (Palermo) la cui Croce è stata realizzata da Frate Innocenzo mentre il Crocifisso è stato prodotto dalla sgorbia di Frate Umile.
A questo punto è facile essere colti dal ragionevole dubbio che in realtà i due frati fossero la stessa persona. Infatti è spesso difficile anche per un cultore dell’arte cristiana riuscire a capire dove il primo inizi e l’altro continui o concluda. Ma gli storici che se ne sono occupati sembrano preferire l’ipotesi che si tratti di due differenti personaggi, magari appartenenti alla stessa scuola o l’uno maestro e l’altro allievo o viceversa. Quindi la questione rimane aperta e suscettibile di ulteriori chiarimenti.
 

Per chi, come me, sia curioso di saperne di più: Rosolino La Mattina Frate Innocenzo da Petralia. Scultore siciliano del XVII secolo tra leggenda e realtà. Frate Umile da Petralia – Editore Lussografica 2002


Crocefisso in S. Damiano – Assisi
 

Antonio Fasolo

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