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I Sette Chakra

 

La parola “chakra” deriva dal sanscrito e significa ruota o vortice.

I chakra sono centri energetici e di consapevolezza che si trovano nel corpo umano indicati anche come vortici energetici o centri di forza. Le prime linee guida per la loro attivazione emergono già nelle Upanishad, i testi sacri della religione vedica indiana (500 a.C.; si veda Shandilya Upanishad, Cudamini Upanishad).

I chakra non sono punti definibili in senso concreto o anatomico, si tratta al contrario di turbini energetici propri dell’aura. In India e in Tibet veggenti e guaritori hanno raggiunto la conoscenza attraverso la meditazione su questi sottilissimi centri energetici.

Sebbene l’insegnamento dei chakra sia strettamente legato alla tradizione dello yoga, questi centri energetici sono conoscibili da chiunque possieda una particolare sensibilità indipendentemente dalla cultura e dall’epoca cui appartiene.

I chakra si irradiano in diverse aree del corpo a seconda della rispettiva posizione, influenzano le funzioni organiche, la circolazione, l’attività ormonale nonché le emozioni e i pensieri, trasformando così l’energia cosmica vitale (Prana) che scorre incessantemente all’interno del corpo umano. Tale energia viene raccolta nei chakra, e in seguito messa a disposizione per i processi del corpo, dell’anima e dello spirito.

Per facilitare l’individuazione del loro significato esoterico, i chakra sono tradizionalmente associati a un colore, un simbolo, un mantra (suono di liuto), un elemento e una divinità corrispondenti alle frequenze di vibrazione di ciascun vortice energetico.

Primo chakra

Il chakra Muladhara costituisce il fondamento e la radice del sistema energetico dei chakra. Attraverso il centro della base, l’energia viene raccolta dalla terra e dalla natura e in seguito trasformata. Nell’Induismo il chakra della radice viene tradizionalmente rappresentato con quattro petali e un quadrato (simbolo della terra).

Secondo la dottrina dello yoga, l’energia Kundalini risiede nel chakra radice. Se la base è stabile, l’energia vitale può ascendere attraverso gli altri chakra, accelerando così lo sviluppo della personalità.

Il colore rosso, in cui risplende il chakra Muladhara, simboleggia una forte energia vitale, forza e passione.

Secondo chakra

Il chakra Svadhisthana è il centro energetico della sessualità e della gioia di vivere. In sanscrito “Svadhisthana” significa dolcezza, un termine legato al concetto di felicità corporale e sensuale.

Il secondo chakra è rappresentato dall’elemento acqua, simbolo di mobilità e la flessibilità, che rimanda al concetto di “flusso della vita”. Inoltre in rapporto alle abluzioni rituali, come ad esempio il battesimo, richiama i concetti di purificazione e religiosità.

Così come l’acqua, anche il simbolo base del chakra sacrale, la falce di luna, rappresenta l’elemento femminile e stabilisce il contatto con il subconscio.

Il chakra Svadhisthana dai sei petali risplende di arancio, il colore dell’impulso attivo che favorisce la creatività e la voglia di vivere.

 

Terzo chakra

In sanscrito, il terzo chakra, detto Manipura, significa “il gioiello lucente” oppure “coperto di pietre preziose”. Conformemente alla dottrina dello yoga, il chakra Manipura è un indispensabile accumulatore di energia da cui l’energia vitale Prana viene ripartita in tutto il corpo.

Il chakra dai dieci petali risplende di colore giallo ed è associato all’elemento fuoco, il quale simboleggia l’energia vitale di questo centro. L’animale simbolico relativo al terzo chakra è il montone, spesso rappresentato anche come Destriero del Dio del Fuoco (Agni).

Il chakra Manipura è inoltre l’origine delle 72.000 nadi, sottilissimi fili energetici che si irradiano dall’ombelico in tutto il corpo.

 

Quarto chakra

Il cuore è da sempre il simbolo dell’amore. Il chakra del cuore, detto in sanscrito Anahata-Chakra, costituisce il centro dell’essere umano e collega i tre chakra inferiori, relativi all’istinto, con i tre chakra superiori, relativi alla coscienza superiore.

Il chakra dai dodici petali rappresenta l’amore universale e svolge un ruolo fondamentale sia nello Yoga Bhakti, in riferimento alla via verso la dedizione e l’umiltà, sia nella dottrina cristiana attraverso il concetto di amore per il prossimo.

Relativamente ai sensi, il chakra Anahata è associato al tatto attraverso cui sono possibili il contatto e la cura. L’immagine di Vayu, il dio dei venti, che cavalca l’antilope, uno degli animali simbolo del quarto chakra, è collegata all’elemento aria e alla respirazione.

Nella stella di Davide, simbolo del chakra del cuore, il triangolo rivolto verso l’alto si fonde con il triangolo rivolto verso il basso. Il primo rappresenta Shiva, il dio maschile, ovvero la consapevolezza di sé, il secondo rappresenta Shakti, la progenitrice divina, ovvero l’energia.

Quinto chakra

Il chakra Vishuddha dai sedici petali costituisce il centro dei suoni e delle parole all’interno del corpo umano.

Dal punto di vista esperienziale, i toni svolgono un ruolo importante per lo sviluppo della personalità. Una delle maggiori tecniche impiegate nella pratica dello yoga è ancor oggi la ripetizione cantata dei mantra, o suoni primordiali della meditazione, che consentono il risveglio e l’accrescimento dell’autoconsapevolezza attraverso le vibrazioni prodotte.

L’elemento corrispondente al chakra Vishuddha è l’etere, il simbolo dell’ampiezza, dello spazio (in sanscrito: Akasha) e della purezza. L’animale simbolico del quinto chakra è l’elefante bianco, il destriero del dio principale della religione vedica, Indra (“Il Forte”).

Il cerchio che sta a simboleggiare il chakra della gola rappresenta il luogo del vuoto e del silenzio assoluti che occorre attraversare per poter raggiungere la conoscenza.

Sesto chakra

In qualità di centro spirituale, il chakra Ajna favorisce l’attenzione e la consapevolezza. Nel sesto chakra confluiscono le nadi principali Ida e Pingala la cui riunificazione simboleggia il superamento della dualità raggiungibile attraverso la meditazione.

Quando si raccoglie l’energia vitale nel chakra Ajna e si superano le ostruzioni, è realmente possibile conseguire una conoscenza superiore.

I due petali del chakra della fronte rappresentano rispettivamente le sillabe-germoglio “ham” e “ksham”, i suoni primordiali emessi da Shiva (consapevolezza cosmica) e da Shakti (vitalità) con i quali si delinea un’ulteriore unificazione.

Una figura importante per il sesto chakra è Shakti Hakini, un dio androgino che rappresenta la componente maschile e femminile. Anche il cerchio (simbolo dell’origine dell’Essere) e i due petali alati (rappresentanti la dualità) simboleggiano il superamento della polarità.

Settimo chakra

Uno dei simboli del chakra Sahasrara è il loto dai mille petali. Il numero mille simboleggia la completezza e la perfezione e rimanda al significato del chakra della corona come meta della nadi principale Sushumna.

In esso si innalza la forza del serpente Kundalini, che simboleggia il risveglio delle potenzialità umane. Il fiore di loto, che cresce dal buio e dalla melma per poi divenire un fiore puro, rappresenta lo sviluppo della consapevolezza umana dalle qualità animali relative ai chakra inferiori verso la radiosa luce dell’anima.

Nel chakra Sahasrara risiede Shiva, la consapevolezza pura. Lo scopo dello yoga è scoprire Shiva e ricongiungerlo a Shakti, la forza che sale dai chakra inferiori verso l’alto. In questo modo si compie il definitivo distacco dal ciclo della rinascita.

MARRANZANO WORLD FEST: AL VIA L’OTTAVA EDIZIONE

Giunge all’ottava edizione il festival nazional-popolare che trova simbolo nel marranzano, tipico strumento musicale siciliano. L’evento del Marranzano World Fest è organizzato dagli enti Associazione Musicale Etnea e MoMu – Mondo di Musica e si svolgerà dal 29 settembre all’1 ottobre nel Monastero dei Benedettini, ma vi saranno due anteprima nei giorni del 16 e del 24 settembre.

Nei giorni d’anteprima saranno ospiti Zoord (dall’Ungheria) in piazza Federico II e i Lautari nel Monastero dei Benedettini.

Venerdì 29 il vero e proprio festival si aprirà con un raduno dei Marranzanisti siciliani e i musicisti Mike Hentz (Svizzera/Usa) ,Olga PrassНиколай Соболев (Mosca, Russia) e il napoletano Damadakà. Sabato 30 prevede I Pircanti, i Cantori di Malvagna e i russi Igor Dmitriev e Anna Zhavoronkova con i francesi Lo Còr de la Plana . Il tutto si chiuderà domenica 1 ottobre Matilde Politi e Simona Di Gregorio e i malesi Oumou Sangare.

La rassegna sono comprenderà una conferenza inaugurale sui canti di tradizione orale in Sicilia, laboratori di canto, danza e strumenti popolari tradizionali, danze popolari in cortili e un mercatino degli strumenti musicali artigianali vini e cibi siciliani e molto altro ancora.

Come faccio a non far sbiadire il mio tatuaggio?

 

Per far durare di più un tatuaggio ci sono delle regole molto semplici e purtroppo poco conosciute. Sono dei trucchetti che partono già da prima di farsi un tatuaggio e che proseguono durante la cicatrizzazione e il post-cura. Seguire i trucchetti vi permetterà, quindi, di avere dei tatuaggi belli, definiti e brillanti, fino alla vecchiaia.

 

  • Scegli con cura la zona cutanea esatta nella quale far eseguire il tatuaggio. Con lo scorrere del tempo il corpo invecchia: rughe, cellulite, smagliature sono segni tangibili degli anni che passano. Un tatuaggio eseguito su polsi, piedi, caviglie, polpacci (e in misura minore bicipiti e schiena), corre meno rischi di mutare forma e aspetto. Lo stesso non si può dire invece per i tatuaggi eseguiti sulle zone cutanee dei glutei, delle cosce e della pancia.
  • Stai attento al tipo di pelle che hai. Ci sono tipi di pelle, come quelle molto pallide e con molti nei, che in poco tempo perdono la definizione dei bordi del tatuaggio perché hanno una struttura morbida e che tende a modificarsi tra gli strati.
  • Scegli un tatuatore professionista. Se vuoi che il tuo tatuaggio duri a lungo devi assicurarti che il tatuatore utilizzi inchiostri di prima qualità, che rispettino tutti gli standard di sicurezza. Solo questi inchiostri ti assicurano un tatuaggio che durerà nel tempo; nel caso in cui ti affidassi ad un tatuatore improvvisato che utilizza inchiostri scadenti, otterresti l’effetto di avere tatuaggi sbiaditi nell’arco di qualche mese.
  • Scegli colori scuri. Al di là del tipo di inchiostro utilizzato tieni presente che vale il principio per cui più il colore è scuro, più rimarrà scuro. I tatuaggi che usano solo l’inchiostro nero sono quelli che tendenzialmente durano di più. Invece i tatuaggi con colori più chiari (che si usano, ad esempio, per creare un maggior contrasto) come il giallo, l’arancio, il bianco e il rosa, durano la metà del tempo.
  • Evita il cloro. Ci dispiace dire a tutti gli amanti della piscina che il cloro nell’acqua sbianca i tatuaggi. Per questo si consiglia di limitare le nuotate in piscina a tutti coloro che vogliono mantenere nel tempo i colori brillanti del proprio tatuaggio. In ogni caso non rinunciare a recarti in piscina qualche volta se ne avverti la necessità.
  • Mantieni idratata la pelle tatuata. Il tatuaggio è parte integrante del nostro corpo e col passare del tempo cambia forma e aspetto: si dilata, si restringe, si fino ad apparire spento. Col passare degli anni la pelle infatti diventa più secca e il tatuaggio diventa opaco e indefinito nei bordi. L’idratazione è la risposta a questi problemi: una corretta idratazione della pelle tatuata aumenta le dimensioni delle cellule che portano l’inchiostro, così da aumentarne la visibilità dall’esterno. Sintetizzando quindi, più la pelle è idratata, più il tatuaggio è bello e luminoso. Al contrario, se la pelle e secca, screpolata, con grossi strati di cellule morte, il tatuaggio risulterà più opaco e i contorni saranno meno definiti.
  • Due nemici dei tatuaggi sono il sole e le lampade abbronzanti. I raggi solari e UV hanno l’effetto di seccare la pelle, creando delle micro lesioni sulla superficie del derma che rendono il tatuaggio meno definito. Per questo si consiglia di esporre il tatuaggio al sole sempre con una crema solare specifica con un alto livello di protezione. Se non si prendono queste precauzioni i risultati porteranno ad avere, a lungo andare, dei tatuaggi grigiastri, spenti e sfocati nei contorni (come accade a molti vecchi bagnini, marinai e operai all’aperto, i quali si sono trovati esposti per lavoro al calore del sole senza creme protettive).

 

TRENT’ANNI DI PROTESTE A NEW YORK

 

Trent’anni di proteste a New York

Whose Streets? Our Streets! è un progetto fotografico che ripercorre due decenni di attivismo a New York, quando, tra gli anni ottanta e novanta, i cittadini si riversavano nelle strade per protestare contro le ingiustizie sociali, le guerre e gli sviluppi politici nazionali e internazionali. Nel 2014, lo storico Tamar Carroll stava lavorando al libro Mobilizing New York: AIDS, Anitpoverty, and Feminist Activity e contattò il fotografo Meg Handler per chiedergli di poter includere alcuni dei suoi scatti. Handler, redattore di Reading the Pictures ed ex editor per The Village Voice, acconsentì, segnalandogli i nomi di diversi fotografi che con i loro lavori avrebbero potuto contribuire al suo progetto. Dopo solo un anno, nel 2015, i due esposero al Bronx Documentary Center più di 100 immagini scattate da 38 fotografi diversi, come Andrew Lichtenstein, Mark Peterson, Sylvia Plachy, Corky Lee e Linda Rosier, che documentarono le più grandi manifestazioni che la Grande Mela abbia mai visto, durante un periodo, quello compreso tra il 1980 e il 2000, segnato da profondi cambiamenti. Dalle proteste per attirare l’attenzione sulle cure mediche inadeguate  e i tassi di mortalità molto elevati dei pazienti affetti dall’HIV / AIDS,  a quelle che riguardavano il problema dell’uso della violenza delle forze dell’ordine nei confronti degli afroamericani e dei latinoamericani, dal diritto all’aborto alle marce dei pacifisti durante la prima Guerra del Golfo, o a quelle del movimento Nuclear Freeze, che nel 1982, organizzò a Central Park una delle più grandi manifestazioni della storia della città, sollecitando il presidente Ronald Reagan a porre fine all’aumento della produzione di armi nucleari, alle azioni dimostrative dei gruppi Queer Nation e Lesbian Avengers, che nacquero per rappresentare le persone della comunità LGBT della città. Ad oggi il lavoro è stato esposto in diversi paesi, mentre un sito web in continuo aggiornamento raccoglie tutto il materiale, raccontando un periodo significativo per la città ma anche per lo sviluppo del fotogiornalismo. (NG)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Yoga aiuto naturale contro la depressione e altre quattro condizioni

Lo Yoga può essere considerato un rimedio utile contro la depressione e altre condizioni psicologiche di cui soffrono molte persone in tutto il mondo. È risaputo che lo Yoga favorisce il rilassamento della mente, calmando le preoccupazioni e lo stress della nostra vita quotidiana. Alcuni esperti sostengono che i benefici di questa pratica potrebbero essere estesi anche a problemi psicologici più gravi.

Molte persone nel mondo spesso hanno difficoltà ad ottenere l’assistenza sanitaria di cui necessitano e a volte i farmaci non forniscono i risultati sperati. Per questo sono in tanti a cercare degli approcci alternativi alla guarigione. Uno di questi potrebbe essere costituito proprio dallo Yoga.

 

Alcuni studi realizzati nei Paesi Bassi hanno evidenziato diversi benefici dello Yoga per le persone che soffrono di depressione cronica. Una ricerca ha dimostrato che uomini e donne che soffrivano di depressione hanno sperimentato una riduzione del problema, dell’ansia e dello stress, dopo aver effettuato sedute settimanali di 2 ore e mezza per nove settimane, in combinazione con antidepressivi e psicoterapia.

Un altro studio ha messo in evidenza che degli studenti con depressione che hanno praticato Yoga per 30 minuti con un istruttore e successivamente a casa per otto giorni hanno sperimentato una riduzione dei sintomi, anche nei mesi successivi, rispetto ad altri tipi di trattamento che prevedevano una fase di relax.

Lo Yoga sarebbe fondamentale anche per contrastare l’ansia. Nel 2006 uno studio condotto presso l’Università della Pennsylvania ha mostrato una diminuzione dell’ansia in soggetti che avevano praticato Sudarshan Kriya Yoga, una pratica che prevede una particolare tecnica di respirazione basata sull’uso di determinati ritmi naturali del respiro.

Non sono però solo questi i benefici che si potrebbero riscontrare praticando Yoga. È stato visto che aiuta anche le persone con disturbi alimentari. Delle persone con problemi di questo tipo, sottoposte ad uno studio pilota, hanno riferito di sentirsi più calme e in sintonia con il loro corpo dopo aver praticato Yoga.

Questa pratica secondo altre ricerche sarebbe utile anche contro i disturbi psichiatrici in generale e il disturbo post traumatico da stress. Nel primo caso è stato visto che pazienti sottoposti ad una terapia con Yoga per otto settimane (che includeva esercizi di respirazione e di rilassamento) mostravano un notevole miglioramento dei sintomi e una diminuzione dei pensieri negativi. Lo studio in particolare è stato pubblicato sul Journal of Alternative and Complementary Medicine.

Nel secondo caso una ricerca apparsa sul Journal of Traumatic Stress ha rivelato un miglioramento delle condizioni di salute di donne con disturbo post traumatico da stress dopo aver eseguito un’attività composta da 12 sessioni basata sul Kripalu, una pratica utile per sviluppare una certa consapevolezza delle emozioni e dei pensieri nella vita di tutti i giorni. fonte: greenstyle.it

Un lavoro di Horichiyo

Il tatuaggio che vedete nella foto proviene dal Giappone di fine ‘800, ma fa parte di una realtà completamente diversa da quella degli uomini che decoravano i corpi delle persone locali, gli stessi che possiamo ammirare nelle stampe ukiyo-e e nelle prime foto fatte nel Meiji da fotografi come Felice Beato.

Questo pezzo è stato fatto da un tatuatore all’epoca conosciutissimo in occidente e apprezzatissimo da tutti coloro che si recavano in viaggio nel sol levante. L’uomo ritratto in foto è il dr. Charles Goddard Weld, compagno di viaggio di Charles Longfellow, ed entrambi si sono fatti tatuare nel 1872 da Horichiyo.

Poche sono rimaste le foto che testimoniano i lavori di questo tatuatore, sotto tanti aspetti così diverso dai maestri che lavoravano con i giapponesi. Horichiyo lavorava con uno stile che si sposava con i gusti degli occidentali, infatti, nonostante i soggetti abbiano comunque quel sapore orientale, sono molto diversi dai lavori che venivano eseguiti dai maestri tradizionali.

Horichiyo aveva uno studio per stranieri a Yokohama, città dove, insieme a Kobe e Nagasaki, alcuni tatuatori potevano esercitare la professione previa autorizzazione del governo e sotto controllo, solo su persone che non erano giapponesi. Il governo infatti, come sappiamo, dopo aver iniziato l’opera di modernizzazione del paese, aprendosi all’occidente, nel 1872 aveva di nuovo bandito il tatuaggio, pensando potesse risultare una cosa barbara agli occhi stranieri. Successivamente questi mostrarono curioso interesse verso i corpi di quegli uomini “decorati come la seta”, perciò si decise di fare uno strappo alla regola permettendo ai visitatori di venir tatuati in Giappone.

Il soggetto scelto dal Dr.Weld per la schiena senza sfondo, è un abbinamento tradizionale chiamato Ryuko Ryoko, reinterpretato da Horichiyo con un tratto delicato e sottile rispetto a quelli che erano gli standard per i tatuaggi giapponesi tradizionali, soprattutto dell’epoca.

I due soggetti sono tigre e dragone che lottano, entrambi animali simbolo di coraggio, ma il dragone rappresentando un potere offensivo e la tigre difensivo, insieme fomano una combinazione perfettamente bilanciata tra Yin e Yang.

 

 

ESTENSIONE DELL’ARTBONUS E INCENTIVI PER LE ZONE DEL SISMA. IL DDL SPETTACOLO VA ALLA CAMERA

Estensione dell’ArtBonus e incentivi per le zone del sisma. Il Ddl Spettacolo va alla Camera
Più risorse per lo spettacolo, con l’estensione dell’ArtBonus, la stabilizzazione del Tax credit musica e il sostegno statale a nuovi settori. La Riforma sullo Spettacolo ha ottenuto il via libera da parte del Senato, con 121 voti favorevoli, 12 contrari e 73 astenuti e adesso passerà alla Camera per l’esame finale.
La riforma incrementerà sensibilmente le risorse del Fondo Unico per lo Spettacolo, con 9.5 milioni di euro in più, per il 2018 e 2019, che diventeranno 22.5 milioni di euro dal 2020. La legge inoltre autorizzerà la spesa di 4 milioni di euro per attività culturali nei territori colpiti dal sisma del Centro Italia. Inoltre, la riforma estenderà l’Art Bonus a tutti i settori dello spettacolo, anche le orchestre, i teatri nazionali, i teatri di rilevante interesse culturale, i festival, i centri di produzione teatrale e di danza, i circuiti di distribuzione, potranno avvalersi del credito d’imposta del 65% per favorire le erogazioni liberali, finora riservato esclusivamente alle fondazioni lirico-sinfoniche e ai teatri di tradizione. La legge stabilizza inoltre il tax credit musica, il beneficio riconosciuto alle imprese produttrici di fonogrammi e videogrammi musicali e produttrici di spettacoli di musica dal vivo per la promozione di artisti emergenti, con oneri pari a 4.5 milioni di euro a decorrere dal 2018. Verrà aggiornata anche la disciplina delle fondazioni lirico-sinfoniche, alle quali sarà dedicato un fondo specifico e verrà istituito il Consiglio superiore dello spettacolo, organismo consultivo del Ministro dei beni culturali, che sostituirà la Consulta per lo spettacolo.
«Una riforma attesa da trent’anni, un testo equilibrato», ha commentato il Ministro Dario Franceschini, che ha ringraziato la relatrice Di Giorgi e la commissione Cultura per il «lavoro straordinario fatto». Le discussioni però si sono accese per la sezione riguardante la presenza degli animali nei circhi. In prima fila la pasionaria Michela Vittoria Brambilla, presidente del Movimento animalista: «Che il governo e la maggioranza di centrosinistra riescano a licenziare una norma chiara e netta a favore degli animali è proprio impossibile. Le sirene della lobby pro circhi tradizionali sono riuscite, in Senato, a snaturare la proposta del governo, già debolissima». «Siamo arrivati a una formulazione di buon senso che consentirà di gestirne in modo ragionevole il superamento», è stata la risposta di Franceschini.

I MUDRA, LO YOGA DELLE MANI: COSA SONO E COME ESEGUIRLI   

mudra posizione mani
Mudrā (मुद्रा) è un termine sanscrito che significa letteralmente “sigillo”“gesto” o “segno”. Nello yoga, i mudra sono gesti simbolici spesso praticati con le mani e le dita che facilitano il flusso di energia attraverso il corpo, aiutando e favorendo così le nostre pratiche meditative.La corretta posizione delle mani è estremamente importante nella meditazione: contrariamente a quanto molti principianti pensano, le mani non vanno mai trascurate o posizionate casualmente. Ogni mudra stimola infatti parti diverse del nostro cervello e ci aiuta a incanalare l’energia verso una determinata zona del nostro corpo.In questa guida abbiamo raccolto 9 tra i mudra più diffusi, insieme ai loro benefici e alle istruzioni su come eseguirli correttamente.

Il simbolismo dei mudra e gli elementi naturali

I mudra sono strettamente connessi con l’energia dell’universo (energia Chi) e il loro scopo è esattamente quello di incanalarla nel nostro corpo per ottenere determinati benefici.

energia chiQuasi ogni mudra è collegato con una divinitàdella tradizione vedica, la quale a sua volta incarna un aspetto dell’energia legato ad una qualità che vogliamo risvegliare in noi. I mudra (e le divinità a loro associati) sono in relazione con i cinque elementi naturali, energie che nel corpo si riflettono sul piano psicofisico e spirituale scorrendo attraverso i nadi, canali energetici che terminano proprio nelle dita delle nostre mani.

Ogni dito rappresenta perciò un punto di connessione con un elemento e l’energia ad esso collegata. Posizionando le dita in un certo modo siamo in grado di controllare la quantità di energia elementale che scorre dentro di noi, e di conseguenza attingiamo alle qualità associate all’elemento che stiamo invocando.

Ecco di seguito l’elenco delle energie associate ad ogni sito della mano:

  • Pollice: sole, energia, fuoco.
  • Indice: aria, energia in movimento.
  • Medio: spazio, espansione, apertura.
  • Anulare: terra, solidità, radicamento.
  • Mignolo: acqua, liquidi, mobilità.

La storia dei mudra

La pratica dei mudra come la conosciamo oggi ha origine in India più di 5000 anni fa: se ne trova infatti traccia nell’antico sciamanesimo e nella cultura vedica, che contemplava l’utilizzo dei gesti delle mani accompagnati dai mantra durante le cerimonie sacre. Tramite questo rituale i bramini invocavano l’energia di Terra e Cielo contemporaneamente, che veniva poi canalizzata per ottenere determinati benefici, sia materiali che spirituali.

I mudra sono utilizzati anche in alcune espressioni artistiche come la danza indiana, dove il loro scopo è anche quello di accompagnare armoniosamente i moti del corpo.

9 mudra e il loro significato

Shuni Mudra

Shuni Mudra
Credits: remedyspot.com

Come si esegue: in questa posizione il pollice tocca il dito medio e le altre dita si lasciano andare gentilmente. È possibile appoggiare le mani sulle ginocchia per rilassare le dita non unite ed evitare di irrigidirle.

Significato: Shuni Mudra è il mudra che rappresenta la pazienza: il dito medio sta ad indicare la costanza nell’arrivare ai propri obiettivi, mentre il pollice simboleggia metaforicamente la natura e il divino.

Quali benefici porta: questo mudra è in grado di agire sulla nostra pazienza, aumentandola e consolidandola. Aiuta a farci affrontare meglio i periodi di transizione e cambiamento, quando siamo in attesa di raccogliere i frutti del nostro lavoro oppure attendiamo un risultato importante e abbiamo bisogno di calmare l’ansia e la negatività.

Surya Ravi Mudra

Surya Ravi Mudra
Come si esegue: l’anulare tocca lievemente il pollice e le altre dita rimangono rilassate. È tuttavia importante non appoggiarle al pollice, per cui in molti consigliano di tenerle lievemente sollevate.

Significato: questo mudra è conosciuto come il segno della vita, con l’unione di anulare e pollice che simboleggia l’equilibrio e la buona salute. L’anulare rinforza inoltre i concetti di persistenza e di forza.

Quali benefici porta: questa posizione, oltre a rafforzare il tessuto muscolare, è in grado di incanalare energia positiva che genera ottimismo e cambiamenti costruttivi.

Gyan Mudra

Gyan Mudra
credits: drdariahstibetanyoga.com

Come si esegue: l’indice tocca leggermente il pollice e le altre dita rimangono rilassate, mai tese. Pare che questo fosse il mudra preferito da Buddha durante le sue meditazioni, ed è anche quello più largamente usato al giorno d’oggi.

Significato: si tratta del mudra della conoscenza, dove l’indice rappresenta la consapevolezza e la sua unione con il pollice simboleggia saggezza ed espansione dell’Io.

Quali benefici porta: questa posizione è utilizzata per stimolare la creatività e la concentrazione, che permangono anche al termine della sessione di meditazione.

Buddhi Mudra

Buddhi mudra
credits: kundalinimobile

Come si esegue: il mignolo tocca lievemente il pollice e le altre dita rimangono rilassate. Può risultare più difficile rispetto agli altri mudra in quanto serve più elasticità per mantenere a lungo la posizione.

Significato: Buddhi mudra è la posizione della chiarezza mentale: il mignolo rappresenta la comunicazione e la sua unione con il pollice simboleggia l’apertura mentale.

Quali benefici porta: questo mudra aiuta a bilanciare i livelli di acqua nell’organismo, aiutando molto chi soffre di secchezza delle fauci o ha scarsa lacrimazione. Favorisce inoltre la comunicazione in tutte le sue forme.

 

Prana Mudra

Prana Mudra
credits: bigchitheory.com

Come si esegue: l’anulare ed il mignolo toccano il pollice, mentre il medio e l’indice rimangono tesi. Si utilizza principalmente per incanalare energia verso il primo chakra.

Significato: questo mudra è anche conosciuto come la posizione della vita, poiché è in grado di direzionare l’energia vitale lungo tutto il corpo.

Quali benefici porta: questo mudra è in grado di infonderci energia durante e dopo la meditazione. Rafforza inoltre la vista ed il sistema immunitario.

Vayu Mudra

vayu mudra
credits: stylesatlife.com

Come si esegue: l’indice va posizionato sotto al pollice, di modo che quest’ultimo eserciti pressione. Le restanti tre dita vanno mantenute tese, ma non troppo (non devono generare fastidio).

Significato: questo mudra è associato all’aria e a tutto ciò che è legato ad essa: la medicina Ayurvedica utilizza spesso questa posizione per curare disfunzioni corporee.

Quali benefici porta: questa posizione è di grande aiuto per tutti i problemi fisici legati a un ristagno di aria, ad esempio flatulenza o gonfiore addominale. Anche alcuni malati di Parkinson ne hanno riscontrato benefici nel calmare i sintomi della loro condizione.

Apaan Mudra

Apaan mudra
credits: pinterest.com

Come si esegue: il medio e l’anulare toccano il pollice, mentre indice e mignolo rimangono leggermente tesi.

Significato: questo mudra rappresenta la purificazione, sia in senso fisico (essendo legato alla digestione) che in senso spirituale.

Quali benefici porta: questa posizione è molto utile nell’eliminazione delle tossine dal corpo, particolarmente indicata per i problemi di digestione e benefica per il cuore e la circolazione sanguigna.

Hakini Mudra

hakini mudra
credits: sonofearth.org

Come si esegue: le punte delle dita di entrambe le mani si toccano gentilmente, senza esercitare troppa pressione. Sui pollici deve essere esercitata una pressione leggermente maggiore.

Significato: da sempre nella cultura Hindu questo mantra è utilizzato per aumentare la concentrazione e incanalare l’energia verso il sesto chakra.

Quali benefici porta: questa posizione aiuta a collegare i nostri due emisferi cerebrali, favorendo concentrazione, creatività e memoria.

Yoni Mudra

yoni mudra
credits: sanjiao.it

Come si esegue: le punte dei pollici si toccano esercitando una moderata pressione, mentre i due indici si toccano con tutta la prima falange. La posizione del dito medio può risultare complicata per i principianti: il dorso delle due dita medie deve infatti toccarsi perfettamente. Per iniziare consigliamo di fare toccare semplicemente il dorso della seconda falange.

Significato: la parola “Yoni” significa “utero” e rappresenta l’isolamento dal mondo, simile alla condizione che sperimentiamo nell’utero materno prima di nascere: il mudra aiuta infatti ad isolarsi ed astrarsi dal mondo terreno.

Quali benefici porta: questa posizione aiuta a calmare il sistema nervoso e mitigare lo stress. Permette infatti di isolarsi completamente per tutta la durata della seduta meditativa. fonte www.meditazionezen.it

Canto a tenore Sardo

 

Bevendo nell'osteria di Stefano Dore. Si canta a tenore (foto di Zedeler Sara Ruth)
Bevendo nell’osteria di Stefano Dore. Si canta a tenore (foto di Zedeler Sara Ruth)
 
Col termine “tenore” (in alcuni paesi si usano i sinonimi “cuncordu, cussertu, cuntzertu, cunsonu, cuntrattu”) si intende sia il canto stesso sia il coro di quattro cantori che lo esegue.
Questi quattro cantori svolgono ruoli distinti e molto specialistici. Nel complesso il canto a tenore può essere descritto come un canto solista accompagnato “ad accordi” (“corfos”) da un coro a tre parti vocali (a sua volta propriamente detto “su tenore”). Il solista, chiamato “sa boghe”, canta un testo poetico in lingua sarda mentre gli altri tre cantori, “su bassu, sa contra, sa mesu boghe”, ne accompagnano il canto con sillabe nonsense, emettendo (i primi due oppure uno solo tra i due) suoni gutturali dal peculiare colore vocale.L’esecuzione si costruisce a partire da formule melodico-armoniche elementari di base, ben note ai cantori, che vengono combinate al momento sulla base di un canovaccio che può essere variato dal solista o dal coro nel suo insieme (o dalle singole parti vocali). La successione musicale non è dunque preordinata in sequenze rigide, e attraverso questa i cantori hanno la possibilità di manifestare la propria sensibilità e gusto estetico, di esprimersi in modo sempre diverso, originale e irripetibile.

Il repertorio del canto a tenore si articola in tre forme principali:
– a “boghe sèria” (canto calmo, lento), detto anche a “boghe ‘e notte” (canto notturno).
È la forma di canto più diffusa ed eseguita. Le sue strutture base sono “s’istèrrida” e “sa dirada”. Consente al solista di esprimere compiutamente il testo verbale, di reiterare versi (prevalentemente endecasillabi) o strofe e consente al tenore di esprimere tutta la propria capacità di espressione e interpretazione timbrica e musicale. È uno dei canti connessi con le serenate notturne (pratica ormai quasi scomparsa) da cui sembra derivare il nome di “boghe ‘e notte”.
– a “muttos”. Si tratta della versione a tenore dei “muttos”, caratteristica forma poetica sarda, con testi d’argomento amoroso (destinati tradizionalmente alle serenate) oppure dal contenuto umoristico o satirico.
– a “boghe ‘e ballu”, ossia per l’accompagnamento dei balli sardi. Tale pratica esecutiva era molto diffusa in passato, ma è oggi meno in auge. Tuttavia, al di là della sua specifica funzione, le esecuzioni a “boghe ‘e ballu”, in virtù della piacevolezza nella scansione ritmica, sono le preferite dai più giovani.
Il tenore è anche “lo strumento” che accompagna i “cantadores” in poesia ovvero i poeti improvvisatori durante le loro “garas”.
Poche e frammentarie sono le fonti che ci consentono di conoscere il passato del canto a tenore. Le più antiche risalgono ai primi decenni del XIX secolo (Giovanni Spano, Nicolò Oneto) e ci descrivono canti, repertori e composizione dei cori analoghi a quelli giunti fino a noi. Tali fonti concordano anche nel considerare già da allora questa forma di canto come antica. Del resto la sua diffusione capillare nel territorio e tra la popolazione dei singoli paesi, la ricchezza delle varianti e la complessità delle strutture formali fanno pensare a una pratica plurisecolare.

L’area di diffusione attuale del canto a tenore è piuttosto vasta e comprende oltre sessanta paesi del centro nord dell’isola. A ciascuna comunità corrisponde un diverso modo di cantare a tenore: ogni singola comunità, infatti, ha sviluppato nel tempo un proprio codice, un linguaggio musicale locale chiamato traju, trattu o moda.
La pratica del canto a tenore è oggi molto viva e pur non disponendo di dati certi si può ragionevolmente affermare che il numero dei cantori è dell’ordine di alcune migliaia. Come nel passato, “su tenore” viene eseguito nei “tzilleris” (bar), e soprattutto nelle feste (religiose e civili; così come in quelle a carattere familiare) e durante gli spuntini o “rebottas”. Molti sono i giovani che praticano questa forma di canto tradizionale e in molti paesi del centro Sardegna cantare a tenore può essere definito “alla moda”. Il canto a tenore rappresenta oggi, per le giovani generazioni, un concentrato simbolico identitario, anzi si potrebbe dire che il tramonto o l’affievolirsi di altri simboli lo ha caricato ancor più di tali significati.

Ascoltare esecuzioni dal vivo di canto a tenore è molto facile in estate durante le varie feste patronali dei paesi, quando vengono organizzate in “su palcu” delle serate con la partecipazione di gruppi provenienti da diversi paesi. Un particolare sviluppo hanno altresì avuto le cosiddette “rassegne” di canto a tenore, degli incontri fra gruppi di più paesi o di uno stesso paese allestite a scadenza variabile, nei paesi dove più viva è la tradizione (Orgosolo, Orune, Oliena, Oniferi, Orosei, Bitti, Buddusò, Lula, Bolotana, Dorgali, Silanus, Bortigali, Seneghe, Torpé, Fonni, Irgoli, Mamoiada, Ollolai, Siniscola, Urzulei).
Il 9 ottobre del 2006 il canto a tenore è stato dichiarato dall’UNESCO patrimonio immateriale dell’umanità.

fonte sardegnacultura

Tatuaggi giapponesi storia e significato

Leoni, serpenti, carpe, dragoni, fiori di ciliegio, onde: questi sono solo alcuni dei disegni tipici dei tattoo giapponesi. Se avete intenzione di farvi tatuare un soggetto derivante da questa affascinante cultura orientale, in questa guida troverete alcune notizie sulla sua storia e il significato di alcuni tra i più popolari tatuaggi in stile giapponese.

TATUAGGI GIAPPONESI: STORIA E STILE

La cultura giapponese è famosa per la sua continua ricerca della perfezione e della bellezza, e queste caratteristiche si riflettono anche nei suoi tatuaggi. Nei tattoo nipponici, infatti, ogni dettaglio e ogni sfumatura sono curati nei minimi particolari, e la scelta e la posizione dei soggetti, ed anche alcuni abbinamenti di figure sono studiati per conferire al tatuaggio un profondo significato.

Tatuaggi giapponesi

Gli abbinamenti, i cosiddetti Kara-jishi, sono di provenienza classica e creano davvero delle meravigliose opere d’arte; il leone ad esempio è preferibilmente raffigurato insieme alla peonia, il dragone accanto al crisantemo e così via. Lo scopo dei tatuaggi giapponesi è sia decorativo che spirituale, e sono questi complessi intrecci di simboli a conferire al tattoo il suo grande valore artistico e sociale.

I tatuaggi giapponesi sono chiamati Irezumi, da “ireru” che significa inserire e “sumi” inchiostro, oppure Horimono, da “horu” inscrivere e “mono” qualcosa. A seconda di quale dei due termini si utilizza per definire un tattoo si ha un’accezione diversa che varia in base al significato e alla classe sociale, i primi avevano connotazione negativa (tattoo punitivi), i secondi nascono come decorazione del corpo.

La pratica del tatuaggio in Giappone ha origini molto antiche, sono state rinvenute rappresentazioni del 5000 a.C. che raffiguravano uomini col volto tatuato con righe e marchi, probabilmente utilizzati per identificare il rango sociale.

Nel VII secolo le grandi influenze cinesi importarono in Giappone l’accezione “malfamata” del tattoo, il quale divenne per lungo periodo un marchio distintivo di condannati e criminali. In seguito diventò anche simbolo dell’amore segreto e passionale, e gli amanti di tatuavano un puntino nero sulle mani che diventava un punto di unione intimo nella famosa “stretta di mano”. Anche l’abitudine di tatuarsi in una zona del corpo il nome dell’amato era già comune nell’antico Giappone, ed era conosciuta col nome di Kishibori.

L’uso degli Irezumi scomparve per molto tempo per riapparire nel periodo Edo (1603-1868), detto anche periodo Takugawa, quando venne pubblicata un’opera cinese che raccontava la vita e le avventure di un gruppo di eroi-briganti (Suikoden), dal corpo tatuato; le illustrazioni dell’opera furono di ispirazione per plasmare quelle stupende opere d’arte impresse sul corpo. La caratteristica principale dell’Irezumi era quella di ricoprire una larga parte del corpo: schiena, glutei e metà delle cosce. In quest’epoca i soggetti dei tatuaggi hanno iniziato a prendere spunto dai disegni dei kimoni, da abiti tradizionali da cerimonia e da quelli dei samurai.

I tatuaggi Horimono, come li conosciamo oggi, si sono sviluppati a partire dalla fine dell’800, e hanno vissuto periodi di popolarità alternati a momenti di illegalità. I tattoo facevano parte delle abitudini diquella fascia della popolazione detta del “mondo fluttuante”, che comprendeva tutti i livelli di popolazione più bassi, come prostitute, giocatori d’azzardo e mafiosi, ma anche commercianti, pompieri e in generale chi svolgeva attività di fatica e non di intelletto; non erano infatti diffusi nell’alta società.

La pratica del tattoo in Giappone è diventata legale solo dopo la fine della II Guerra Mondiale e per molto tempo è stata comunque considerata immorale (un po’ come in tutto il mondo); tutt’ora le vecchie generazioni non vedono di buon occhio chi mostra in pubblico i propri tatuaggi, perché ancora relazionati col mondo dei mafiosi.

La tecnica tradizionale dei tattoo giapponesi è chiamata “Tebori”, e consiste nell’uso, rigorosamente a mano, di una serie di aghi infilati in una canna di bambù ed intinti nell’inchiostro. Da sempre i tatuatori in Giappone sono considerati veri e propri artisti, e tradizionalmente si sottoponevano ad un apprendistato lungo e rigoroso presso un maestro tatuatore.

Lo stile deriva dall’arte figurativa e implica da sempre un massiccio uso di colori vivaci, sfumature e intrecci di soggetti. Il tattoo giapponese racconta una storia attraverso l’uso delle immagini e le sue combinazioni, ai fini di delineare il carattere di chi lo porta.

SIGNIFICATO DEI SIMBOLI DEI TATUAGGI GIAPPONESI

Oggi i tattoo giapponesi sono forse meno popolari dei tattoo provenienti da altre scuole e culture, ma continuano a trasmettere tutto il loro fascino. Vediamo di comprendere il significato di alcuni tra i più comuni simboli dei tatuaggi giapponesi.

IL DRAGONE

Al contrario della cultura occidentale che lo vede come un animale malefico, per i giapponesi il dragone è portatore di pace e saggezza. È simbolo dell’acqua e ha la capacità di realizzare i desideri.

LA CARPA (KOI)

È simbolo di coraggio e perseveranza. Una leggenda narra di una carpa che riuscendo a risalire i fiumi fino alle porte del cielo fu trasformata in drago, per questo i draghi sono raffigurati con squame da pesce. La carpa è inoltre di buon auspicio per la nascite e porta fortuna per il nascituro.

I FIORI DI CILIEGIO

Simboleggiano l’effimero e la trascendenza della vita, per secoli furono impressi sulla pelle dei samurai e degli appartenenti alla yakuza, ad indicare la precarietà delle loro vite.

IL LEONE (SHISHI)

Raffigurato in maniera stilizzata, proviene dalla religione shintoista e rappresenta la protezione dagli spiriti malvagi (gli Oni), è portatore di salute e prosperità.

IL FIORE DI LOTO

È fiore sacro per l’Induismo e il Buddhismo ed è connesso alla purezza, alla longevità e alla rinascita fisica e spirituale; è spesso raffigurato insieme alla carpa.

IL SERPENTE (HEBI)

Per la cultura occidentale ebraica e cristiana è da sempre simbolo di Satana, mentre in Giappone è la rappresentazione della forza e dell’acutezza Fonte Giovanni Lattanzi.

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Vittorio Ballato è un artista in costante evoluzione.

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