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ENJOY MIAMI!

Qualità altissima, con i soliti noti. Ma l’Art Basel a stelle e strisce colpisce ancora, e forte. Ecco la nostra ricognizione, senza dimenticare quel che c’è fuori

 

Le liste della spesa con chi offre cosa, in questo caso, servono a poco. Anche perché i numeri parlano, ancora una volta, da soli. 269 gallerie in totale, per quattro sezioni più “Kabinett”, ovvero veri e propri corner (all’interno di una dozzina di gallerie) dedicati a piccoli solo show, tra scoperte e celebrazioni. Fa poca differenza con il resto, in realtà, perché anche questa nuova edizione di Art Basel Miami si conferma grandiosa. E non è solo la ciclopica quantità di gallerie partecipanti, nel grandissimo spazio del Miami Beach Convention Center, ma è una qualità che continuamente distoglie l’attenzione da uno stand all’altro, in una gara continua a chi propone l’installazione più accattivante, il pezzo più bello, e anche il miglior allestimento. O anche l’illuminazione, perché no.
La sensazione, insomma, è ottima, e viene confermata anche durante la conferenza stampa, non solo dal direttore “America” per Basilea Noah Horowitz, che parla di un’ascesa delle gallerie brasiliane, e cita un po’ di artisti, da Robert Longo ad Anri Sala, così come Joan Jonas da Raffaella Cortese – nella sezione “Nova” – con un progetto appositamente creato, Stream or River Flight or Pattern II, fino a Villeglé o Rotella. A parte però gli hightlights della fiera, di cui vi racconteremo più sotto, c’è anche da tenere conto dell’opinione di chi Art Basel la permette: la banca UBS con Mark Spiegel, Global Manager della fiera, e anche il sindaco di Miami, Jimmy Morales.
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Certo, si annunciano introiti e visitatori (d’altronde siamo pur sempre negli Stati Uniti, e il “successo” è il primo criterio di paragone) ma quel che va comunque riconosciuto è che grazie ad Art Basel in questa città, che nel resto dell’anno vive lunghi periodi “off”, se si esclude la presenza dei turisti, si sono accese delle grandi possibilità legate al contemporaneo. Come più volte abbiamo rimarcato, insomma, Art Basel ha portato energia e una rete che ha creato qualcosa come oltre 20 fiere collaterali, oltre alle aperture congiunte delle splendide collezioni private, dalla Margulies alla Rubell fino alla Cisneros. L’unico che forse brilla un poco meno, in questo paesaggio assolato, è il bellissimo Peréz Art Museum, schiacciato un po’ troppo da una programmazione che guarda molto ai Caraibi e meno al Nord America, ma va bene lo stesso.
Detto questo, cosa c’è da vedere in questa Art Basel che già dall’apertura ha visto un fiume umano mettersi in fila agli ingressi? Praticamente tutto il meglio del contemporaneo, ed è per questo che noi vi consigliamo due modi per prendere la fiera per le corna: il primo è andare a colpo sicuro, alla ricerca degli stand e degli artisti o galleristi che state cercando; il secondo è in maniera “europea”, ovvero con il metodo della flâneurie.
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Attenzione: anche questo giro non scoprirete nulla di particolarmente nuovo; i nomi degli artisti che da una parte all’altra del mondo (e di Art Basel) sono decisamente conosciuti: Doug Aitken su diverse pareti, Lawrence Weiner, diversi Ghada Amer oltre a tanta pittura americana, comprensiva di grandi Maestri, da Rauschenberg a Keith Haring.
Ad ogni modo non ci si sputa sopra, anzi: andiamo alla scoperta tra i corridoi e vedrete delle francesi Karstene Greve, Thaddaeus Ropac (che mette in dialogo Alex Katz con Erwin Wurm, e che ha alcuni Baselitz degni di nota) e Almine Rech, sempre una garanzia, così come Chantal Crousel, almeno negli allestimenti ariosi e misurati.
La maglia nera a riguardo, invece, va a Gagosian. Il gallerista americano non solo ha affollato la stand di Basquiat, Hirst, Andreas Gursky e anche Piero Manzoni, ma ha piazzato in bella vista, sul lato corridoio, il gigante diamante blu cobalto di Jeff Koons, e ha ricreato una discutibile pavimentazione in parquet chiaro. Con le sue disponibilità ci aspettavamo più fantasia ed eleganza.
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Va invece decisamente meglio al lato opposto, alla newyorchese Cheim & Read: Alice Neel, Jake Pierson, Louise Bourgeois, mixate con gusto e sobrietà, un po’ come accade anche da Matthew Marks che ha, tra gli altri, Ellsworth Kelly. Passate anche da Andrea Rosen, se siete in zona, che tra vari Felix Gonzalez-Torres ha anche un piccolo Senza Titolo scuro, del 1977, di Carol Rama, con un frammento di una delle sue gomme di bicicletta.
Raffinato anche lo spazio di Marian Goodman, con Penone e Spalletti, e della Skarstedt, con Eric Fischl e la sua recente produzione, mentre un altro pollice verso è per la Fondazione Beyeler, che affida la cura della sua area di rappresentanza a Toilet Paper, ovvero Cattelan e Ferrari: invasione di spaghetti, cucine economiche e strofinacci, oltre ai soliti tappeti che l’anno scorso decoravano la lounge ad Untitled Art Fair: non se ne può più.
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Due menzioni speciali invece per “Kabinett”. Alexander Gray di New York riscopre il pittore Hugh Steers. Anche in questo caso, come per Patrick Angus alle pareti della tedesca Fuchs ad Untitled, siamo di fronte a un giovane talento stroncato dall’AIDS negli anni ’90. Anche qui uomini, da soli o in coppia, spesso in compagnia dei loro letti e degli spettri legati a quella malattia che colpì come un flagello la comunità gay mondiale quasi trent’anni fa. Il lato queer, però, c’entra poco. Siamo di fronte anche in questo caso a dell’ottima pittura, oltre alla denuncia. Infine Tom Sachs, che dopo averci deliziato al Brooklyn Museum la scorsa primavera, ad Art Basel regala un angolo di jazz, che esce da una sua “radio-camion” nel corner che gli riserva Sperone Westwater. Enjoy Miami, enjoy the sun, enjoy Art Basel and enjoy the art.
Matteo Bergamini
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Vittorio Ballato è un artista in costante evoluzione.

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