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FINO AL 12.II.2017 EDWARD HOPPER COMPLESSO DEL VITTORIANO, ROMA

Il viaggio di Edward Hopper (Nyack, New York 1882-New York 1967) continua nello spazio e nel tempo. Le sue architetture, i paesaggi così terribilmente realistici e allo stesso tempo metaforici, entrano nel cinema e nella fotografia: utili, quanto inconsapevoli, strumenti per la costruzione di un immaginario collettivo dell’America on the road. Hopper, infatti, attraversa questo grande paese in automobile, percorrendo le strade provinciali con le pompe di benzina e le case decadenti, attraversando paesaggi sospesi – quelli di Paris, Texas per intenderci – tra polvere e cielo che odorano anche di fieno e di erba appena tagliata, si affacciano sull’oceano Atlantico arrivando fino al confine con il Messico, prima di tornare alle sfavillanti luci artificiali di New York. Lì, però, la pennellata indugia decisamente sul grigiore degli edifici condominiali dell’East River, sugli interni spogli, guardando – magari da sotto in su – il ponte di Manhattan.
La prima automobile il pittore la acquista nel 1927 e, insieme a Josephine Verstille Nivison che ha sposato tre anni prima, trascorre l’estate sulla costa del Maine. Dipinge acquarelli e olii che andranno a ruba in occasione della sua seconda personale organizzata – in quello stesso anno – dal gallerista newyorkese Frank K. M. Rehn, figlio dell’omonimo pittore di marine.
Edward Hopper (1882 1967) Second Story Sunlight (Secondo piano al sole) 1960 Olio su tela, 102,1x127,3 cm New York , Whitney Museum of American Art; acquisizione con i fondi dei Friends of the Whitney Museum of American Art © Whitney Museum of American Art, N.Y.
Ma è importante sottolineare, come mostra anche questa nuova retrospettiva italiana dedicata a Edward Hopper ospitata nell’Ala Brasini del Vittoriano (è organizzata e prodotta da Arthemisia Group con il Whitney Museum of American Art di New York), avvalendosi della curatela di Barbara Haskell in collaborazione con Luca Beatrice – che il suo viaggio comincia parecchio tempo prima.
Parigi è la prima meta. Parigi e gli Impressionisti: un buon motivo per il pittore americano per tornare più volte nella capitale francese (soggiornandoci per mesi), tra il 1906-1907 (il suo Grand Tour prevede anche la visita di Londra, Amsterdam, Berlino e Bruxelles) e il 1913, quando di ritorno a New York si trasferirà all’ultimo piano del n. 3 di Washington Square, nella casa-studio dove lavorerà fino al resto dei suoi giorni.
Osservare a distanza ravvicinata l’opera dei maestri dell’Impressionismo, la rivoluzione della pittura en plein air e il loro uso della luce (studia soprattutto il tratto di Edgar Degas), insieme alle passeggiate sul Lungo Senna, catturando l’immagine dei lavatoi e respirando l’atmosfera dei bistrot è la lezione (forse) meno nota di Hopper, che emerge da questo nuovo appuntamento romano che dà ampio spazio alla produzione grafica: studi preparatori a gesso, grafite e carboncino su carta, incisioni a puntasecca.
Le opere, una sessantina, provengono tutte dal Whitney Museum of American Art, in seguito al lascito della vedova del pittore e contemplano anche capolavori tra cui Le Bistro or The Wine Shop (1909), Summer Interior (1909), New York Interior (1921), South Carolina Morning(1955) e Second Story Sunlight (1960).
Attraverso una sezione inedita, la mostra ha il dovere di sottolineare la grande modernità della “visione cinematografica” di questo “sano conservatore” – come lo definisce Luca Beatrice – che con la sua influenza ha dato un imprinting al cinema di Alfred Hitchcock, Michelangelo Antonioni, Wim Wenders, David Lynch, Todd Haynes, dei fratelli Coen e anche di Dario Argento che in Profondo Rosso dichiara di aver realizzato il “Blue Bar” ispirandosi a Nighthawks (1942), intramontabile icona hopperiana.   Manuela de Leonardis.
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Vittorio Ballato è un artista in costante evoluzione.

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